Il nome della rosa, riassunto, analisi, commento

Il nome della rosa: riassunto della trama, analisi e commento del romanzo di Umberto Eco

Come narratore Umberto Eco (1932-2016) è diventato famoso in tutto il mondo con il romanzo Il nome della rosa (1980, Premio Strega) che ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in numerose lingue. Nel 1986 il regista Jean-Jacques Annaud ne ha tratto l’omonimo film, con l’interpretazione di Sean Connery.

Il nome della rosa: riassunto della trama

La vicenda è ambientata nel 1327, in un’abbazia dell’ordine dei benedettini dell’Italia settentrionale. L’abbazia è imponente e monumentale, circondata da un muro fortificato; comprende diverse costruzioni, tra cui una grande chiesa, la biblioteca e lo scriptorium dove sono impegnati molti monaci nella raccolta, catalogazione e copiatura di manoscritti antichi.

La trama si sviluppa nell’arco di sette giorni, scanditi dalle ore canoniche che regolano la giornata nei conventi dei benedettini: Mattutino, Laudi, Terza, Sesta, Nona, Vespri e Compieta.

La storia è narrata in prima persona dal frate Adso da Melk quando, ormai vecchio, spinto dalla necessità di ricordare, ripercorre e riesamina (con la raggiunta maturità) un periodo oscuro della sua vita conventuale in cui, giovane novizio, fu testimone di fatti inquietanti e gravi.

Il personaggio principale del romanzo è il frate francescano Guglielmo da Baskerville, ex inquisitore. Egli, assieme al suo discepolo Adso, indaga su una misteriosa serie di delitti avvenuti nell’abbazia in cui i due soggiornano temporaneamente, dal momento che frate Guglielmo vi è stato chiamato per svolgere un delicato incarico: favorire i contatti fra gli alti esponenti degli ordini religiosi, per ricomporre la frattura fra papato e impero.

Il primo a morire è stato Adelmo da Otranto, un giovane monaco e grande maestro miniatore. E’ stato ritrovato in fondo ad una scarpata. Si pensa possa essere precipitato da una delle finestre dell’abbazia. Tutte però sono state ritrovate chiuse e per questo si ritiene che non si sia suicidato (perché mosso dal senso di colpa per aver peccato di sodomia), ma che sia stato spinto da mano umana o forza diabolica (nel monastero circolano, infatti, numerose credenze circa la venuta dell’Anticristo).

Si susseguono altre morti violente.

Il secondo ad essere ritrovato morto è Venanzio da Salvemec, il sapiente di cose greche, ritrovato immerso a testa in giù nel grande recipiente pieno del sangue dei maiali scannati durante il giorno.

Il terzo è Berengario, l’aiutante bibliotecario, trovato annegato in una vasca da bagno.

Guglielmo, aiutato da Severino (il frate erborista) nota che le tre vittime presentano i polpastrelli di due dita anneriti e la lingua è nera.

La vittima successiva (la quinta) è proprio Severino, ritrovato all’interno del suo laboratorio con la testa spaccata.

A questo punto, per proseguire la comprensione del testo, bisogna inserire altri due personaggi presenti nel romanzo (e nel monastero). Si tratta di due ex appartenenti alla setta di Dolcino (Dolcino era stato un rivoluzionario ed ex frate eresiarca ucciso sul rogo): Remigio da Varagine, il frate cellario (responsabile cioè della dispensa) e il suo amico Salvatore, che parla una lingua tutta sua, un misto di dialetti volgari e latino sgrammaticato.

Remigio da Varagine è un uomo pingue, dall’aspetto volgare ma gioviale, canuto ma ancora robusto, piccolo ma veloce. Egli riceve prestazioni sessuali da una povera fanciulla del luogo, che in cambio riceve del cibo per sé e per la famiglia.
Anche il giovane Adso fa la conoscenza della ragazza e scopre così i piaceri della carne. L’accaduto gli procura dubbi, incertezze e sensi di colpa, ma il suo maestro Guglielmo riesce a confortarlo e a restituirgli la sicurezza vacillante.

La situazione si complica quando nell’abbazia arrivano, scontrandosi, la delegazione dei Frati Minori, sostenitori dell’imperatore Ludovico il Bavaro, favorevoli al ritorno alla povertà della Chiesa, e gli inviati del papa Giovanni XXII (in tale periodo storico la sede papale è ad Avignone: è il cosiddetto periodo della Cattività avignonese), guidati dal frate domenicano Bernardo Gui, un illustre inquisitore, con il quale in passato Guglielmo si era aspramente scontrato.

Ebbene, durante la notte del quarto giorno, Bernardo Gui trova Salvatore assieme alla fanciulla, che tiene tra le mani un gallo nero (merce di scambio), che la ragazza affamata avrebbe voluto mangiare, mentre l’inquisitore lo prende a pretesto per accusare entrambi di essere cultori di riti satanici e responsabili delle misteriosi morti.

Sotto tortura, Salvatore confessa il suo passato di seguace di Dolcino e chiama in causa anche il suo amico e compagno di scorribande, frate Remigio da Varagine. Bernardo Gui processa e condanna i due ex dolciniani e la fanciulla, dichiarandoli colpevoli delle morti avvenute nel monastero.

In un’atmosfera inquietante, alternando lunghe digressioni storico-filosofiche, ragionamenti investigatori e scene d’azione, Guglielmo e Adso scoprono che il responsabile degli omicidi è il vecchio frate, ex bibliotecario, ormai cieco, Jorge de Burgos, fanatico ideologico, burbero e inquietante. Questi ha ucciso per evitare che si venisse a conoscenza dell’ultima copia rimasta del secondo libro della Poetica del filosofo greco Aristotele, poiché contiene l’elogio del riso, considerato da Jorge sia una grande forma di offesa nei confronti di Dio, verso il quale gli uomini devono nutrire timore, sia uno strumento pericoloso nelle mani del diavolo.

Siamo giunti alla conclusione del romanzo: il venerabile Jorge, nel frattempo, ha ucciso, avvelenandolo, il nuovo bibliotecario Malachia (il quinto a morire) e ha fatto sì che l’abate Abbone restasse imprigionato tra le mura dell’intricato labirinto costruito all’interno dell’abbazia (il sesto a morire). Ora egli tenta di uccidere Guglielmo, offrendogli il prezioso manoscritto del quale ha avvelenato le pagine. Guglielmo, però, lo sfoglia con le mani protette dai guanti, perché, attraverso una sottile e arguta analisi, era arrivato a dedurre che la lingua nera e i polpastrelli anneriti delle vittime erano dovuti a un qualche tipo di veleno preso per via orale. Il vecchio monaco oramai sa che è tutto perduto e, in un eccesso di fanatico fervore, divora le pagine avvelenate del testo, in modo che nessuno possa più leggerle. Mentre Guglielmo e Adso tentano di fermarlo, Jorge afferra il lume ad olio in mano al novizio e lo getta nel mucchio di libri precipitati a terra durante la colluttazione. In pochissimo tempo un enorme incendio, che nessuno riuscirà a domare, inghiottirà nel fuoco l’intera abbazia e lo stesso Jorge (il settimo a morire).

Guglielmo e Adso lasciano quel luogo, che per tanto tempo aveva ospitato silenzi, segreti, menzogne e, infine, omicidi efferati. Adso vi ritornerà anni dopo, trovandovi solo solitudine, desolazione e vecchi e superstiti ruderi.

Il nome della rosa: analisi e commento

Adso è il narratore interno alla storia ed è onnisciente, perché quando scrive sono passati già molti anni dagli avvenimenti.

In generale, l’ordine della narrazione coincide con lo svolgersi dei fatti, ma sono presenti analessi e prolessi.
Con le analessi si analizzano la vita passata di alcuni monaci e le vicende storiche di quegli anni, mentre le prolessi sono in sostanza le anticipazioni che il narratore Adso fornisce sull’esito delle vicende.
Alla fine del romanzo è presente una grande ellisse, nel passaggio tra l’ultimo capitolo del settimo giorno e l’Ultimo Folio: essa comprende tre giorni nei quali l’abbazia è distrutta dall’incendio. Da questa ellisse in poi i fatti sono raccontati più sommariamente e sono eliminati parecchi dettagli.

Anche la focalizzazione come il narratore è interna.
Sono presenti tutti i quattro tipi di sequenze: dialogica, narrativa, descrittiva, riflessiva. Quella descrittiva e quella riflessiva sono le più usate e le più importanti; le descrizioni sono molto dettagliate e Adso le sviluppa in modo soggettivo.

Il linguaggio è ricercato ed erudito (sono presenti molte frasi interamente in latino).
E’ presente il monologo quando alcuni dei personaggi riflettono o raccontano episodi della propria vita.
I personaggi sono statici, ad eccezione di Adso, in quanto al termine di questa esperienza si sente maturato nell’animo e nell’intelletto. Quasi tutti i personaggi sono introdotti da una descrizione fisica e poi caratterizzati dal loro comportamento; fa nuovamente eccezione Adso, di cui, essendo il narratore, abbiamo solo una descrizione indiretta.

Il nome della rosa è un romanzo intertestuale, ovvero un libro fatto di libri. Il romanzo è, infatti, al tempo stesso:

  • un romanzo storico, perché ricostruisce in modo documentato aspetti della vita monastica del Medioevo e vicende storico-politiche dell’epoca. Sono frequenti i riferimenti al contrasto interno alla Chiesa tra i francescani e i domenicani che si sviluppò nel XIII secolo. E’ importante il percorso dedicato alla lotta alla eresia, in questo caso a quella dei dolciniani (rappresentati da Remigio da Varagine) e alla stregoneria (la ragazza conosciuta da Adso e ingiustamente accusata da Bernardo Gui), che mette in evidenza l’ipocrita falsità della cosiddetta “giustizia della Chiesa”;
  • un romanzo giallo, perché la trama sviluppa l’indagine di Guglielmo e Adso dalla prima morte sospetta (quella di Adelmo) alla scoperta del mistero delle pagine avvelenate del manoscritto (custodito da Jorge da Burgos), fino alla morte di quest’ultimo durante l’incendio della biblioteca.
    Frate Guglielmo, guidato dalla logica e dalla ragione, segue un metodo deduttivo (dai fatti alla loro concatenazione e alle ipotesi), fondato sugli indizi concreti. E’ stato rilevato che lo stesso nome di Guglielmo da Baskerville riconduce in maniera evidente al titolo del noto romanzo di Arthur Conan Doyle, Il mastino di Baskerville, una delle più famose indagini di Sherlock Holmes (a Guglielmo corrisponde il personaggio di Sherlock Holmes e ad Adso quella del dottor Watson);
  • un romanzo a tesi, perché vuole portare il lettore a scegliere una delle due posizioni in conflitto nel XIV secolo nella disputa sulla povertà della Chiesa. Guglielmo da Baskerville e l’autore di cui egli è voce vogliono una Chiesa povera, ma non nel senso di una Chiesa che rinunci alle sue ricchezze e le distribuisca ai poveri. Infatti, il frate francescano precisa: «Povera non significa tanto possedere o no un palazzo, ma tenere o abbandonare il diritto di legiferare sulle cose terrene». Secondo i teologi imperiali (e quindi secondo Guglielmo e secondo Eco) la Chiesa povera è una Chiesa confinata in sacrestia, che rinuncia a giudicare la politica e le leggi;
  • un romanzo allegorico, e sotto questo aspetto scopriamo l’insegnamento filosofico e morale dell’intera opera. Guglielmo è il simbolo dell’uomo costante e tollerante, che ha raggiunto il controllo della ragione sulle emozioni, grazie a una vita ricca di esperienze e di studi filosofici e scientifici, estesi al di là dei limiti della conoscenza di semplici nozioni. Pertanto la vittoria di Guglielmo su Jorge de Burgos dichiara esplicitamente la posizione di Umberto Eco e il suo messaggio: la verità è frutto di una impegnativa ricerca, sotto la costante guida della ragione, operata con moderazione e tolleranza verso gli altri.
    I conflitti ideologici, che nel romanzo Eco riferisce alla realtà medievale, sono estremamente attuali nella società odierna, minacciata dallo scontro tra quegli opposti integralismi politici e religiosi che è alla base del terrorismo internazionale.