Storia di una capinera, Giovanni Verga: riassunto e analisi

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storia di una capinera

Storia di una capinera è un romanzo epistolare di Giovanni Verga, pubblicato in Italia nel 1871. Ambientato in Sicilia, è costituito dalle lettere che Maria, la protagonista, invia a Marianna, una sua amica educata come lei in convento.

Storia di una capinera riassunto

Maria è una ragazza ingenua e romantica. È entrata ancora bambina in convento, a seguito della morte della mamma; il suo destino è quello di diventare monaca. Lei lo sa e lo considera naturale: il padre è povero e la sua seconda moglie, pur essendo facoltosa, pensa al futuro dei suoi figli e non certo al destino della sua figliastra.

Maria non conosce altra realtà rispetto a quella del convento, fino a quando un’epidemia di colera, scoppiata nel 1854 a Catania, la porta con la sua famiglia a cercare rifugio in campagna, lontano dalla città, per evitare il contagio.

In campagna scopre la bellezza della natura e si inebria di libertà. Trascorre infatti intere giornate all’aria aperta a correre. Conosce il giovane Nino e, senza rendersene conto, se ne innamora.

Anche Nino si innamora di Maria, ma quando capirà che la giovane è solo una povera educanda, vittima dell’avidità della matrigna e della debolezza del padre, si consolerà sposando la sorellastra Giuditta, carina e benestante.

Richiamata in convento, l’angoscia e l’ossessione (l’amore per Nino e il voto promesso alla Chiesa) si impossessano di Maria a tal punto che la fragile psiche della giovane novizia precipita nella pazzia.

Solo alla fine del romanzo, in punta di morte, Maria si lascerà morire, tra le mura del convento, non potendo vivere la sua passione d’amore, né sottrarsi al suo destino di esclusione. Muore come un passero, la capinera appunto, quando è messo in gabbia.

Soria di una capinera analisi del romanzo

Nel romanzo, accanto al motivo romantico dell’amore-passione, travolgente e fatale, si ravvisano elementi che saranno propri del Verga verista.

Innanzitutto, l’opera era stata preceduta da una scrupolosa documentazione sulla vita all’interno dei conventi siciliani. Vi compaiono poi i motivi della «roba» (Nino preferisce a Maria la sorellastra che ha le terre come «dote»), dell’orfana e dell’esclusione sociale (che ritorneranno in Nedda e in Rosso Malpelo).

Stilisticamente, la forma epistolare comportava da parte dell’autore l’assunzione del punto di vista e del linguaggio di una semplice educanda (il romanzo è composto dalle lettere che Maria invia all’amica, più quella conclusiva di una suora che descrive l’agonia della protagonista).

Infine la soluzione linguistica manzoniana, con la scelta del fiorentino parlato (non facile per lo scrittore catanese), porta a scelte meno enfatiche rispetto ai precedenti romanzi.