Il colore porpora è un particolare tipo di rosso (rosso porpora) che i Fenici avevano imparato a ottenere da un particolare tipo di mollusco marino, il murice, che pescavano nelle acque del Mediterraneo, e usato per tingere di rosso i tessuti.
Il processo di estrazione della porpora richiedeva diverse settimane di lavorazione ed era necessaria una grande quantità di molluschi per ottenere piccoli dosi di colorante. Per questo le stoffe tinte con la porpora erano molto costose e solo i ricchi se le potevano permettere. I Fenici mantennero a lungo il segreto della lavorazione della porpora: il prodotto era molto ricercato e consentiva di ottenere forti guadagni.
Con il tempo, l’associazione tra i Fenici e la porpora divenne talmente stretta che chi diceva «fenicio» diceva «porpora». Infatti, il termine «Fenici» che usiamo oggi deriva dal greco Phòinikes ed è connesso con phòinix, «rosso porpora».
La leggenda del rosso porpora dei Fenici
Secondo un’antica leggenda, un giorno alcuni pescatori della città di Tiro videro su una spiaggia un cane che, affamato, spaccava con i denti delle conchiglie e mangiava il mollusco che esse contenevano.
I pescatori notarono che la bocca del cane era diventata rossa e pensarono che il cane si fosse ferito con le conchiglie, ma poi con meraviglia videro che le sue gengive non erano sanguinanti, ma tinte di rosso porpora. Dopo quella scoperta i Fenici cominciarono a produrre le stoffe tinte di rosso.
I Fenici come ottenevano il colore porpora?
Il murice ha una piccola ghiandola che produce un inchiostro dall’intenso colore rosso. Una volta pescati i murici, probabilmente per mezzo di nasse (cioè ceste di vimini) con esche, venivano privati della loro ghiandola lasciata macerare in acqua salata per diversi giorni.
La materia colorante che si andava formando veniva bollita a fuoco lento per alcuni giorni in grandi contenitori di piombo, mentre si procedeva alla rimozione dei detriti e delle impurità. Nella stessa vasca erano poi immerse le stoffe, di lana o di lino, per una durata che dipendeva dall’intensità del colore porpora desiderata e venivano lasciate asciugare al sole.
A seconda della quantità d’acqua impiegata per diluire il pigmento, si ottenevano tonalità di colore più o meno intenso: dal bruno al rosso cupo, al violaceo. Sfumature più chiare – come il color giacinto, il lilla e l’ametista – si creavano con l’aggiunta di altri elementi: urina, miele, farina di fave e licheni, che crescevano sulle scogliere del Mediterraneo.
Il risultato finale era una tintura indelebile. Tutti gli altri coloranti conosciuti nell’antichità erano instabili: si trattava di pigmenti vegetali che a lungo andare sbiadivano, sotto l’effetto della luce. La porpora, invece, non degenerava e anzi assumeva con l’invecchiamento dei riflessi nuovi.
Dove veniva prodotta il colore porpora?
I centri di produzione della porpora fenicia sorgevano tutti vicini al mare, lontani dalle città perché la macerazione delle migliaia di molluschi sprigionava un odore nauseabondo. Le città di Tiro e Sidone, lungo le coste libanesi, erano i due centri di produzione più importanti, ma altri centri sorgevano sulle Coste Nord Africane e nelle colonie spagnole.
Il significato e l’importanza della porpora fenicia nel mondo antico e oggi
La rarità e la preziosità dei tessuti colorati di porpora contribuirono ad attribuire a questo colore significati particolari nelle culture antiche, al di là della semplice allusione alla ricchezza e al lusso: come la forza vitale (il rosso del sangue), ma anche il sacrificio (il sangue delle vittime) e quindi la purificazione e la rigenerazione.
Il porpora era poi associato a funzioni politiche di prestigio, alla regalità, alla dimensione del sacro: a Roma i senatori si distinguevano per la toga ornata da un bordo purpureo e ricami di porpora aveva la toga dell’imperatore.
Oggi alcuni di questi significati si ritrovano nel colore porpora che distingue il mantello e la berretta dei cardinali, i più alti ecclesiastici della chiesa cattolica, tanto che «porporato» è appunto sinonimo di «cardinale».

