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I Fenici furono una popolazione di origine semitica che viveva fin dal 2000 a.C. nella parte settentrionale della Terra di Canaan o Cananea, una lunga e stretta striscia di terra costiera fra il Mediterraneo orientale e le montagne retrostanti, nell’area in cui ora ci sono Israele, la Palestina, il Libano e una parte della Siria. La zona da loro abitata prese allora il nome di Fenicia.
Fenici: l’origine del nome
Il nome Fenici deriva dalla parola greca phoinix (leggi finix), che significa “rosso porpora“. I Fenici infatti furono famosi in tutta l’antichità perché conoscevano il segreto per tingere di questo colore i tessuti. Avevano imparato a ricavarne il pigmento dall’essicazione di un mollusco marino, il murice, e lo usavano per colorare stoffe apprezzate ovunque nel Mediterraneo.
Le città-stato fenicie
Fino al 1200 a.C. gli insediamenti fenici subirono il dominio degli Egizi e dei grandi imperi vicini, ma in seguito seppero approfittare dell’indebolimento dell’Egitto per affermare la propria autonomia politica, governandosi come città-stato indipendenti.
Le città-stato fenicie (tra le principali c’erano Biblo, Berito – odierna Beirut -, Sidone, Tiro) erano rette da un sovrano ereditario, che controllava il potere politico e anche quello religioso. Il re era affiancato da un consiglio di anziani, formato dagli esponenti delle più importanti famiglie di mercanti. I membri del consiglio eleggevano dei magistrati, chiamati sufeti, che si occupavano delle questioni relative alla città. Seguivano poi i marinai, i contadini e i pastori. Infine, il gradino più basso della scala sociale era occupato dagli schiavi.
Fenici: l’economia
L’economia dei Fenici si basava principalmente sul commercio marittimo, anche grazie alla capacità dei Fenici di costruire navi grandi e robuste (vedi navi fenicie). I Fenici potevano offrire prodotti che nessun altro popolo aveva: legno di cedro (particolarmente adatto per le costruzioni di navi e per l’edilizia); tessuti di lana e di lino tinti con la porpora; oggetti in vetro soffiato. E ancora: una gamma di manufatti di alta qualità conosciuti e richiesti in tutto il Mediteraneo: vasi e coppe, sia di ceramica che di bronzo; gioielli lavorati con la tecnica della granulazione (cioè a granuli d’oro saldati su una lamina).
Ciò che invece acquistavano e rivendevano erano beni alimentari (vino, cereali, olio); prodotti di pregio (spezie, profumi, avorio); ma soprattutto metalli (argento, piombo, rame, ferro, stagno), beni preziosi nel mondo antico.
Insieme al commercio, i Fenici praticavano anche la pirateria e il commercio di schiavi, che, come per tutti i popoli del mare, non erano considerate attività disonorevoli, ma rientravano nelle normali attività marinare.
Empori e colonie fenicie
La necessità di nuove rotte commerciali e risorse spinse i Fenici, soprattutto a partire dall’XI sec. a.C., a creare lungo le coste settentrionali dell’Africa scali commerciali o empori, cioè grandi mercati in cui i Fenici potevano commerciare con i popoli vicini.
Intorno agli empori si svilupparono attività di ogni tipo e si costruirono abitazioni per le persone che vi lavoravano. Nel tempo gli empori si trasformarono in vere e proprie città, chiamate colonie. Le colonie erano governate da re scelti direttamente dalle città-stato fenicie, che in questo modo poteva sempre controllarle. Alcune di esse però divennero particolarmente ricche e potenti: fu questo, ad esempio, il caso della colonia fenicia di Cartagine fondata secondo la leggenda nell’814 a.C. sulle coste dell’attuale Tunisia. Nei secoli successivi Cartagine diventò una grande potenza in grado di sfidare Roma per il controllo del Mediterraneo (vedi Guerre puniche 264 a.C.-146 a.C.).
I Fenici fondarono empori anche a Malta e a Pantelleria. In Sicilia occidentale i tre centri più importanti furono Mozia, Solunto e Panormo (Palermo). Più capillare fu la colonizzazione della Sardegna, dove spiccano i centri di Sulcis (odierno Sant’Antioco), Tharros (Capo San Marco), Cagliari, Nora, Bitia. Intensa fu la presenza fenicia nella penisola iberica, dove emersero i centri di Ibiza e Cadice.
La scrittura fenicia e la sua diffusione
Le intense attività economiche evidenziarono la necessità di un sistema per trascrivere dati, contratti commerciali, forniture e per tenere la contabilità. C’era però bisogno di un sistema di scrittura semplice e veloce da imparare: la scrittura cuneiforme dei popoli della Mesopotamia o i geroglifici egizi non erano dunque adatti.
Intorno al 1000 a.C. i Fenici elaborarono quindi un tipo di scrittura molto più pratico chiamato alfabeto fonetico, composto da 22 consonanti: le vocali si aggiungevano a voce quando si leggeva. L’alfabeto fenicio fu adottato e adattato da molte culture, tra cui quella greca (furono i Greci a introdurre le vocali intorno al 700 a.C.), dalla quale derivò l’alfabeto latino.
La religione dei Fenici
Anche i Fenici, come molti altri popoli dell’antichità, erano politeisti. In genere ogni città-stato aveva il proprio dio fondatore e protettore, a cui si tributavano grandi onori. Tra le maggiori divinità comuni a tutto il popolo fenicio c’erano:
El, padre degli dèi e dio creatore; Baal, dio del Sole e delle forze della natura; Astarte, sposa di Baal, dea della terra e dei raccolti. Anat, dea della guerra, Melqart, dio del commercio e protettore di Tiro.
In onore degli dèi, i Fenici costruivano santuari all’aperto, chiamati tofet, destinati alle cerimonie religiose.
La decadenza della civiltà fenicia
Lo sviluppo della civiltà fenicia si interruppe con l’ascesa dell’Impero assiro. Nel 675 a.C. cadde Sidone, mentre Tiro dovette sottomettersi all’Impero babilonese un secolo dopo. Sotto il dominio dei Persiani la Fenicia fu trasformata in provincia imperiale. Quando Alessandro Magno conquistò la regione, Tiro cercò di resistere ma capitolò nel 332 a.C.

