Il murice da cui ricavare la porpora
Il murice da cui ricavare la porpora

La porpora era, nel mondo antico, un colorante raro e pregiato, che si otteneva attraverso procedimenti elaborati e costosi.

Nel I millennio a.C. i più rinomati produttori di porpora erano i Fenici, che esportavano questo colorante dovunque ve ne fosse richiesta, traendone grandi profitti. Con il tempo, l’associazione tra i Fenici e la porpora divenne talmente stretta che chi diceva «fenicio» diceva «porpora». Infatti, il termine «Fenici» che usiamo deriva dal greco Phòinikes ed è connesso con phòinix, «rosso porpora».

Anche il mito greco legava l’origine della porpora ai Fenici. A inventare la tintura sarebbe stato Eracle, che l’avrebbe usata per il mantello del leggendario re fenicio Phoenix. Il re, incantato dalla bellezza di quel colore, avrebbe decretato che da allora in poi solo i sovrani avrebbero avuto il diritto d’indossare indumenti di porpora.

La porpora è un colorante prodotto dalla secrezione di alcuni molluschi gasteropodi (il murice) che nell’antichità erano reperibili in grande abbondanza nei bassi fondali di tutte le coste del Mediteraneo.

I molluschi, pescati probabilmente per mezzo di nasse (ceste di vimini) con esche, venivano deposti in grandi vasche, dove venivano tenuti a spurgare per un breve periodo. Si procedeva quindi alla rottura e all’eliminazione delle conchiglie che li racchiudevano. I molluschi venivano allora fatti macerare a lungo nelle vasche con l’aggiunta di acqua e sale. La materia colorante che si andava formando veniva poi lavata con altra acqua, e quindi bollita a fuoco lento, per alcuni giorni, in grandi contenitori di piombo, mentre si procedeva alla rimozione dei detriti e delle impurità.

A seconda della quantità d’acqua impiegata per  diluire il pigmento, si ottenevano tonalità di colore più o meno intenso: dal bruno al rosso cupo, al violaceo. Sfumature più chiare – come il color giacinto, il lilla e l’ametista – si creavano con l’aggiunta di altri elementi: urina, miele, farina di fave e licheni che crescevano sulle scogliere del Mediterraneo.

Con la porpora si tingevano soprattutto tessuti di lana e qualche volta di seta. Nelle vasche contenenti il pigmento si immergeva la lana ancora allo stato grezzo o il filato di seta prima di tesserlo, insieme a sostanze che servivano da mordente, soprattutto l’allume di rocca, un solfato di alluminio e di potassio esistente in natura.

La fibra già tinta veniva lasciata macerare, la si puliva, e la si immergeva nuovamente, anche più volte, nella porpora, e per una durata che dipendeva dall’intensità del colore desiderata.

Il valore delle stoffe di porpora dipendeva proprio dal procedimento di colorazione: le più pregiate erano quelle che avevano subìto numerosi bagni consecutivi nel pigmento colorante.

Il risultato finale era una tintura indelebile. Tutti gli altri coloranti conosciuti nell’antichità erano instabili: si trattava di pigmenti vegetali che a lungo andare sbiadivano, sotto l’effetto della luce. La porpora, invece, non degenerava e anzi assumeva con l’invecchiamento dei riflessi nuovi.

La rarità e la preziosità dei tessuti colorati di porpora contribuirono ad attribuire a questo colore significati particolari nelle culture antiche, al di là della semplice allusione alla ricchezza e al lusso: come la forza vitale (il rosso del sangue), ma anche il sacrificio (il sangue delle vittime) e quindi la purificazione e la rigenerazione.
Il porpora era poi associato a funzioni politiche di prestigio, alla regalità, alla dimensione del sacro: a Roma i senatori si distinguevano per la toga ornata da un bordo purpureo e ricami di porpora aveva la toga dell’imperatore.
Oggi alcuni di questi significati si ritrovano nel colore porpora che distingue il mantello e la berretta dei cardinali, i più alti ecclesiastici della chiesa cattolica, tanto che  «porporato» è appunto sinonimo di «cardinale».