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L’Etica di Aristotele: virtù etiche e dianoetiche

L’Etica di Aristotele: virtù etiche o morali e virtù dianoetiche o intellettive o razionali. Riassunto di Filosofia schematico e completo per conoscere e memorizzare rapidamente.

L’Etica Nicomachea è il trattato sull’etica di Aristotele. Si compone di 10 libri e fu pubblicato postumo da Nicomaco, il figlio di Aristotele.

L’opera inizia con l’affermazione che l’attività dell’uomo ha come proprio fine il bene. Poiché d’altra parte ogni fine particolare si giustifica in funzione di un altro, per non aprire un processo all’infinito bisogna ammettere che esista un fine e bene ultimo, il quale è appunto il Sommo Bene.

Per ogni vivente il Sommo Bene è la felicità e poiché questa è perseguita non dall’uomo isolato, ma dagli uomini viventi in società, la determinazione del suo concetto è compito della scienza politica, che costituisce per Aristotele il vertice stesso dell’etica.

La definizione del concetto di felicità relativo all’uomo singolo deve fondarsi sulla natura stessa dell’uomo. Ora, poiché l’uomo è un essere razionale, la felicità per lui non può prescindere dall’esercizio della sua facoltà essenziale, che è la ragione.

Quando la ragione è impegnata nell’attività di ricerca e di possesso della verità – che è la sua funzione primaria – essa, se correttamente usata, dà origine nell’uomo alle cosiddette virtù dianoetiche o intellettive o razionali:

  • l’arte (techne) è la capacità, accompagnata da ragione, di produrre un qualche oggetto;
  • la saggezza (phrónesis) è la capacità congiunta a ragione di agire convenientemente nei confronti di ciò che è bene o è male per l’uomo (Etica Nicomachea, VI, 5, 1140b);
  • l’intelligenza è la capacità di cogliere i primi princìpi di tutte le scienze;
  • la scienza è la capacità dimostrativa o apodittica;
  • la sapienza (sophía), per Aristotele la forma di conoscenza più alta, che consiste in quella forma di conoscenza che ha come scopo se stessa e non la produzione di oggetti né le azioni pratiche. Approda alla vita contemplativa o teoretica, una vita dedicata esclusivamente alla ricerca. Il filosofo ritiene tale vita superiore a tutte le altre mortali e simile alla vita divina. L’attività teoretica, sostiene infatti Aristotele, «è di per se stessa la più alta» e la filosofia «apporta piaceri meravigliosi per la loro purezza e solidità».

Quando la ragione guida e contiene invece le facoltà appettitive, nascono le virtù etiche o morali.
Le virtù etiche sono tante quanti sono i sentimenti o le pulsioni che la ragione deve governare e dirigere; esse sono il frutto non di un qualche insegnamento, ma dell’abitudine a comportarsi in maniera misurata e moderata e l’uomo diventa virtuoso scegliendo, con una sorta di intuizione etica soggettiva, il giusto mezzo fra gli estremi (per esempio il coraggio è il giusto mezzo fra la temerarietà e la viltà, la liberalità è il giusto mezzo fra l’avarizia e la prodigalità, ecc.).

La principale delle virtù etiche è la giustizia, a cui Aristotele dedica un intero libro dell’etica Nicomachea.

La giustizia legale – intesa come conformità alle leggi – rappresenta, secondo Aristotele, la virtù intera e perfetta, sia pure non in assoluto, ma solo ciò che riguarda i rapporti con gli altri (Etica Nicomachea, V, 3, 25-30). L’uomo che rispetta tutte le leggi è l’uomo interamente virtuoso.

Oltre alla giustizia legale esiste una giustizia particolare, che è parte della prima e che concerne l’agire in vista del guadagno nell’ambito dei rapporti con gli altri. Tale giustizia può essere distributiva o commutativa. La giustizia distributiva è quella che distribuisce a tutti secondo i propri meriti. Perciò la giustizia distributiva sarà simile a una proporzione geometrica. La giustizia commutativa presiede ai contratti ed è correttiva poiché mira a pareggiare i vantaggi e gli svantaggi tra i due contraenti. Questa giustizia è simile a una proporzione aritmetica (pura e semplice uguaglianza).

Poiché la legge, nella sua generalità, risulta incapace di contemplare tutti i casi particolari, Aristotele ricorre al concetto di equità. Per “equità” il filosofo intende «un correttivo della legge là dove essa fa un’omissione a causa del dire in universale» (Etica Nicomachea, V, 14, 1137b, 26 ss.).

Poiché tuttavia l’attività razionale è l’espressione pù alta della natura umana, le virtù dianoetiche superano in valore quelle etiche, e la sapienza (sophía) è la virtù suprema.

I libri VIII e IX sono dedicati alla philía (insieme amicizia e amore), la quale costituisce una componente fondamentale del sistema di valori dell’etica classica.

Per Aristotele l’amicizia risulta indispensabile alla vita «giacché senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni» (VIII, 1, 1155a, 1-10 ss.).

Secondo Aristotele l’amicizia, intesa  nell’accezione più vasta del termine, ossia come comprendente tutti i sentimenti di affetto e di attaccamento verso gli altri, può essere fondata sull’utile, sul piacere o sul bene. Di queste tre specie di amicizia, Aristotele privilegia la terza, poiché in essa soltanto l’amico è amato per se stesso, e non per qualche contingente motivo di utilità o piacere. L’amicizia di questo tipo è rara, perché rari sono i buoni.

 

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