ira di achille

L’ira di Achille è l’argomento da cui trae ispirazione l’intera Iliade.

L’antefatto

Il dio Apollo diffonde nel campo greco una terribile pestilenza, perché è adirato con Agamennone. Questi infatti ha fatto schiava Criseide, figlia del sacerdote Crise, e rifiuta di restituirla al padre.

Conosciuta la causa del male grazie all’indovino Calcante, Achille, nell’assemblea dei Greci, attacca apertamente Agamennone e fa pressioni su di lui perché restituisca Criseide.

Agamennone cede, ma solo a patto di ottennere in cambio Briseide, schiava di Achille.

Di qui l’ira di Achille, che per nulla intimorito dall’autorità di Agamennone, lo assale con parole taglienti.

Ira di Achille testo vv. 228-359

Allora il figlio di Peleo di nuovo con aspre parole
si rivolse all’Atride, e non trattenne la collera:
«Ubriacone, faccia di cane e cuore di cervo,
tu non hai mai avuto il coraggio di armarti
per la guerra assieme ai tuoi uomini, né di andare in agguato
coi migliori dei Greci: questo ti sembra la morte.
Molto meglio è restare nel vasto campo dei Greci
e portar via i premi di chi ti parla apertamente,
re divoratore del popolo, poiché comandi a gente da nulla:
altrimenti, figlio di Atreo, per l’ultima volta avresti offeso.
Ma io ti dico e ti faccio un giuramento solenne:
per questo scettro che non metterà più rami né foglie
da quando una volta è stato tagliato sui monti,
non rifiorirà mai più – il ferro gli ha tolto
foglie e corteccia, e ora lo tengono in mano
i figli dei Greci che amministrano leggi e diritto
in nome di Zeus; è questo il giuramento più grande –
un giorno la nostalgia di Achille invaderà i Greci
tutti; e tu non potrai in nessun modo soccorrerli
per quanto addolorato, quando in tanti cadranno per mano
di Ettore uccisore di uomini, e ti roderai dentro il cuore
per la rabbia di non aver onorato il migliore dei Greci».
Così disse il figlio di Peleo, e gettò a terra lo scettro
adorno di borchie dorate e sedette.

Ira di Achille parafrasi vv. 228-359

E allora di nuovo Achille investì l’Atride, cioè Agamennone figlio di Atreo, con parole durissime, senza minimamente trattenere la sua ira:
«Ubriacone, tu che sei minaccioso come un cane ma vile come un cervo, non mai hai avuto il coraggio di indossare la corazza per combattere in guerra con l’esercito o per tendere agguati con gli Achei più valorosi, perché ti sembrerebbe di morire di paura.
Per te è molto più facile strappare i doni a chi osa affrontarti direttamente mentre te ne stai  nel campo sicuro dei Greci, re che ti approfitti del popolo perché comandi uomini da nulla; se così non fosse, avresti offeso per l’ultima volta perché qualcuno si sarebbe opposto. Ma io faccio un solenne giuramento su questo scettro che non metterà più foglie o rami (visto che il tronco da cui deriva si trova sui monti), e che non fiorirà mai più dato che un’ascia di bronzo gli ha tolto foglie e corteccia, tanto che ora i re Greci amministrano la giustizia tenendolo in mano per far rispettare le leggi in nome di Zeus. Giuro che un giorno tutti i Greci, quando moriranno in gran numero massacrati da Ettore, rimpiangeranno Achille e tu ti struggerai di rabbia per non aver soddisfatto me, che sono il più forte tra i Greci». Così disse Achille, il figlio di Peleo, e gettò a terra lo scettro disseminato di chiodi d’oro. Poi si sedette.

Ira di Achille commento vv. 228-359

Achille sfoga a parole la sua rabbia contro Agamennone e lo insulta con una lucidità estrema: Agamennone è vigliacco perché non scende mai in battaglia, ma aspetta che altri vincano per lui le prede. Agamennone è insaziabile, incontentabile e fa combattere ad altri una guerra che in realtà nessuno voleva. È un re ingiusto che rapina il suo popolo.

Offeso, Achille abbandona l’esercito greco ritirandosi in disparte con i Mirmidoni (abitanti della Tessaglia che combattono al suo seguito) e chiede alla madre Teti di ottenere soddisfazione.

Teti si reca allora da Zeus invocandolo di infliggere ai Greci sconfitte tali da indurre Agamennone al pentimento e il padre degli dèi acconsente.