L’ira di Achille è l’argomento portante dell’intera Iliade, il poema epico scritto in greco antico nell’VIII secolo a.C., tradizionalmente attribuito a Omero, nel quale si narrano le vicende degli ultimi 51 giorni della guerra di Troia tra Greci e Troiani, durata ben dieci anni.
L’ira di Achille è rivolta dapprima contro Agamennone, capo della spedizione degli Achei contro Troia, che gli ha sottratto la schiava Briseide, poi contro Ettore che ha ucciso il suo amico amatissimo Patroclo. Si tratta di un sentimento che si protrae nel tempo e che assume una tale violenza da indurre Achille a fare scempio del cadavere di Ettore.
La causa dell’ira di Achille: l’offesa di Agamennone
Il dio Apollo diffonde nel campo greco una terribile pestilenza, perché è adirato con Agamennone. Questi infatti ha fatto schiava Criseide, giovane troiana figlia di Crise, sacerdote di Apollo, e rifiuta di restituirla al padre.
Conosciuta la causa della peste grazie all’indovino Calcante, Achille, il più forte dei guerrieri, nell’assemblea dei Greci attacca apertamente Agamennone e fa pressioni su di lui perché restituisca Criseide al padre.
Agamennone cede, ma solo a patto di ottennere in cambio Briseide, bottino di guerra di Achille. Per Achille questa richiesta è un abuso di potere, un segno di mancato riconoscimento del suo onore. Di qui l’ira di Achille, definita funesta nel Proemio, perché portatrice di enormi dolori, che provocherà molte morti tra i valorosi guerrieri greci e non solo.
Ira di Achille testo vv. 228-359
Achille, per nulla intimorito dall’autorità di Agamennone, lo assale con parole taglienti.
Allora il figlio di Peleo di nuovo con aspre parole
si rivolse all’Atride, e non trattenne la collera:
«Ubriacone, faccia di cane e cuore di cervo,
tu non hai mai avuto il coraggio di armarti
per la guerra assieme ai tuoi uomini, né di andare in agguato
coi migliori dei Greci: questo ti sembra la morte.
Molto meglio è restare nel vasto campo dei Greci
e portar via i premi di chi ti parla apertamente,
re divoratore del popolo, poiché comandi a gente da nulla:
altrimenti, figlio di Atreo, per l’ultima volta avresti offeso.
Ma io ti dico e ti faccio un giuramento solenne:
per questo scettro che non metterà più rami né foglie
da quando una volta è stato tagliato sui monti,
non rifiorirà mai più – il ferro gli ha tolto
foglie e corteccia, e ora lo tengono in mano
i figli dei Greci che amministrano leggi e diritto
in nome di Zeus; è questo il giuramento più grande –
un giorno la nostalgia di Achille invaderà i Greci
tutti; e tu non potrai in nessun modo soccorrerli
per quanto addolorato, quando in tanti cadranno per mano
di Ettore uccisore di uomini, e ti roderai dentro il cuore
per la rabbia di non aver onorato il migliore dei Greci».
Così disse il figlio di Peleo, e gettò a terra lo scettro
adorno di borchie dorate e sedette.
Ira di Achille parafrasi vv. 228-359
E allora di nuovo Achille investì l’Atride, cioè Agamennone figlio di Atreo, con parole durissime, senza minimamente trattenere la sua ira:
«Ubriacone, tu che sei minaccioso come un cane ma vile come un cervo, non mai hai avuto il coraggio di indossare la corazza per combattere in guerra con l’esercito o per tendere agguati con gli Achei più valorosi, perché ti sembrerebbe di morire di paura.
Per te è molto più facile strappare i doni a chi osa affrontarti direttamente mentre te ne stai nel campo sicuro dei Greci, re che ti approfitti del popolo perché comandi uomini da nulla; se così non fosse, avresti offeso per l’ultima volta perché qualcuno si sarebbe opposto. Ma io faccio un solenne giuramento su questo scettro che non metterà più foglie o rami (visto che il tronco da cui deriva si trova sui monti), e che non fiorirà mai più dato che un’ascia di bronzo gli ha tolto foglie e corteccia, tanto che ora i re Greci amministrano la giustizia tenendolo in mano per far rispettare le leggi in nome di Zeus. Giuro che un giorno tutti i Greci, quando moriranno in gran numero massacrati da Ettore, rimpiangeranno Achille e tu ti struggerai di rabbia per non aver soddisfatto me, che sono il più forte tra i Greci». Così disse Achille, il figlio di Peleo, e gettò a terra lo scettro disseminato di chiodi d’oro. Poi si sedette.
Conseguenze e sviluppo dell’ira di Achille
Achille si ritira dalla battaglia
Achille sfoga a parole la sua ira, una rabbia pronta a esplodere, contro Agamennone e lo insulta con una lucidità estrema: Agamennone è vigliacco perché non scende mai in battaglia, ma aspetta che altri vincano per lui le prede. Agamennone è insaziabile, incontentabile e fa combattere ad altri una guerra che in realtà nessuno voleva (secondo la leggenda, all’origine della guerra vi fu il rapimento da parte di Paride, figlio del re di Troia, della bellissima Elena, moglie di Menelao, re di Sparta e fratello di Agamennone, re di Micene). È un re ingiusto che rapina il suo popolo.
Achille, consigliato da Atena, dea della sapienza, rinuncia alla sua schiava Briseide, ma offeso e furibondo abbandona il campo greco e giura che non combatterà più. Si ritira presso le sue navi e chiede alla madre, la ninfa Teti, di vendicare l’affronto subito, con l’intervento di Zeus.
Teti si reca allora da Zeus invocandolo di infliggere ai Greci sconfitte tali da indurre Agamennone al pentimento e il padre degli dèi accoglie questa richiesta.
La morte di Patroclo
Quando ormai i Troiani, protetti dagli dèi, sono sul punto di vincere la guerra, Patroclo, l’amico inseparabile di Achille, prega l’eroe di dargli la sua armatura e di lasciarlo scendere in campo con tutti gli altri Greci.
I Troiani fuggono dinanzi a Patroclo, che credono sia Achille. Ma Ettore, per intervento di Apollo, si accorge della vera indentità di Patroclo, lo affronta, lo uccide e si appropria delle armi di Achille. Quando Achille viene avvertito della morte dell’amico, un intenso dolore lo avvolge; in preda a uno strazio insopportabile si cosparge la testa di cenere, si imbratta il volto e la tunica, si strappa i capelli e si rotola nella polvere.
Teti sente le urla del figlio sin negli abissi del mare dove si trova e si reca da lui per aiutarlo. Cerca invano di consolare il figlio, che replica che niente per lui ha valore adesso che ha perduto l’amico. Si accusa, inoltre, di non essere riuscito a soccorrere Patroclo e condanna l’ira che lo ha spinto ad abbandonare la guerra: giura vendetta in memoria dell’amico ucciso, ricercando la strage dell’uccisore. Questa sarà un’altra forma di ira, diversa dalla precedente: è una rabbia crudele, perché è generata dal dolore, ma è per questo più travolgente e distruttiva.
La vendetta di Achille e la morte di Ettore
Achille si riconcilia con Agamennone e celebra i giochi funebri per onorare Patroclo; poi indossa una nuova armatura preparatagli dal dio Efesto e si prepara a combattere per uccidere Ettore e vendicare Patroclo.
Achille ed Ettore si affrontano in duello ed Ettore cade ucciso. L’ira di Achille non si placa: toglie ad Ettore l’armatura e poi trascina il cadavere legato al cocchio intorno alle mura della città, sotto gli occhi dei genitori, Priamo ed Ecuba, e della moglie Andromaca.
L’ira funesta cede il passo alla pietà
L’ultima grandiosa scena ha per protagonista il vecchio re Priamo, che si reca da Achille per chiedergli di riavere il corpo del figlio. Commosso dalle lacrime di Priamo, Achille si ricorda di suo padre Peleo che non rivedrà più, e in lui vincono l’amore e la pietà per il vecchio re, che spengono una volta per tutte la sua ira funesta. L’eroe restituisce a Priamo il corpo di Ettore, per il quale vengono celebrati solenni funerali.
Il poema che si è aperto con l’ira di Achille si chiude con il lamento funebre delle donne per il suo grande avversario.

