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La Guerra del Vietnam: gli antefatti

La Guerra del Vietnam: gli antefatti – Il 2 settembre 1945 il Partito comunista guidato dal leader Ho Chi Minh proclamò l’indipendenza del Vietnam dal dominio coloniale francese. I francesi, per riprendere il controllo della loro ex colonia, rafforzarono la loro presenza nel Vietnam del Sud e combatterono con il supporto degli Stati Uniti, fino a quando, definitivamente sconfitti, dovettero lasciare il paese.
Nel 1954 la Conferenza di Ginevra divise il Vietnam in due parti:

  • il Vietnam del Nord, una repubblica democratica guidata da Ho Chi Minh, con capitale Hanoi, che si avvaleva dell’appoggio della Repubblica Popolare Cinese e dell’Unione Sovietica;
  • il Vietnam del Sud, con capitale Saigon, sostenuto da Stati Uniti, Australia e altri paesi occidentali.

Gli accordi di Ginevra prevedevano che nel 1956 avrebbero dovuto tenersi regolari elezioni per unificare la nazione, ma tale impegno non venne mai rispettato: la situazione del Vietnam si era inserita nella logica della guerra fredda allora in atto, e perciò il governo della Repubblica sudvietnamita e gli Stati Uniti non avevano alcun interesse a far svolgere elezioni democratiche che avrebbero probabilmente favorito l’influenza comunista sul governo del Sud.

Intanto si era formato il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), un movimento di guerriglieri filocomunisti sudvietnamiti, i vietcong, che cercava di rovesciare il governo sudvietnamita e unire il Vietnam del Sud a quello del Nord.

Per contenere l’espansione comunista, gli Stati Uniti inviarono su ordine del presidente John F. Kennedy dei contigenti militari a sostegno dello stato del sud, mentre il Vietnam del Nord, affiancato da Unione Sovietica e Cina, appoggiava a sua volta il Fronte di Liberazione Nazionale con armi, rifornimenti e soldati. Era l’inizio di una sanguinosa guerra che sarebbe durata più di un decennio.

La Guerra del Vietnam

Nel febbraio 1965 il territorio del Vietnam del Nord diventò il bersaglio di violenti bombardamenti da parte di aerei statunitensi. Successivamente gli Stati Uniti misero in campo tutto il loro moderno e sofisticato apparato bellico: armi e mezzi di trasporto potenti, elicotteri, mezzi blindati e veicoli anfibi, gas tossici, defolianti e il micidiale napalm, una gelatina incendiaria altamente nociva che a contatto con la pelle provoca gravi lacerazioni e piaghe.
I risultati furono devastanti: vennero distrutti non solo obiettivi militari e strategici, ma anche servizi ed edifici pubblici, abitazioni civili e intere zone rurali; la popolazione colpita dalle sostanze tossiche sganciate dagli aerei contraeva gravi malattie all’apparato digerente e respiratorio, le piante seccavano e non producevano più frutti, i pesci e gli uccelli morivano, il riso – la principale risorsa economica del paese – ingialliva.

I vietcong, invece, pur ricevendo dall’Unione Sovietica e dalla Cina armi, equipaggiamenti e viveri, non avevano pari risorse e attrezzature belliche, ma combattevano soprattutto con gli strumenti e le strategie tradizionali della guerriglia. Disseminavano nel folto della vegetazione della foresta o nei guadi dei fiumi fili d’inciampo collegati a granate, mine collocate intorno a ostacoli fittizi, trappole e tagliole, buche riempite con spuntoni avvelenati. Anche se rudimentali, si trattava di armi terribili: non solo potevano infliggere danni fisici letali o permanenti, ma erano distruttivi anche sul piano psicologico, perché costringevano i soldati americani a uno stato di continua allerta e a un sistema di combattimento cui non erano addestrati.

Fondamentali per le azioni di guerriglia furono le gallerie sotterranee, organizzate in un sistema intricato di cunicoli, caverne e trappole; gli accessi nascosti, a volte anche subacquei, consentivano ai vietcong di condurre gli agguati contro i nemici contando sull’effetto sorpresa e di scomparire poi nel nulla.

I soldati degli Stati Uniti erano quindi quotidianamente esposti a una guerriglia che si avvaleva di metodi di combattimento ben diversi da quelli tradizionali, a condizioni per loro insostenibili e con l’incubo di un nemico, chiamato in codice «Charlie», che poteva colpire ovunque e in qualunque modo.

La fine della Guerra del Vietnam

Più il conflitto si protaeva, più gli statunitensi si rendevano conto che era impossibile sconfiggere un avversario in grado di sfruttare così abilmente l’ambiente nel quale si muoveva. Negli Stati Uniti, inoltre, erano sempre più frequenti le manifestazioni pacifiste e il numero dei giovani in età di leva che si rifiutava di partire per il fronte.

Parallelamente cresceva nel mondo la protesta per una guerra assurda, le cui drammatiche immagini venivano quotidianamente trasmesse dalla televisione, e l’opinione pubblica di sinistra, accrescendo l’isolamento del governo statunitense, si mobilitava a favore dei vietcong. A questi fatti si aggiungevano poi gli altissimi costi, che non rendevano più sostenibile il proseguimento della guerra. Così, dopo che già il presidente Nixon aveva avviato trattative con il Vietnam del Nord e il governo rivoluzionario provvisorio, nel 1973 vietnamiti e statunitensi firmarono a Parigi un protocollo di pace, che tuttavia non pose ancora fine alla guerra.

Infine, il 30 aprile 1975 i vietcong e le truppe nordvietnamite entrarono a Saigon, ribattezzata poi Città Ho Chi Minh, costringendo i membri del governo sudvietnamita e i funzionari statunitensi ad abbandonare precipitosamente la città. Il Vietnam del Nord e il Vietnam del Sud furono quindi riuniti nella Repubblica Sociale del Vietnam, con capitale Hanoi.
Gli orrori della Guerra del Vietnam (la «sporca guerra» – come venne chiamata) causarono la morte di due milioni di persone, 60.000 dei quali soldati americani, enormi sofferenze alla popolazioni vietnamita e un gran numero di mutilati e disabili mentali per quella statunitense.