Lavandare di Giovanni Pascoli, parafrasi, analisi e commento
Vincent van Gogh, L'aratro e l'erpice, 1890, Amsterdam, Van Gogh Museum

Lavandare di Giovanni Pascoli: testo poetico, parafrasi, commento, analisi e figure retoriche.

Lavandare di Giovanni Pascoli: il testo poetico

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.

Lavandare di Giovanni Pascoli: parafrasi

1-3 Un aratro senza buoi giace (resta) come se fosse (che pare) abbandonato (dimenticato) in mezzo al campo [che è] per metà (mezzo) grigio e per metà nero, tra una nebbia (vapor) leggera. (Nel campo… nero: l’aratro, solcando il campo in profondità, porta alla luce la terra più umida e fresca e perciò più scura (nera) nascondendo quella arida (grigia) che resta invece in superficie nella parte del campo non ancora lavorata. Per questo motivo un campo arato solo in parte mostra parti scure e parti chiare).

4-6 E dal canale (gora) giunge (viene) [:all’orecchio del poeta] il rumore di acqua (sciabordare) che fanno le (delle) lavandaie (lavandare) ritmato (cadenzato) da (con) frequenti (spessi) colpi (tonfi) [:dei panni battuti nell’acqua] e [da] lenti (lunghi) canti monotoni (cantilene).

7-10 Il vento soffia e fa cadere come neve (nevica) le foglie degli alberi (la frasca) mentre (e) tu [:la persona amata] non torni ancora al tuo paese! Quando partisti, come sono rimasta [sola]! [Sola] come l’aratro [abbandonato] in mezzo al campo incolto (maggese: prima del sistema “a rotazione agraria” – in cui su uno stesso terreno si alternano coltivazioni diverse per non impoverire la terra con un eccessivo sfruttamento – i campi venivano lavorati fino a un certo periodo dell’anno – maggio, da cui “maggese” – e poi lasciati a riposo fino a novembre o all’anno successivo. Perciò con “maggese” s’intende un terreno provvisoriamente non seminato ma solo smosso dall’aratro).

Lavandare di Giovanni Pascoli: commento e analisi

Lavandare, composta tra il 1892 e il 1894, fa parte della sezione di Myricae intitolata «L’ultima passeggiata». Giovanni Pascoli passeggia tra i campi in una giornata autunnale appena offuscata da una nebbia leggera. Sente, dal vicino torrente, gli echi del lavoro delle lavandaie: il tonfo ritmato dei panni battuti e la cantilena, con cui le donne accompagnano la loro fatica, che racconta la triste storia di un amore tradito e di una vana attesa dopo l’abbandono.

La campagna autunnale, con i suoi tristi colori e con gli echi della fatica umana, costituisce lo scenario su cui il poeta proietta uno stato d’animo smarrito e malinconico. Gli oggetti quotidiani si caricano così di significati particolari e di profonde suggestioni e l’immagine dell’aratro in mezzo al campo, che percorre la lirica (v. 2 e v. 10), diviene simbolo di abbandono e di desolazione.

Il testo presenta endecasillabi organizzati nella struttura del madrigale (un’antica forma di componimento poetico di carattere lirico, per lo più di contenuto amoroso), con due terzine (collegate dalla rima del secondo verso) e una quartina a rime alternate secondo lo schema ABA CBC DEDE (i vv. 7 e 9 sono in quasi-rima).

Nel testo risultano particolarmente significative le impressioni visive e le impressioni uditive.
Le impressioni visive sono date: dall’aratro che, «senza buoi», resta abbandonato; dal colore «mezzo grigio e mezzo nero» dei campi; dalla nebbia («vapor») leggera.
Le impressioni uditive sono date dall’onomatopeico «sciabordare» provocato dal lavoro delle lavandaie con i «tonfi spessi» dei panni calati nell’acqua e con le «lunghe cantilene» che accompagnano monotamente il loro lavoro; dal vento che «soffia», mentre dagli alberi cadono le foglie autunnali («nevica la frasca»).

Ancora importante è la parola «maggese» e la sua posizione, che chiude il componimento: essa comunica definitivamente quella sensazione di incompletezza e di abbandono, che traspare da tutta la poesia.

Lavandare di Giovanni Pascoli: figure retoriche

v. 4 «E cadenzato dalla gora viene» → è un iperbato (rovesciamento dell’ordine sintattico della frase: «E dalla gora viene..»).

v. 5 «lo sciabordare delle lavandare» → è un’onomatopea (il gruppo semantico sc suggerisce il rumore prodotto dai panni nell’acqua).

v. 6 «con tonfi spessi e lunghe cantilene» → è un chiasmo (sostantivo-aggettivo / aggettivo-sostantivo).

v. 7 «Il vento soffia e nevica la frasca» → è una metafora (i rami mossi dal vento, lasciano cadere le foglie, che volteggiano nell’aria come fiocchi di neve).

v. 10 «come l’aratro in mezzo alla maggese» → è una similitudine (da quando l’amato è partito, la donna è rimasta sola come l’aratro abbandonato).

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