Lavoro minorile: perché è così diffuso e come combatterlo

Il lavoro minorile in Italia e nel mondo: perché è così diffuso e come combatterlo. Tema di Italiano

Nel mondo sono centinaia di milioni i bambini costretti a lavorare numerose ore al giorno. La maggior parte di essi vive in Asia. Qui sono impiegati nelle piantagioni, nelle concerie, nelle cave, nelle miniere, nei laboratori tessili e di giocattoli, nel lavoro domestico e nella selezione dei rifiuti. Tanti altri vivono in Africa sfruttati soprattutto nel settore agricolo; altri ancora vivono in America latina e lavorano nelle imprese agricole, nelle piantagioni, ma anche nelle miniere e nelle fabbriche di abbigliamento.

Il lavoro minorile non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo, ma anche gli Stati Uniti e l’Europa, Italia compresa.

Il lavoro minorile è molto vantaggioso per i datori di lavoro, poiché permette di abbassare i costi di produzione (i bambini vengono pagati molto meno degli adulti) e di contare su una manodopera che non si ribella e non si organizza per rivendicare un trattamento migliore. Inoltre, i bambini, per la loro agilità e la loro struttura fisica, rendono meglio degli adulti in determinate mansioni.

Non sono solo le imprese locali a utilizzare il lavoro minorile, ma anche famose multinazionali, che appaltano la produzione delle merci a imprese del luogo, le quali, appunto, impiegano manodopera a bassissimo costo.

È la povertà la causa del lavoro minorile: in condizioni di vita più dignitose, i genitori non sarebbero costrette a far lavorare i figli e potrebbero ristituirli ai giochi, alla scuola, agli amici, allo sport. Inoltre, essendo  privati dell’istruzione, questi bambini non potranno neppure migliorare le proprie condizioni di vita e saranno sfruttati anche da adulti.

Le prime leggi in difesa della tutela dei minori risalgono agli ultimi decenni dell’Ottocento. Nel 1878 entrò infatti in vigore in Inghilterra la legge che portò l’età minima di impiego a 10 anni, e ai datori di lavoro fu richiesto di ridurre l’utilizzo di fanciulli tra i 10 e i 14 anni, facendoli lavorare a giorni alterni o a mezza giornata. Ma queste disposizioni vennero a lungo ignorate, spesso con la complicità delle famiglie, che avevano estremo bisogno anche dello scarso salario che i più piccoli potevano portare a casa dal lavoro in fabbrica, nei campi, in miniera. Non era diversa la situazione in Italia, soprattutto nelle regioni meridionali.

Ancora oggi comunque, sebbene la nostra legge imponga la frequenza scolastica almeno fino ai 16 anni e non consenta l’assunzione di lavoratori al di sotto di quell’età, la realtà del lavoro minorile è ampiamente diffusa. Molti bambini passano le loro giornate lavorando duramente invece che andare a scuola o giocare. Nelle nostre città spesso i bambini sono costretti dagli adulti a chiedere l’elemosina o a fare i lavavetri lungo le strade.

Nel novembre del 2000 è entrata in vigore la Convenzione n. 182 dell’OIL, l’Organizzazione internazionale del lavoro creata nel 1919, per studiare i problemi del lavoro sotto tutti gli aspetti e proporre delle soluzioni. Gli Stati che la ratificano si assumono l’impegno di attivarsi concretamente con propri programmi nazionali per eliminare le forme peggiori di sfruttamento minorile. Secondo l’art. 3 della Convenzione n. 182 sono tali:

  • tutte le forme di schiavitù e pratiche analoghe, come la vendita e il traffico dei minori, la schiavitù per debiti, la servitù e il lavoro forzato o obbligatorio, incluso l’arruolamento forzato o obbligatorio dei minori nei conflitti armati;
  • l’uso, la ricerca o l’offerta di minori a scopo di prostituzione, di produzione di materiali o di spettacoli pornografici;
  • l’uso, la ricerca, l’offerta di minori per attività illecite, in particolare la produzione o il traffico di stupefacenti;
  • qualsiasi tipo di lavoro che, per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto, può danneggiare la salute, la sicurezza e la moralità dei minori.