Università nel Medioevo
Università nel Medioevo - Studenti raffigurati in un frammento dell'arca di Giovanni da Legnano. Opera di Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Bologna, Museo medievale.

L’Università è una delle grandi “invenzioni” del Medioevo. La fondazione delle Università fu determinata dal risveglio della vita cittadina e dall’accresciuta domanda di cultura da parte dei protagonisti delle attività economiche.

Già alla fine del secolo XI e poi nel corso del secolo XII erano nati centri di insegnamento superiore, che nel secolo XIII ebbero licenza di rilasciare titoli di valore pubblico. Questi centri assumevano il nome di Studium (Studio) o di Studium generale (cioè luogo di studi aperto a tutti) ed erano inizialmente legati a ordini religiosi, come abbazie, conventi, chiese.

Poi nascono le Universitates, cioè grandi associazioni di studenti e di professori, dove gli insegnanti possono essere retribuiti direttamente dagli studenti, ma possono essere anche stipendiati dal Comune, come accade a Bologna, dove sorge la prima università italiana.

L’Università di Bologna nacque nel 1088 per iniziativa degli studenti di diritto, cui nel 1158 l’imperatore Federico Barbarossa concesse immunità e privilegi. Dal XIV secolo in poi gli studi giuridici cessano di essere l’unico punto di riferimento di questa Università e ad essi si affianca quello delle artes: medicina, filosofia, aritmetica, astronomia, logica, retorica e grammatica. Dal 1364 viene istituito anche l’insegnamento della teologia. A Bologna studiano i più illustri letterati: Dante Alighieri e Francesco Petrarca, ma anche Guido Guinizzelli, Cino da Pistoia, Cecco d’Ascoli, Salimbene da Parma.

L’altra grande Università medievale, Parigi, ebbe un primo parziale riconoscimento nel 1200, in seguito a una rivendicazione dei maestri, che volevano sottrarsi alla tutela del vescovo.

L’Università inglese di Oxford si formò intorno al 1170 in seguito all’emigrazione di un gruppo di studenti da Parigi, e diede a sua volta vita, tra il 1230 e il 1240, all’Università di Cambridge.

In Italia l’esempio dell’Università di Bologna e della Scuola di medicina di Salerno (già attiva alla metà dell’XI secolo, fu riconosciuta e riordinata nel 1231 per esplicita volonà dell’imperatore Federico II) fu seguito nel 1222 da Padova, nel 1224 da Napoli, nel 1290 da Macerata, nel 1303 da Roma, nel 1308 da Perugia, nel 1343 da Pisa e da tante altre città medie e grandi.

Nelle Università si impartivano insegnamenti di livello superiore, che si organizzavano in quattro facoltà: arti, diritto, teologia e medicina. La prima forniva la preparazione di base, fondata sullo studio del latino e delle arti del Trivio (grammatica, retorica, dialettica), ed era propedeutica alle successive.
Il corso di studi durava di regola parecchi anni e terminava con il conferimento della “laurea”, così detta dalla corona di alloro che tradizionalmente indicava la vittoria. L’insegnamento era impartito in latino, quindi non vi erano barriere linguistiche nazionali.

Maestri e studenti godevano di «libertà e privilegi». Come ogni corporazione, infatti, l’Università poteva promulgare degli statuti per fissare la disciplina interna e stabilire le regole di funzionamento; programmi, corsi, esami, conferimenti dei gradi successivi (bacellierato, licenza, dottorato) erano liberamente decisi in ogni facoltà dall’assemblea dei maestri. L’Università organizzava anche il reciproco e fraterno aiuto fra i membri, assicurava la loro difesa e li rappresentava di fronte alle autorità esterne.

Le Università si trovarono spesso a dover difendere anche con le armi questa loro autonomia dai Comuni ma anche e soprattutto dal potere episcopale. Il problema chiave era la libertà d’insegnamento: secondo la concezione tradizionale del Medioevo, la cultura era inscindibile dalla fede e doveva quindi essere sottoposta alla direzione dei vescovi, cui spettava il compito di concedere la licentia ubique docendi («licenza d’insegnare ovunque»).
In questa lotta vinsero le Università. Decisiva nella vittoria si rivelò la compattezza dei loro membri, animati da interessi comuni e da una comune ideologia: gli universitari erano consapevoli di rappresentare una sorta di «terzo potere», il potere della cultura, che si affiancò a quello della Chiesa e delle monarchie.
Non meno decisivo fu l’uso di strumenti di lotta come lo sciopero: per esempio a Parigi nel 1229, dopo che i soldati del re avevano ucciso due studenti durante un tumulto, le lezioni furono sospese per due anni. Per farle riprendere il re fu costretto nel 1231 a proclamare ufficialmente l’indipendenza dell’Università di Parigi e a confermarle tutta una serie di privilegi. Il fatto è che le Università portavano prestigio al sovrano e alle città che le ospitavano, e la stessa presenza degli studenti (dai tremila ai cinquemila a Parigi, circa duemila a Bologna, circa millecinquecento a Oxford) recava benefici economici non indifferrenti alla collettività.

Nella lotta di indipendenza con il potere cittadino, il papato appoggiò l’autonomia universitaria, assecondando lucidamente i propri interessi: contro i poteri laici rivendicava ancora una volta la superiorità della Chiesa; contro i poteri religiosi locali affermava il potere accentratore della Santa Sede. Questa protezione fu pagata a caro prezzo dagli intellettuali laici, la cui libertà di pensiero fu, in certa misura, istruita dalla Chiesa.

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