Lotta per le investiture
Lotta per le investiture- Enrico IV di Franconia innanzi Gregorio VII a Canossa.

Lotta per le investiture” è un’espressione che indica da una parte la pretesa imperiale di “investire” (nominare) vescovi-conti e pontefici; dall’altra la posizione papale che attribuiva al pontefice il potere di consacrare o destituire gli imperatori.

La lotta per le investiture ebbe inizio quando papa Niccolò II (980 ca.-1061), in occasione del concilio lateranense del 1059, decretò che la Chiesa non avrebbe più tollerato alcuna ingerenza imperiale o di altri laici nell’elezione del papa.

Fino ad allora, infatti, il papa era stato eletto per acclamazione del popolo e dal basso clero della città di Roma, che potevano essere facilmente manovrati. Con il decreto di Niccolò II, l’elezione veniva affidata ai cardinali. Niccolò II stabilì inoltre che da quel momento in poi nessun ecclesiastico poteva essere nominato da un laico: l’imperatore, i sovrani, i grandi feudatari venivano in tal modo privati del potere di attribuire i benefici ecclesiastici.

Per comprendere il motivo che induceva i laici ad arrogarsi il diritto di scegliere i titolari dei benefici ecclesistici, occorre rifarsi alla pratica altomedievale per la quale i signori fondavano, sulla terra di loro proprietà, una chiesa, dotandola di beni.
Conseguenza fu che essi volevano nominare personalmente l’ecclesiastico che godeva dei beni concessi alla chiesa (di proprietà del signore).

Tale pratica si affermò anche in campo politico: per amministrare il suo regno l’imperatore preferiva servirsi della feudalità ecclesiastica, che, rispetto a quella laica, non comportava problemi di successione, perché morto l’ecclesiastico, il beneficio tornava all’imperatore, che poteva disporne a suo piacimento.

Le resistenze dell’imperatore all’azione di Niccolò II furono comprensibilmente fortissime: togliergli la possibilità di scegliere vescovi e abati, che in quanto funzionari imperiali erano il nerbo della sua amministrazione, significava colpire al cuore il suo potere.

L’apice dalla lotta per le investiture si ebbe con il papa Gregorio VII (1073-1085) e l’imperatore Enrico IV di Franconia (1056-1106). Lo scontro si aprì nel 1075 quando il papa promulgò i cosiddetti Dictatus papae.

Ecco un estratto del Dictatus papae:

I La Chiesa romana è stata fondata unicamente dal Signore
II Solo il romano pontefice sia detto, legittimamente, universale
III Egli solo può deporre o assolvere i vescovi
IX Il papa è l’unico uomo cui tutti i principi bacino i piedi
XII A lui è permesso deporre gli imperatori
XVI Nessun sinodo può convocarsi senza suo ordine
XVIII Il suo giudizio non deve essere riformato da nessuno e solo lui può riformare il giudizio di tutti
XIX Egli non deve essere giudicato da nessuno
XXII La Chiesa romana non ha mai sbagliato; e, secondo la testimonianza della Scrittura, non sbaglierà mai
XXIII Il pontefice romano, canonicamente ordinato, è oltre ogni dubbio santificato per i meriti del beato Pietro
XXIV Dietro ordine e con il consenso del papa, è permesso ai sudditi di formulare un’accusa
XXVII Il papa può sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà agli ingiusti

L’imperatore reagì: convocò nel 1076 a Worms un concilio di vescovi tedeschi, che dichiarò decaduto il papa. Il papa scomunicò l’imperatore. Bisogna considerare che la scomunica non aveva soltanto conseguenze religiose (l’estromissione del sovrano dalla comunità dei fedeli) ma anche politiche: essa svincolava infatti i sudditi cristiani dall’obbedienza al sovrano (per un approfondimento leggi La scomunica, il suo valore nel tempo clicca qui).

Enrico IV si umilia a Canossa – Per scongiurare lo sgretolamento della propria autorità, Enrico IV dovette rassegnarsi a implorare il perdono del papa. Intervenne in suo favore la marchesa Matilde di Canossa (1046-1115), potente feudataria, amica e consigliera di papa Gregorio VII e Ugo, abate del monastero di Cluny. La penitenza fu dura e umiliante: l’imperatore dal 25 al 27 gennaio 1077, per tre giorni e tre notti, attese in mezzo alla neve, scalzo e vestito da penitente, prima che si aprissero le porte del castello di Canossa, dove venne infine ricevuto da Gregorio VII, che ritirò la scomunica.

La partita però non era ancora chiusa: l’imperatore, una volta eliminati i propri oppositori in Germania, riprese a nominare i vescovi in aperto spregio dei decreti papali. Scese quindi nuovamene in Italia, depose il pontefice e nominò al suo posto Clemente III, dal quale si fece consacrare imperatore in San Pietro.

Assediato in Castel Sant’Angelo, Gregorio VII chiamò in aiuto il re dei normanni Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (l’astuto). Quest’ultimo occupò la città e liberò il papa, ma i suoi soldati si abbandonarono a saccheggi e a violenze gravissime. Il popolo di Roma, inasprito, si ribellò contro Gregorio VII, che fu costretto a riparare a Salerno, dove morì nel 1085 e dove è attualmente sepolto nella cattedrale (sulla sua tomba fu posta la frase Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità: perciò muoio in esilio).

Enrico IV morì a sua volta nel 1106, dopo che una congiura lo costrinse ad abdicare. Il figlio e successore Enrico V (1106-25) riuscì a trovare con il pontefice Callisto II un’intesa che fu formalizzata nel concordato di Worms, il 23 settembre 1122. Nel concordato di Worms si stabilì che l’investitura del potere spirituale, i cui simboli erano l’anello e il pastorale, era riservata alla Chiesa, mentre all’impero spettava l’investitura del potere politico.

In realtà si trattava di un compromesso, non della vera soluzione del problema. Dopo di allora la controversia continuò, trasformandosi da lotta per la libertà della Chiesa in lotta tra due i poteri per il predominio sul mondo cristiano, un conflitto che durerà per tutto il XII e il XIII secolo.

Questo argomento è tratto da Riassunti di Storia-Volume 3 di Studia Rapido. L’Ebook è in vendita su Apple Store e Amazon Kindle.