Il sionismo, sorto nel contesto dell’antisemitismo e del nazionalismo europeo dell’Ottocento, è il movimento politico e ideologico nato nel 1897 per iniziativa di Theodor Herzl, con lo scopo di guidare il ritorno degli ebrei in Palestina e crearvi uno Stato nazionale ebraico, dopo secoli di diaspora e di persecuzioni. Tuttavia, questo progetto, che si concretizzò nel 1948, con la proclamazione della nascita dello Stato d’Israele, si è scontrato con la realtà di una terra già abitata, innescando una dinamica conflittuale le cui ripercussioni si avvertono ancora oggi.
Theodor Herzl crea il movimento sionista
Il padre del sionismo (da Sion, nome del colle su cui nacque la città di Gerusalemme, simbolo della Terra Promessa e dell’antica patria ebraica) è il giurista e giornalista ebreo-ungherese Theodor Herzl (1860-1904).
Testimone diretto dei fatti che a Parigi scatenarono il movimento antisemita che culminò con l'”Affare Dreyfus” (che vide ingiustamente accusato un ufficiale dell’esercito francese di origini ebree), Herzl rimase sconvolto dall’odio dimostrato verso i suoi correligionari. Nel 1896 pubblicò il libro nel quale fissò il programma del movimento e che divenne il punto di riferimento per il movimento sionista mondiale: Der Judenstaat (tradotto in italiano con il titolo Lo Stato ebraico). In esso si denunciavano le persecuzioni antisemite – soprattutto in Russia, in Germania e in Francia – e si teorizzava il diritto alla creazione di un’entità nazionale ebraica.
Il Primo Congresso Mondiale Sionista
L’anno successivo, nel 1897, Herzl organizzò a Basilea, in Svizzera, il Primo Congresso Mondiale Sionista. In tale occasione il movimento si dichiarò religiosamente neutrale, affermando di voler costituire uno Stato – ebraico sì, ma laico (la religione doveva essere separata dalla gestione della cosa pubblica) – in Palestina (regione che a quel tempo era parte dell’Impero ottomano ormai in disfacimento), per poter dare rifugio agli ebrei perseguitati in Europa, che, verso la fine dell’Ottocento, iniziava a essere interessata da posizioni di intransigente nazionalismo.
In quell’occasione fu anche deciso di raccogliere fondi in tutto il mondo per acquistare terre coltivabili in Palestina affidandole a coloni ebrei. Ebbe così inizio la penetrazione degli ebrei in Palestina.
La Dichiarazione Balfour
L’immigrazione ebraica in Palestina aumentò significativamente durante il mandato britannico, specialmente dopo la Dichiarazione Balfour del 1917 quando la Gran Bretagna, che aveva occupato la Palestina sottraendola ai Turchi, riconobbe ai sionisti il diritto di creare un “focolare nazionale ebraico” in quella regione, cioè una sorta di territorio autonomo sotto la protezione inglese.
Ma già negli anni precedenti la Prima guerra mondiale si erano verificati alcuni attriti tra immigrati ebrei e arabi in Palestina. I nuovi arrivati, infatti, coltivavano direttamente e personalmente le terre che il movimento sionista aveva acquistato dai latifondisti arabi, dando vita a fattorie gestite in modo comunitario (kibbutz). Per un gran numero di palestinesi (la popolazione araba che viveva in Palestina) ciò significò disoccupazione e, di riflesso, rancore e astio verso l’insediamento ebraico.
La svolta degli anni Trenta
Consapevole dell’ostilità di gran parte dei palestinesi, la Gran Bretagna cercò di modificare l’assetto demografico della regione mediante l’arrivo di un gruppo significativo di ebrei provenienti dall’Europa, propensi a guardare in modo favorevole alla Gran Bretagna. Sebbene Londra non avesse la minima intenzione di permettere la nascita di uno Stato degli ebrei, il loro insediamento riuscì a mettere radici molto salde in Palestina, creando una situazione che impensierì sempre più gli arabi.
La situazione divenne insostenibile negli anni Trenta. Infatti, dopo la vittoria di Hitler in Germania, e dopo l’adozione di leggi antisemite in vari altri Paesi d’Europa, l’emigrazione ebraica verso la Palestina subì una brusca e repentina impennata: nel 1930 arrivarono circa 4 000 persone; nel solo 1935, invece, gli immigrati toccarono la quota di 62 000 persone. Pertanto, sostenuti dai Fratelli musulmani egiziani, gli arabi palestinesi si ribellarono e iniziarono a combattere sia contro gli inglesi, sia contro i sionisti. La grande rivolta araba durò dal 1936 al 1939.
Il Libro Bianco britannico sull’immigrazione ebraica in Palestina
Notevolmente preoccupati per il quadro mondiale complessivo (a questa data era ormai evidente che una seconda guerra mondiale poteva scoppiare da un mese all’altro) e incapaci di reprimere la rivolta con la sola forza delle armi, le autorità inglesi emanarono infine, nel maggio del 1939, un Libro Bianco. Si trattava di un rapporto sulla situazione palestinese, che fissava per l’immigrazione ebraica un tetto massimo di 75 000 individui in cinque anni. In tal modo, il governo inglese prese alla lettera la seconda affermazione della Dichiarazione Balfour, in base alla quale la maggioranza degli abitanti della Palestina avrebbe dovuto restare araba. Molti ebrei continuarono comunque a entrare in Palestina, ma lo fecero in modo illegale e clandestino.
L’entrata in scena degli Stati Uniti
La Seconda guerra mondiale fece entrare in scena gli Stati Uniti, un Paese che ospitava una vasta e influente comunità ebraica. Essa comprendeva ben cinque milioni di persone. Fino a quel momento, però, gli ebrei americani si erano mostrati decisamente freddi nei confronti del sionismo.
Nel 1944, il leader sionista David Ben Gurion si rivolse proprio a questi israeliti statunitensi, per chiedere aiuto e sostegno in ordine all’abolizione del Libro Bianco. A guerra finita, scosse dalla ferocia della Shoah (e, forse, dal senso di colpa provato a causa dello scarso aiuto prestato alle vittime), le comunità ebraiche americane sostennero con rinnovata energia il progetto di uno Stato ebraico, che infine venne fatto proprio anche dal presidente Harry Truman.
La nascita dello Stato di Israele
La Gran Bretagna cercò di restare sulle sue posizioni prebelliche. Pertanto, rifiutò il permesso di sbarco a migliaia di profughi che, dopo essere scampati ai campi di sterminio, arrivavano via mare in Palestina. Per smuovere la situazione, gli ebrei di Palestina ricorsero alla guerriglia e al terrorismo, compiendo atti clamorosi finalizzati a mettere in imbarazzo il governo inglese e a obbligarlo ad abbandonare il Paese. Infine, nel febbraio 1947, la Gran Bretagna rimise l’intera questione all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Infatti, nella sua qualità di erede della Società delle Nazioni, che aveva assegnato il mandato al Regno Unito, spettava a lei risolvere la delicata questione della sorte del territorio palestinese.
Il 14 maggio 1948 venne proclamata la nascita dello Stato di Israele. Seguirono immediatamente lotte e vere e proprie guerre che gli israeliani si trovarono a combattere contro i palestinesi e gli stati arabi confinanti. E, infatti, la prima guerra contro Israele (guerra arabo-israeliana) scoppiò subito, nel 1948, e contrariamente alle previsioni portò a un ulteriore allargamento dei territori israeliani, i quali si ampliarono ancora di più nei decenni successivi.
Da allora, fino a oggi, tutta la regione palestinese è tormentata da conflitti tra israeliani e palestinesi che, indirettamente, coinvolgono non solo gli stati arabi confinanti, ma anche, a livello diplomatico, le maggiori potenze mondiali, schierate con l’una o con l’altra parte.

