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Nascita dello Stato di Israele: quando e come è nato e conseguenze

La nascita dello Stato di Israele in Palestina viene proclamata il 14 maggio 1948, all’indomani della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Si realizzava così il sogno del movimento sionista, nato in Europa nel 1896, di ricostituire uno stato ebraico autonomo in Palestina, la “Terra promessa” da Dio ad Abramo (capostipite del popolo ebraico) e alla sua discendenza, secondo la Bibbia ebraica.
Tuttavia, alla proclamazione della nascita dello Stato di Israele il 14 maggio 1948, la regione della Palestina era abitata in larga maggioranza da arabi, che, contrariati, diedero inizio alla prima guerra arabo-israeliana (1948). Il conflitto si concluse nel 1949 con la vittoria israeliana, l’estensione dei confini di Israele rispetto al piano ONU e l’esodo di circa 700 000 palestinesi, noto come Nakba (catastrofe).

La creazione dello Stato di Israele e la guerra che ne seguì aprirono una ferita non ancora rimarginata in Medio Oriente. Né le guerre che si sono succedute né l’impegno diplomatico mondiale sono riusciti fino a oggi a riportare la pace in quei luoghi.

Come e perché si arrivò alla nascita dello Stato di Israele

Nel 135 d.C., dopo aver subito l’invasione romana, gli ebrei abbandonarono la Palestina, dove vivevano dal XIII secolo a.C. ed emigrarono in diverse aree del Mediterraneo, dando luogo a un processo di dispersione chiamato “diaspora”. Da allora vissero una lunga serie di persecuzioni.

Nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, diverse migliaia di ebrei si erano trasferiti in Palestina aderendo al movimento sionista che proclamava la necessità del popolo ebraico di ritornare alla sua “Terra promessa” da Dio ad Abramo (capostipite del popolo ebraico, nella tradizione biblica). Al termine della Seconda guerra mondiale, gli orrori della Shoah avevano fatto notevolmente aumentare queste rivendicazioni. Tuttavia la regione era da secoli abitata da arabi, allora circa un milione, ben poco disponibili a far posto alla crescente massa degli immigrati ebrei, tanto più che questi finivano per emarginarli sul piano sia economico che politico. I rapporti tra le due popolazioni, quindi, si inasprirono notevolmente. Le Nazioni Unite allora intervennero proponendo un piano di spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e l’altro arabo.

Il piano dell’ONU per la spartizione della Palestina

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) approvò la Risoluzione 181 che prevedeva la fine del mandato britannico sulla Palestina (in vigore dal 1920, dopo la caduta dell’Impero ottomano, di cui quella regione faceva parte) e la creazione in quel territorio (la Palestina) di due Stati indipendenti e sovrani, uno israeliano e uno palestinese (rispettivamente uno ebraico e uno arabo), con Gerusalemme sottoposta a un’amministrazione internazionale presieduta dall’ONU, così da salvaguardarne lo status di Città Santa per le tre religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islamismo).

Secondo l’ONU, lo Stato ebraico avrebbe dovuto comprendere il 55% della superficie e ospitare 500 000 ebrei e 497 000 arabi; nello Stato palestinese, invece, avrebbero dovuto vivere 750 000 arabi e 10 000 ebrei.

La proclamazione dello Stato d’Israele e la prima guerra arabo-israeliana

Il 14 maggio 1948 gli ebrei proclamarono, in modo unilaterale, lo Stato d’Israele. Pochi giorni dopo la creazione dello Stato di Israele una lega di Paesi arabi (Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq) scatenarono contro Israele la prima guerra arabo-israeliana (1948). Vinse Israele (1949) che si espanse, lasciando ai palestinesi solo la striscia di Gaza, la parte vecchia di Gerusalemme e la Cisgiordania.
La vittoria dello Stato di Israele costrinse migliaia di arabi palestinesi a fuggire nei Paesi arabi vicini, raccolti in enormi e invivibili campi profughi.

Le guerre arabo-israeliane

Negli anni seguenti (1956, 1967, 1973) scoppiarono altre guerre arabo-israeliane, nelle quali gli eserciti dei paesi arabi furono sempre sconfitti.
Particolare importanza ebbe la guerra dei Sei giorni (1967), in seguito alla quale Israele occupò diversi territori arabi: la striscia di Gaza (amministrata dall’Egitto); la Cisgiordania e la parte araba di Gerusalemme (amministrata dalla Giordania); la penisola del Sinai (Egitto); le alture siriane del Golan.

La pressione internazionale impedì però a Israele di annettere questi territori, abitati da circa 1,5 milioni di arabi palestinesi. Tuttavia il suo governo mantenne il regime di occupazione militare, promuovendo l’insediamento di numerose colonie ebraiche al loro interno.

Gli arabi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), istituita nel maggio 1964, risposero a tali scelte politiche con azioni di guerriglia locale e atti di terrorismo internazionale esplosi clamorosamente nel 1972 con il sequestro e l’uccisione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco (Il Massacro di Monaco del 5 settembre 1972), che proseguì con dirottamenti aerei e dilagò in terrificanti stragi quasi quotidiane.

Nel 1973 scoppiò un’altra guerra tra arabi e israeliani, chiamata guerra del Kippur, dal nome della festa ebraica durante la quale scoppiò il conflitto. Inizialmente furono gli arabi a ottenere consistenti successi, ma in seguito gli israeliani passarono a una decisiva controffensiva.

Accordi di pace

Nel 1979 l’Egitto firmò una pace separata con Israele e riottenne il Sinai. La pace fra Israele ed Egitto servì ad attenuare il contrasto fra israeliani e palestinesi, ma non a farlo scomparire del tutto. Un punto d’incontro fu raggiunto solo il 26 ottobre 1993, quando Yasser Arafat – dal 1968 alla sua morte (2004) leader incontrastato dell’OLP – e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin firmarono a Washington un accordo in base al quale Israele accettò l’autogoverno palestinese nella striscia di Gaza e in alcune zone della Cisgiordania, come primo passo verso la costituzione di uno Stato palestinese e, a sua volta, l’OLP riconobbe a Israele il diritto a esistere come nazione e s’impegnò a rinunciare ai metodi terroristici.

In seguito a questi accordi, nel 1994 s’insediò a Gerico il primo governo dell’Autorità nazionale palestinese (ANP), presieduto da Arafat.

Il processo di pace subì una battuta di arresto il 4 ottobre 1995, quando il primo ministro Rabin fu ucciso in un attentato da un giovane israeliano di estrema destra. Dopo quell’assassinio la situazione degenerò. Gli episodi di violenza si andarono moltiplicando: ai continui attentati terroristici, da parte dei palestinesi, Israele rispose con bombardamenti aerei, incursioni di carri armati, attacchi contro gli esponenti più in vista delle organizzazioni palestinesi.

Il Muro di Israele

Dal 2002, in risposta all’intensificarsi degli attacchi terroristici, il governo israeliano ha dato il via alla costruzione in Cisgiordania di un lungo muro fortificato (decisione condannata dalla Corte di Giustizia e dall’Unione Europea).

Il muro, realizzato oggi per più di 300 km e alto da 4 a 8 metri, separa i più importanti territori palestinesi della Cisgiordania da Israele. Il passaggio del muro è regolato da Israele con minuziosi controlli di sicurezza, che rendono molto difficile per i palestinesi spostarsi dai territori dove vivono a Israele, dove spesso lavorano. Famiglie e comunità sono così oggi divise, come è accaduto per decenni in Europa con il Muro di Berlino.

Il Muro di Israele
Il Muro di Israele

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