Umanesimo: definizione, contenuti, protagonisti

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Umanesimo: definizione, caratteri, protagonisti
"Ritratto della famiglia Gonzaga" di Andrea Mantegna; particolare della parete settentrionale della Camera degli Sposi, 1465-1474, affresco, Mantova, castello di San Giorgio.

Umanesimo: definizione, contenuti, protagonisti. Riassunto di Letteratura italiana per conoscere e memorizzare rapidamente.

Umanesimo: definizione

L’Umanesimo è quel vasto movimento culturale che ha come caratteristica principale la riscoperta dell’uomo attraverso la ricerca e la lettura dei classici latini e greci: le Humanae Litterae o studia humanitatis, da cui appunto trae origine il termine “Umanesimo”.

Iniziato negli ultimi decenni del Trecento si diffonde poi per tutto il Quattrocento.

Umanesimo: l’uomo al centro dell’Universo

L’Umanesimo pone l’uomo al centro dell’Universo. Egli è considerato artefice, padrone del proprio destino, libero di compiere tutto ciò che progetta.

Durante l’Umanesimo si diffonde quindi una grande fiducia nell’intelligenza umana; si esaltano in particolar modo, la dignità dell’uomo, la sua superiorità sugli altri esseri naturali, le sue innumerevoli capacità creative.

Durante l’intero arco del Cinquecento, poi, il Rinascimento porterà alla piena maturazione e alla massima diffusione gli ideali di vita e di pensiero dell’Umanesimo.

Umanesimo: la riscoperta e la ricerca dei classici

Gli umanisti sono gli eredi spirituali di un grande toscano vissuto nel Trecento, Francesco Petrarca.

Egli, oltre a essere un raffinato poeta, aveva dedicato la sua vita a ricercare nei  monasteri sparsi per l’Europa i testi che gli amanuensi avevano salvato dalla distruzione, ma che erano rimasti confinati nelle biblioteche dei monaci (per un approfondimento leggi La cultura antica salvata dai monasteri).

Questi testi contenevano le opere dei classici, cioè degli  autori ritenuti di “classe” superiore, come i latini Virgilio, Orazio, Cicerone o come i greci Omero, Sofocle e tanti altri.

Entusiasmati dalle scoperte di Petrarca, molti altri studiosi si dedicano a queste ricerche; altri ancora invece cercano di riportare alla luce una diversa categoria di “classici”, cioè i capolavori della scultura greca rimasti sepolti tra le rovine degli edifici romani.

La ricerca dei manoscritti e delle opere d’arte perdute diventano il punto centrale del movimento umanistico. Il loro progressivo ritrovamento è talmente emozionante che fa esplodere il desiderio di trovare nuove forme d’arte, diverse da quelle medievali e capaci di imitare e superare i grandi modelli del passato.

Mecenatismo e potere

L’esplosione senza uguali dell’arte è resa possibile dall’esistenza delle Signorie e dal mecenatismo dei loro signori. Nulla di quanto oggi vediamo sarebbe stato realizzato senza le enormi quantità di denaro che ciascuno di essi in qualità di mecenate elargì per finanziare la costruzione di chiese e palazzi, decorare i loro interni, compensare gli artisti che vi lavoravano.

Il mecenate più famoso è Cosimo de’ Medici. Non bisogna però dimenticare tutti gli altri: i papi sono tra i più generosi. Essi chiamano a Roma artisti come Raffaello e Michelangelo Buonarroti, insieme a uno stuolo di architetti che cambiano il volto della città.

Importanti sono anche i duchi di Montefeltro a Urbino; i Gonzaga a Mantova; gli Estensi a Ferrara; i da Carrara a Padova; i dogi a Venezia; gli Sforza a Milano; gli stessi Aragonesi a Napoli e altri ancora.

Ciò che spinge i signori al mecenatismo è un sincero amore per la cultura e la bellezza, sempre però affiancato dalla necessità di superare chiunque in ricchezza e prestigio. In un mondo dove imperano ormai il potere e il denaro, esibire un palazzo magnifico o uno splendido affresco può avere un effetto pari a quello di mostrare un esercito in armi.

L’evoluzione della lingua

Nella prima metà del Quattrocento, con l’Umanesimo, il volgare subisce una grave crisi. Gli umanisti, infatti, riaffermano la validità letteraria del latino, mentre rifuggono costantemente dall’uso del volgare, considerato inferiore e inadatto all’espressione letteraria. Dante stesso, sebbene elogiato per i concetti espressi nella Divina Commedia, è da essi aspramente criticato per aver preferito il volgare al latino.

Però, nella seconda metà del Quattrocento il volgare riprende vigore; torna a essere la lingua della letteratura, arricchito e potenziato dall’esperienza del risorto latino classico. Gli intellettuali, infatti, si rendono conto che il volgare ha la stessa dignità e le stesse doti espressive del latino.

Alla riaffermazione del volgare concorrono alcuni grandi scrittori e poeti, come Leon Battista Alberti, Lorenzo de’ Medici, Angelo Poliziano, Matteo Maria Boiardo, Luigi Pulci, Leonardo da Vinci.

Un altro fattore contribuisce in maniera determinante alla ripresa del volgare: l’invenzione della stampa a caratteri mobili, a opera del tedesco Gutenberg, in quanto consente una maggiore diffusione dei testi scritti in questa lingua.

Questo articolo è tratto da Riassunti di Storia volume 5

 

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