Don Abbondio è il parroco del paese in cui vivono Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, i protagonisti del romanzo di Alessandro Manzoni I Promessi Sposi. È il primo personaggio che Manzoni fa entrare in scena nel primo capitolo, quando i bravi di don Rodrigo lo affrontano e gli intimano di non celebrare le nozze tra i due giovani («non s’ha da fare né domani, né mai») e il sacerdote cede alle loro richieste.
Fin da subito si dimostra pauroso, egoista e meschino; gretto, bugiardo e servile; incapace di atti generosi e caritatevoli. Tale resterà per tutto il romanzo, conservando inalterate le sue caratteristiche, tanto che neppure l’incontro, nel capitolo 25, con il cardinale Federigo Borromeo, che lo accusa di non aver fatto il suo dovere di sacerdote, rifiutandosi di sposare Renzo e Lucia, riuscirà a modificarle.
Un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro
Ecco come Manzoni descrive il carattere di don Abbondio.
Don Abbondio, non nobile di famiglia e non ricco, poco coraggioso di natura, si era presto accorto di essere in quella società come «un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro».
La sua scelta di farsi prete era scaturita, più che da una reale vocazione, dalla protezione che l’abito sacerdotale gli garantiva nei confronti dei potenti, verso i quali si comportava sempre con rispetto e sottomissione.
Egli si era fatto un suo sistema di vita che consisteva nel cercare di scansare i conflitti e nel cedere in quelli che non poteva evitare. In qualsiasi contrasto si trovasse, sceglieva sempre di essere neutrale. Questo sistema di vita gli aveva permesso di passare i sessant’anni senza grandi burrasche.
Ogni tanto dava sfogo al suo malumore, che nasceva dal dovere sempre accondiscendere alle prepotenze dei più forti, prendendosela con i deboli che stavano attorno a lui. Criticava poi duramente quanti non la pensavano come lui e si impicciavano degli affari altrui o cercavano di difendere poveri e deboli. Spesso poi ripeteva una massima, secondo la quale se uno bada ai propri affari, non fa mai brutti incontri.
Don Abbondio: un antieroe
Sembra di avvertire una certa indulgenza nel giudizio che Alessandro Manzoni dà del suo personaggio: i tempi dono duri, i prepotenti comandano, bisogna pur sopravvivere, e se si nasce deboli è comprensibile che si cerchi il modo di non spiacere a nessuno, di farsi amici i forti. Ma è un’indulgenza solo apparente. Perché don Abbondio è un sacerdote, perciò ogni riga di questo ritratto mostra al lettore che don Abbondio è sì un uomo con le sue un po’ ridicole debolezze, e per questo lo si può perdonare; ma è anche un uomo indegno dell’abito che porta, e ciò non merita perdono. È un vile, un vile che per paura finisce per tenere le parti degli opppressori contro gli oppressi, e che ritrova il suo coraggio solo quando può prendersela con chi è più debole di lui.
Così, a mano a mano che il romanzo si sviluppa, don Abbondio acquista tratti sempre meno simpatici, soprattutto nel confronto con altri ecclesiastici che invece risplendono come modelli di virtù e di coraggio: in particolare fra Cristoforo e il cardinale Borromeo.
Alla fine del romanzo (capitolo 38), quando sono passate la carestia e la peste, e tutto è tornato alla normalità, don Abbondio è uno dei pochi che si salvano. Ma non sembra pentito della propria codardia, che è stata la causa di tanti mali; e soprattutto, dagli eventi tragici di cui è stato testimone non sembra avere imparato niente. Alla notizia della morte di don Rodrigo e di altri «cento» come lui, don Abbondio si rallegra: ma è chiaro che un sacerdote non dovrebbe rallegrarsi per la morte dei suoi simili, e Manzoni è geniale nel mettere in bocca al curato parole insieme goffe e triviali, che disegnano il profilo di un uomo meschino:
«Ah! è morto dunque! è proprio andato!» esclamò don Abbondio. «Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più… E in un batter d’occhio, sono spariti, a cento per volta».

