Promessi Sposi capitolo 1 riassunto

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promessi sposi capitolo 1 riassunto

Promessi Sposi capitolo 1 riassunto, analisi e commento degli avvenimenti, luoghi e personaggi del celebre romanzo di Alessandro Manzoni

Riassunto capitolo 1 Promessi Sposi: descrizione geografica e temporale dell’ambiente in cui si svolge la prima parte del romanzo

Il racconto comincia proponendo uno spazio geografico e paesistico orientato fin dall’inizio in una precisa direzione: «Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…».

Idealmente lo sguardo parte dal lago di Como, scende a mezzogiorno per fissarsi sull’Adda e risale subito dopo, prendendo come punto base Milano, per incontrare i monti, quei monti che ritorneranno più avanti (nel rapimento di Lucia e nella partenza e nel ritorno di Renzo).

Poi l’attenzione si raccoglie su Lecco e sul suo territorio percorso da «strade e stradette», sovrastato dal cielo, circondato dai monti e dal lago. Manzoni, quindi, dopo aver scientificamente definito l’ambiente del romanzo, lo contempla familiarmente, e ne viene fuori uno spettacolo di partecipata serenità.

Stabilita la dimensione spaziale, Manzoni passa a determinare la dimensione temporale: «Sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628».

La scelta della sera come parte del giorno in cui iniziare il racconto non è casuale, anzi essa accentua quel clima di domestica quiete nel quale entra in scena don Abbondio.

Don Abbondio è il primo personaggio del romanzo. Nessun cenno è fatto al volto e alla persona, nessun particolare ci è dato del suo abbigliamento, se non per il collare, nominato solo più avanti e per la necessità dell’azione. E bisogna arrivare al capitolo 2 per conoscere quei suoi “due occhi grigi” che nel colloquio con Renzo andranno scappando di qua e di là.

Riassunto primo capitolo Promessi Sposi: L’incontro con i bravi e descrizione di don Abbondio e dei bravi

Dall’incontro con i bravi conosciamo che don Abbondio ha passato i sessant’anni. È invece nitidissima la serie dei gesti che caratterizzano il personaggio. In un primo momento tutti i gesti di don Abbondio, in armonia con il paesaggio, spirano un tranquillo benessere ed evocano un’atmosfera di placidi abitudini, di una vita quotidiana senza entusiasmi ed esaltazioni, dove ogni cosa è al suo posto, tutto è previsto e non c’è luogo per novità e sorprese: la lettura dell’uffizio; il chiudere il breviario tenendovi dentro per segno l’indice della mano destra, e il metter questo dietro la schiena; il guardar a terra e buttare con un piede verso il muro i ciottoli che fanno inciampo nel sentiero; l’alzare il viso e girare oziosamente gli occhi all’intorno e posarli su un monte illuminato dagli ultimi riflessi di un sole ormai tramontato.

Ma dopo l’incontro con i bravi, i gesti, che prima erano distesi, riposati, ora sono contratti, irrigiditi, sotto controllo. Gli occhi, che prima vagavano oziosamente, ora cercano soccorso nella presenza di qualcuno. Poi il gesto culminante del collare («mise l’indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo e, girandole due dita attorno al collo, volgeva intanto la faccia all’indietro, torcendo insieme la bocca…»). Infine, ansioso e mosso dal proposito di fuggire, ricerca una presenza che non sia quella dei bravi.

La posa spavalda dei due bravi (l’uno a cavalcioni su un muretto e l’altro appoggiato al muro con le braccia incrociate sul petto) contrastano subito con il paesaggio in cui si svolge la passeggiata familiare e tranquilla di don Abbondio.

Mentre la figura di don Abbondio è fuori dalla storia, perché propria di ogni tempo (in fondo don Abbondio esprime le paure di tutti gli uomini e forse, in circostanze simili, le nostre titubanze sarebbero assai simili alle sue) i bravi sono una realtà tipica del Seicento. La descrizione che Manzoni fa di essi è pittoresca: sul capo portano una reticella verde, che cade sulla spalla sinistra e termina con un gran fiocco. Dalla reticella fuoriesce un enorme ciuffo che cade sulla fronte; hanno due folti baffi, arricciati in punta; una cintura lucida di cuoio e a questa sono attaccate due pistole; sul petto, come una collana, un piccolo corno ripieno di polvere da sparo; ampi e gonfi calzoni, da un taschino dei quali spunta fuori il manico di un coltellaccio; infine, una spada.

Il contegno dei bravi è sicuro, prepotente, è misto di complicità e di irriverenza. La voce dei bravi è rapida e decisa, folgorante, tonante e minacciosa. Il riso è sguaiato e feroce. Il loro contegno nei confronti del povero curato è insolente, da quello iniziale («piantandogli gli occhi in faccia…») a quando si allontanano cantando una canzonaccia.

Ne risulta una scena di triste violenza, che si contrappone a quella presentata dalle prime pagine che illustrano, invece, una condizione fisica in cui si respira un senso di pace e benessere.

Nel dialogo con i bravi la voce di don Abbondio è un balbettio sconclusionato fra scuse e accuse («fanno i loro pasticci tra loro… a me non me ne vien nulla in tasca…»); tra adulazioni che giungono all’assurdo («lor signori son uomini di mondo… ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli…») e complicità ricercata («se mi sapessero suggerire…»).

Segue poi il ritratto-biografia che Manzoni fa di don Abbondio: la società del tempo nella quale vive è violenta e divisa in classi ed egli, essendosi accorto «d’esser, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro», ha deciso di acconsentire al desiderio dei «parenti che lo vollero prete» al fine di «…procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in classe riverita e forte…».

Don Abbondio disapprova i confratelli che, coerentemente all’insegnamento di Cristo, ma mancando (a suo parere) di realismo («voler raddrizzare le gambe ai cani»), sfidano i potenti per difendere gli oppressi.

Don Abbondio non è una vittima ridicola della paura, ma un eroe del quiete vivere: il suo spazio è la casa, perché in essa trova l’atmosfera di quiete benessere e queste immagini non possono che suscitare un senso di compassione nei confronti del curato, un uomo vile e meschino.

Promessi Sposi capitolo 1 riassunto: il ritorno di don Abbondio a casa e i consigli di Perpetua

Don Abbondio arriva a casa sua stravolto, ad accoglierlo c’è Perpetua.

Perpetua è la domestica di don Abbondio. Di lei sono indicati vagamente e succintamente l’età e il carattere: ha superato i quarant’anni (condizione richiesta da una disposizione del Concilio di Trento per le domestiche dei preti) ed è nubile. Ella è affezionata e fedele a Don Abbondio; sa ubbidire e dare ordini in base alla situazione; tollera i brontolii del suo padrone e riesce a fargli tollerare i propri; sa essere una gran chiacchierona; ama il pettegolezzo e le confidenze comaresche.

Perpetua, con le sue domande incalzanti, spinge don Abbondio a confidarsi. Messa al corrente dell’accaduto, propone al curato di rivolgersi all’arcivescovo, «un uomo di polso e che non ha paura di nessuno». Ma don Abbondio è sopraffatto dalla paura e respinge il suo consiglio e si chiude in camera per dormire: il sonno è, per don Abbondio, un ulteriore modo per fuggire dai problemi della realtà.

I Promessi Sposi riassunto prosegue con il Promessi Sposi capitolo 2 Riassunto

Questo articolo è tratto dall’ebook “Guida ai Promessi Sposi” in vendita su
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