don chisciotte

Il Don Chisciotte della Mancia di Miguel De Cervantes Saavedra (1547-1616) è considerato capolavoro della letteratura spagnola. È ritenuto anche il primo grande romanzo moderno nonché il romanzo più significativo del Seicento, quello cioè che meglio interpreta la crisi dei grandi ideali del Rinascimento.

I caratteri del Don Chisciotte

Genere – Romanzo in prosa costellato da richiami ai generi più disparati, da quello idillico-pastorale a quello cavalleresco, da quello picaresco a quello saggistico.

Fonti – La fonte principale è il racconto burlesco anonimo Entremés de los romances (1588-91), da cui è tratta la storia nelle sue linee essenziali; frequenti sono i riferimenti, parodistici o seri, ad altre opere.

Narratori – Il racconto è affidato a più voci narranti, nessuna delle quali onnisciente, che intervengono spesso nella vicenda:

  • il narratore principale, che si presenta come il “curatore” di un romanzo arabo venuto in suo possesso. Infatti, com’era nell’uso del romanzo cavalleresco in auge nel Cinquecento in Spagna e in Europa, gli autori inventavano falsi ritrovamenti di manoscritti per avvalorare e nobilitare la paternità delle loro opere. Cervantes non è da meno e, in qualità di curatore, finge di aver recuperato da un mercante di Toledo lo scritto originale di un autore arabo. È nel Prologo del Don Chisciotte del 1605 che Cervantes dà notizia della “vera” paternità del romanzo, scritto dallo “storico arabo” Cide Hamete Benegeli.
    Nella finzione letteraria, Cervantes affida la paternità della sua opera a un “infedele” perché questo gli permette «di dare scherzosamente la responsabilità di cio che è narrato a un miscredente (perciò immeritevole di fiducia […]) e mago (perciò depositario di notizie irragiungibili a un comune mortale) mentre il “secondo autore”, Cervantes, può atteggiarsi ora a relatore irresponsabile, ora a critico che contesta o limita le affermazioni della sua fonte» (Cesare Segre);
  • l’autore del manoscritto su cui, nella finzione, si basa la vicenda;
  • il traduttore, anch’esso fittizio, del manoscritto dall’arabo al castigliano;
  • Alonso Fernández de Avellaneda, l’autore reale di una seconda parte apocrifa del Don Chisciotte nel 1614. Si tratta di una continuazione del Don Chisciotte scritta in polemica con l’opera di Cervantes. Probabilmente fu proprio questo fatto ad indurre Cervantes a riprendere il Don Chisciotte o ad accelerarne una continuazione già iniziata.

Personaggi principali – Al protagonista Don Chisciotte si affianca lo scudiero Sancho Panza, che ne rappresenta in un certo senso l’antitesi: il primo è idealista e intriso di cultura libresca, il secondo è un contadino incolto dotato di grande buonsenso “popolare” e realismo; sul finire della storia i caratteri dei due personaggi si trasformano e tendono a influenzarsi a vicenda.

Struttura – Sulla vicenda principale si innestano numerose digressioni:

  • racconti secondari inseriti nella narrazione principale secondo la tecnica del racconto “a schidionata”;
  • incursioni dei narratori nella storia;
  • commento o approfondimento dei temi trattati, principalmente a opera del protagonista.

Focalizzazione – Il racconto è spesso svolto dalla prospettiva dei personaggi e dei diversi narratori; si ha per conseguenza una continua variazione dei punti di vista da cui le vicende sono osservate, nessuno dei quali risulta obiettivo.

Linguaggio – Il linguaggio si modella sui personaggi e sulle situazioni.

L’opera si divide in due parti pubblicate a distanza di dieci anni l’una dall’altra: la prima, edita nel 1605, conobbe uno straordinario successo e numerose ristampe negli anni immediatamente successivi; la seconda, a distanza di dieci anni, venne pubblicata nel 1615.

La trama della storia ruota attorno ai tre viaggi che Don Chisciotte intraprende per emulare le gesta degli eroi dei romanzi cavallereschi. Nel primo viaggo è da solo.

Don Chisciotte (Prima parte, 1605) riassunto – Il protagonista del romanzo è dunque Don Chisciotte, ovvero Alonso Quijano, nobile (hidalgo) della regione della Mancia appassionato a tal punto di libri di cavalleria da intravedere solo in essi i valori e il senso autentico della vita: persa la nozione della realtà a causa della lettura di questi testi, decide di trasformarsi anche lui in cavaliere «errante» e di andare alla ricerca di avventure eroiche, lasciando il villaggio d’origine e la sua condizione di modesto nobile, annoiato ormai dai «momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell’anno)» [p.29].

La sua armatura è in parte di cartone e le armi, appartenute ai suoi bisavoli, sono «prese dalla ruggine e coperte di muffa […] da lunghi secoli accantonate e dimenticate in un angolo» [p.32]; il suo acciaccato ronzino, ribattezzato Ronzinante, è ai suoi occhi paragonabile ai cavalli dei celebri cavalieri medievali; dà a se stesso il nome di Don Chisciotte della Mancia e sceglie come sua dama una contadina, cui attribuisce il nome di Dulcinea del Toboso. Riceve l’investitura di cavaliere da un oste, in un’osteria che egli crede un castello.

All’alba Don Chisciotte riparte per andare, su consiglio dell’oste, a provvedersi di denaro e di uno scudiero: strada facendo, compie il suo primo atto di giustizia: obbliga un contadino a smettere di picchiare il suo garzone. Ma, allontanatosi Don Chisciotte, il garzone vedrà raddoppiata la dose di frustate.

Don Chisciotte prende poi un sacco di botte da alcuni mercanti toledani che egli vorrebbe costringere a rendere omaggio all’impareggiabile bellezza di Dulcinea. Infine, stremato e fuori di sé, è raccolto da un contadino del suo paese che lo riporta a casa dove la nipote e la governante lo stavano aspettando con ansia. Durante la notte, il curato e il barbiere fanno un rogo di libri trovati nella sua biblioteca, responsabili della follia dell’amico, salvandone ben pochi. Ma questo non basta a far cambiare idea al cavaliere della Mancia.

Il secondo viaggio vede quindi protagonisti Don Chisciotte e il suo scudiero, Sancho Panza, «un contadino del suo paese, un uomo dabbene (se questo titolo può essere detto a chi è povero), ma con pochissimo sale in zucca» [p.77], convinto ad accompagnarlo dietro la promessa di ricchezze e la possibilità di diventare, in futuro, governatore di un’isola.

La coppia Don Chisciotte e Sancho Panza è una delle più celebri nella storia della letteratura: l’uno, Don Chisciotte, alto e allampanato, l’altro basso e tarchiato; il primo colto e imbevuto di letteratura medievale, il secondo rozzo e ignorante, abituato ad esprimersi in lingua volgare infarcita di proverbi popolari, utilizzati spesso a sproposito. Sono personaggi all’apparenza opposti, ma in verità complementari e inscindibili. Insieme danno vita, cioè, a una serie di avventure paradossali e divertenti, nelle quali Don Chisciotte interpreta a suo modo il mondo che lo circonda, mentre il suo fedele scudiero cerca sì di riportarlo alla realtà, ma seguendo sempre il padrone nella follia delle sue peregrinazioni.

È in questo secondo viaggio che si susseguono le più note avventure: il cavaliere combatte contro i mulini a vento, ingaggia una lotta con un gregge di pecore trasformatosi, a suo dire, in un esercito di guerrieri; libera alcuni galeotti incatenati per combattere contro le ingiustizie della società; s’impossessa di una bacinella di un barbiere credendola un famoso elmo da cavaliere; si finge pazzo d’amore per emulare le gesta di Orlando. Sempre tramite uno stratagemma, il curato e il barbiere riescono a riportare a casa il cavaliere, e qui termina la prima parte del romanzo.

Don Chisciotte (seconda parte, 1615) riassunto – La seconda parte inizia con il terzo viaggio. Venuti a sapere della pubblicazione di un libro (quello di Cervantes) dove si narrano le loro vicende, i due protagonisti sono spinti dal desiderio di dar vita a nuove avventure e incrementare così la loro fama.

In questa seconda parte, le vicissitudini dei due si svolgono in una realtà trasfigurata non soltanto dal folle cavaliere, ma soprattutto ad opera dei personaggi che lo circondano, che approntano finte avventure al solo scopo di ridere delle reazioni di Don Chisciotte e Sancho Panza, conosciuti ormai grazie alla diffusione del romanzo. Perfino il fedele scudiero, per tirarsi fuori dai guai, mette in scena l’«incantamento» dell’amata Dulcinea del Toboso, approfittando della pazzia del suo padrone, al quale fa credere che abbia assunto le sembianze di una rozza contadina.

Continuando nel viaggio, i due si trovano davanti, all’improvviso, il Cavaliere del Bosco o Cavaliere degli Specchi, che altri non è che un compaesano amico travestito da cavaliere perché animato dal desiderio di riportarlo al paese e farlo guarire dalla pazzia. Ma le cose vanno ben diversamente perché egli esce malconcio e bastonato dall’incontro con Don Chisciotte.

Don Chisciotte e Sancho riprendono la strada e si imbattono nel Cavaliere dal Verde Gabbano, che li invita a far sosta e a ristorarsi nella sua casa. Durante il cammino, incontrano un carro che trasporta due leoni. Don Chisciotte decide di battersi con i leoni, nonostante Sancho tenti di dissuaderlo. Ma lo scontro non avviene, perché i leoni non lo degnano della loro attenzione.

Dopo aver passato alcuni giorni nella casa del Cavaliere, i due si rimettono in viaggio per recarsi ai tornei di Saragozza. Incontrano una coppia di Duchi che, riconoscendo nei due i personaggi del libro, ne approfittano per divertirsi un po’ alle loro spalle e li ospitano a corte. Qui Don Chisciotte e Sancho si trovano a vivere in una situazione che rispecchia il mondo cavalleresco, imitato burlescamente per loro.

In una di queste finzioni Sancho viene investito del titolo di governatore dell’isola di Barattaria: isolato in un palazzo, assistito dalle lettere fitte di consigli di Don Chisciotte, Sancho dimostra buone attitudini al governo, ma non sfuggirà a una bastonatura finale a opera dei servi, che si fingono invasori esterni. Don Chisciotte intanto deve tenere a bada le avances di cui è fatto oggetto (per burla) dalle dame.

Ripreso il cammino, a Barcellona Don Chisciotte deve sostenere un duello con il Cavaliere della Bianca Luna e viene sconfitto. Don Chisciotte vive con tristezza questa sconfitta e chiede la morte dal cavaliere misterioso, ma il vincitore impone che vengano rispettati i patti e ordina a Don Chisciotte di tornare a casa.

Rientrato, secondo i patti, al paese, dopo aver sognato una vita pastorale ed essere stato travolto da una mandria di porci, rinsavisce improvvisamente, rinnega tutte «le squallide letture dei detestabili libri cavallereschi» che gli avevano offuscato la mente, riconosce la propria stoltezza e dichiara di non essere più Don Chisciotte della Mancia, ma «Alonso Quijano». Fatto testamento, ricade nel letto e muore serenamente e da buon cristiano.

Commento – Con questo romanzo Cervantes intendeva innanzitutto scagliarsi contro i libri di cavalleria e il consumo smodato che si faceva all’epoca di tali letture. Erano per lo più romanzi che avevano al centro cavalieri eroici che si muovevano tra mille ostacoli e impedimenti (duelli con nemici invincibili e lotte con draghi e giganti) per raggiungere la donna amata.

Cervantes critica proprio questo consumo, oltre che la qualità stessa dei testi, dove spesso viene esagerato il carattere inverosimile delle situazioni e lo stile contorto.

Tutto il romanzo può essere interpretato in chiave simbolica, come specchio di una società in crisi, in particolare della società spagnola contemporanea: spopolamento delle campagne, impoverimento dell’agricoltura, i piccoli proprietari si trasferiscono in città alla ricerca di fortuna e soldi e la nobiltà al potere non è in grado di dare risposte efficaci a questa situazione. I grandi e nobili valori di eroismo, di generosità, di grandezza, sui quali si era fondata la civiltà cavalleresca, appaiono ora completamente svuotati di significato e pertanto l’umanità, frastornata, in cerca di ideali che non trova, si esalta idealizzando il passato, proprio come Don Chisciotte della Mancia.

Come osserva il critico letterario Cesare Segre [C. Segre, Introduzione, in M. de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, a cura di C. Segre e D. Moro Pini, A. Mondadori, Milano, 1991, p.LVI], optando per la follia come punto di vista con il quale leggere la realtà, Cervantes è libero di osservare il mondo del suo tempo e di penetrare nei recessi della vitta umana con tutte le lenti possibili senza esporsi a giudizi definitivi: «La pazzia è dunque una illusione confortante: la maggiore sconfitta di Don Chisciotte sta nell’essere rinsavito».