Emancipazione femminile dalla Rivoluzione francese a oggi

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emancipazione femminile

Emancipazione femminile è il termine usato per indicare l’uscita delle donne da una condizione di inferiorità e di sudditanza nei confronti degli uomini. Le donne infatti sono state discriminate e ritenute inferiori agli uomini per millenni.

I primi passi…

Il processo di emancipazione femminile muove i primi passi a partire dalla fine del XVIII (18) secolo, durante la Rivoluzione francese, quando le donne francesi proclamarono la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” (1791) scritta da Olympe de Gouges.

Si tratta di un testo che ricalca in tono polemico la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; denuncia la mancanza di libertà delle donne e chiede il riconoscimento di una serie di garanzie e di opportunità che rendano effettivi i principi della Rivoluzione anche per le donne.

Boicottata in tutte le sue azioni, Olympe de Gouge fu ghigliottinata il 3 novembre 1793 per “aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso”.

 

Il processo di emancipazione femminile a partire dalla seconda metà dell’Ottocento

A partire poi dalla seconda metà dell’Ottocento, con l’evolversi della società moderna, le contraddizioni in cui si trovavano a vivere le donne cominciano a farsi palesi.

In primo luogo dal punto di vista politico: le donne non avevano accesso né al voto amministrativo né a quello politico.

In secondo luogo, a livello privato e familiare, le donne continuavano ad essere soggette all’autorità del padre o del marito.

Infine, dal punto di vista economico, era evidente la persistente disparità salariale rispetto al lavoro maschile.

Emancipazione femminile e le battaglie per i diritti

Nella seconda metà dell’Ottocento si costituirono negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei apposite associazioni che organizzarono campagne di mobilitazione per rivendicare il suffragio femminile, cioè il diritto di voto esteso anche alle donne (da qui derivò il termine di “suffragette”).

In Gran Bretagna, già alla fine dell’Ottocento, alle donne proprietarie nubili e poi a quelle sposate si riconobbe il diritto al voto amministrativo. In seguito, a partire dall’inizio del Novecento, si svilupparono le lotte per il voto politico. Fu una battaglia difficile che vide petizioni, scioperi per la fame, manifestazioni con pestaggi e arresti da parte della polizia, ma che raggiunse il proprio obiettivo: nel 1918 le donne sopra i 30 anni ottennero il diritto di voto, anche se dovettero attendere dieci anni per poter votare alla stessa età degli uomini.

Dopo la Gran Bretagna, i primi Paesi dove le donne ottennero il diritto di voto sono stati la Nuova Zelanda (1893) e l’Australia (1902, solo le donne bianche); il primo Paese europeo, la Finlandia (1906), cui sono seguiti, prima del Primo conflitto mondiale, Norvegia, Svezia, Danimarca; dopo il conflitto, Irlanda, Austria, Germania, Paesi Bassi, Ungheria, Cecoslovacchia; fuori dall’Europa, il Canada. In Italia, nel 1946, dopo la Seconda guerra mondiale; in Svizzera soltanto nel 1971.

Le donne combattono per il riconoscimento dei diritti civili

Intanto, oltre al diritto di voto, le donne cominciarono a chiedere il riconoscimento dei diritti civili: la piena capacità di disporre dei propri beni; la condizione di parità con il marito davanti ai figli; l’accesso all’istruzione e alle libere professioni.

Il movimento di emancipazione femminile in Italia

In Italia il movimento di emancipazione femminile conobbe una forte diffusione nel primo decennio del XX (20) secolo, in seguito alla formazione del Partito socialista.

Figure rilevanti del primo femminismo in Italia furono Ines Odono Bitelli, direttrice del giornale «La donna socialista» e Anna Maria Mozzoni, fondatrice della Lega promotrice degli interessi femminili. Anna Maria Mozzoni riteneva che la donna dovesse essere considerata nel suo ruolo pubblico e non solo familiare e che le dovesse essere riconosciuto assieme al diritto di voto, quello all’istruzione e a tutte le professioni.

Nacquero i primi sindacati di categoria, diverse organizzazioni, come l’Unione femminile nazionale, sorta a Milano nel 1899 e poi diffusa in altre città, e numerose riviste. Molte donne borghesi si impegnarono nel campo dell’assistenza e della diffusione dell’istruzione e sostennero con i loro scritti la necessità che la donna conquistasse la propria autonomia, come la scrittrice Sibilla Aleramo.

I diritti delle donne sia nel campo della politica che in quello del lavoro furono fatti propri dal Partito socialista italiano, per merito soprattutto di Anna Kuliscioff.

La condizione femminile ebbe una svolta decisiva solo con lo scoppio della Prima guerra mondiale, quando le donne sostituirono nei posti di lavoro gli uomini impegnati al fronte. Ciò rafforzò nelle donne la coscienza della propria importanza economica, sociale e politica.

Emancipazione femminile oggi

Oggi, nei Paesi democratici i diritti delle donne sono legalmente riconosciuti; le donne sono inserite in tutti i campi della vita sociale, economica e politica. Tuttavia, soprattutto in ambito lavorativo, ci sono ancora diversi ostacoli da superare. Infatti, sono poche le donne che occupano posizioni di primo piano nelle aziende e nei partiti politici, e moltissime faticano a conciliare la vita domestica con quella professionale. Inoltre le donne guadagnano meno degli uomini anche quando svolgono un lavoro di pari grado.

Diversa è poi la condizione femminile nei Paesi in via di sviluppo. Qui l’arretratezza sociale ed economica e i retaggi religiosi e culturali continuano a tenere la donna in una situazione di grave inferiorità, soprattutto nel mondo islamico.

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