Fabula di Orfeo, vv. 141-188, parafrasi

2506
La Fabula di Orfeo, parafrasi

Dalla Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano: Il lamento di Orfeo e la discesa agli inferi, vv. 141-188 – spiegazione, trama e parafrasi

La Fabula di Orfeo fu composta da Angelo Poliziano nel 1480, per una festa nuziale celebrata presso la corte dei Gonzaga a Mantova.

L’impianto dell’opera è quello delle sacre rappresentazioni, che all’epoca erano ancora molto diffuse, ma Poliziano sostituisce all’argomento sacro un argomento profano, mitologico: la vicenda di Orfeo ed Euridice. Il mito è ripreso da Poliziano dalle Georgiche di Virgilio e dalle Metamorfosi di Ovidio.

Dal punto di vista teatrale, la Fabula di Orfeo riveste una notevole importanza perché segna la nascita del dramma pastorale che avrà un grande sviluppo nel corso del teatro del Rinascimento.

La Fabula di Orfeo: la trama

La ninfa Euridice, per sfuggire ad Aristeo, un pastore che vorrebbe amarla, fugge e muore morsa da un serpente. Orfeo, che è innamorato, con il suo canto commuove Proserpina, regina degl Inferi, e infine ottiene da Plutone, che ne è il re, il permesso di ricondurre Euridice fra i vivi. Tale concessione gli viene fatta a patto che egli, mentre ritorna indietro, non si volti a guardare l’amata. Però Orfeo si volta ed Euridice è costretta a tornare nel mondo dei morti. A questo punto Orfeo maledice l’amore e viene perciò punito dalle Baccanti, che lo fanno a pezzi e intonano un inno al loro dio Bacco.

La Fabula di Orfeo: parafrasi dei vv. 141-188

Un pastore a Orfeo, vv. 141-148 – Orfeo, ti porto una notizia crudele, che la tua bella ninfa [Euridice] è defunta. Ella stava fuggendo l’amante Aristeo; ma appena giunse sulla riva di un fiume, fu morsa al piede da un serpente velenoso e malvagio, che stava nascosto fra l’erba e i fiori: e il morso fu tanto potente e crudele che [Euridice] finì contemporaneamente la sua corsa e la vita.

Orfeo si lamenta per la morte di Euridice, vv. 149-164 – O infelice lira, dunque piangiamo insieme, poiché non è più possibile che si canti il solito canto felice. Piangiamo finché il cielo gira intorno ai poli, e Filomela* sia vinta dal nostro pianto. O cielo, o terra, o mare, o destino crudele come potrò mai sopportare un dolore tanto grande? O mia bella Euridice, o mia stessa vita, non è possibile che io resti in vita senza di te. Mi conviene andare alle porte del Tartaro e provare se laggiù si può ottenere pietà. O dolce cetra, forse con versi commoventi potremo cambiare la nostra sorte dolorosa; forse la Morte diverrà pietosa: dal momento che già altre volte con il canto abbiamo mosso una roccia, abbiamo fatto stare insieme il cervo e la tigre e abbiamo trascinato dietro di noi i boschi e deviato il corso dei fiumi.

Orfeo cantando giunge all’inferno, vv. 165-180 – O spiriti infernali, pietà, pietà, abbiate pietà, dell’infelice amante! Quaggiù mi ha guidato solamente Amore; sono volato qua giù con le sue ali. Calma, o Cerbero, calma il tuo furore; poiché quando conoscerai tutti i miei dolori, non tu solamente piangerai con me ma chiunque è quaggiù nel mondo buio [l’inferno]. O Furie*, non dovete urlare contro di me, non dovete arricciare [in testa] tanti serpenti: se voi sapeste i miei dolori penosi fareste compagnia ai miei lamenti: lasciate passare questo povero infelice, che ha nemico il cielo e tutti gli elementi della natura, e che viene all’inferno per ottenere pietà dalla Morte: dunque [Furie] aprite a Orfeo le porte di ferro [dell’inferno].

Plutone pieno di meraviglia risponde, vv. 181-188 –  Chi è costui che commuove l’inferno con un canto così dolce e con la cetra bella? Al suo lamento io vedo ferma la ruota di Issione*, vedo Sisifo* seduto sopra il suo masso e le Belide* stare con l’anfora vuota, e non si allontana più l’acqua da Tantalo*, e vedo Cerbero attento con le sue tre bocche e le Furie acquetarsi.

 

*Filomela In un mito narrato dal poeta Ovidio, la principessa ateniese Filomela fu sedotta da Tereo, marito di sua sorella Procne. Tereo le fece tagliare la lingua per non rivelare il segreto. Ma Filomela ne informò la sorella ricamando l’accaduto su una tela. Procne allora, per vendetta, diede in pasto a Tereo il loro figlioletto Iti. Filomela e Procne, inseguite da Tereo, furono trasformate rispettivamente in usignolo e rondine, mentre Tereo in upupa.

*Furie (o Erinni) Sono le tre divinità infernali (Aletto, Tisifone e Megera) che hanno serpenti per capelli e voce simile al muggito o al latrato dei cani. Rappresentano il rimorso e la vendetta divina.

*Issione Il mitico re Issione fu condannato a girare per sempre incatenato intorno a una ruota per essersi vantato di aver sedotto Giunone.

*Sisifo Fu condannato a spingere un masso verso la cima di un monte, dalla quale il masso subito ricadeva, per aver ingannato gli dei con la sua astuzia.

*Le Belide Sono le cinquanta figlie di Danao, nipoti di Belo, che sposate contro la loro volontà ai cinquanta figli di Egitto, li uccisero durante la prima notte di nozze. Furono perciò condannate  a riempire d’acqua anfore senza fondo.

*Tantalo Re dell’Asia Minore che per mettere alla prova l’onniscienza degli dei offrì loro come vivanda il proprio figlio. Gli dei lo condannarono a soffrire in eterno la fame e la sete: l’acqua in cui è immerso fino al mento si ritrae ogni volta che egli cerca di berla.