Il fanciullino di Giovanni Pascoli riassunto

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il fanciullino di giovanni pascoli

Il fanciullino: la poetica di Giovanni Pascoli spiegata in modo semplice.

“Il fanciullino” è lo scritto più importante di Pascoli intorno alla propria poetica. Fu pubblicato una prima volta nel 1897 su «Il Marzocco» di Firenze e, nella redazione definitiva, nel 1902.

Ne “Il fanciullino”, in venti brevi capitoli, Pascoli enuncia:

  • i principi della sua concezione della poesia, in rapporto col suo mondo ideologico e con la tradizione;
  • dichiara le finalità che attribuisce al messaggio poetico;
  • descrive i caratteri del codice stilistico di cui intende valersi per conferire alle sue liriche la massima autenticità ed efficacia.

Criterio fondamentale della concezione che Pascoli ha della poesia è l’identificazione del poeta con «il fanciullino». L’immagine del «fanciullino» indica, per metafora, la capacità di stupirsi davanti alle cose, che è tipica dei bambini e che solo il poeta mantiene intatta durante tutta la vita, mentre gli altri uomini, distratti da tanti interessi e preoccupazioni, troppo spesso non ascoltano la voce del fanciullo «presente in un cantuccio dell’anima di ognuno».

Compito del poeta, grazie all’intatto potere analogico e suggestivo delle sue percezioni e delle sue visioni, non ancora contaminate da schemi razionali, è pertanto quello di scoprire e rivelare agli uomini, il mistero che circonda la vita delle creature e del cosmo. Ma non è necessario – afferma Pascoli con una punta polemica verso il raffinato estetismo dannunziano – rivolgersi alle cose insolite o grandiose, perché il sentimento poetico abbonda più nelle «minime nappine… della pimpinella», la modesta pianta campestre, che negli esotici «fiori delle agavi americane».

Per Pascoli la poesia svolge anche una funzione sociale. Infatti essa, rendendo gli uomini consapevoli del dolore dell’esistenza e della vanità di ogni sogno, «pone un soave e leggero freno all’instancabile desiderio, che ci fa perpetuamente correre con l’infelice ansia per la via della felicità», e, consolando dolcemente «le anime irrequiete», dispone gli uomini ad accontentarsi del proprio piccolo mondo, inteso come un rifugio dai pericoli del divenire storico e sociale. Pertanto, secondo l’umanitarismo pascoliano e il suo utopico desiderio di una fraterna conciliazione delle genti, la poesia contribuisce ad «abolire la lotta di classe e la guerra tra i popoli».

Nel mondo lirico di Pascoli domina la natura con tutte le sue creature: semplici e piccole cose (fiori, piante, oggetti quotidiani della vita nei campi) diventano nei suoi versi simboli di un universo misterioso, che soltanto il poeta può conoscere e indagare. La poesia di Pascoli, apparentemente semplice nella sua descrittività, è in realtà frutto di un attentissimo lavoro di ricerca lessicale e retorica. Egli usa un linguaggio estremamente preciso (ad esempio, piante e fiori sono sempre indicati con una proprietà terminologica da esperto botanico) che a un’analisi attenta si rivela fortemente allusivo e suggestivo. Ricorre frequentemente alle figure retoriche e le sue soluzioni sintattiche e metriche risultano spesso innovative rispetto alla tradizone: cura in particolare gli effetti musicali di onomatopee e di pause improvvise.

Sul sito Studia Rapido analisi e commento delle poesie di Giovanni Pascoli: