Canto 6 Inferno. Riassunto e commento

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Canto 6 Inferno. Riassunto e commento

Inferno Canto 6 della Divina Commedia di Dante. Riassunto e commento.

Argomento del Canto 6 dell’Inferno:

  • I golosi e Cerbero (vv. 1-33)
  • Ciacco e la sua profezia (vv. 34-93)
  • Condizione dei dannati dopo il Giudizio Universale (vv. 94-115)

Canto 6 Inferno: I golosi e Cerbero (vv. 1-33)

Dante, svenuto di fronte a Paolo e Francesca (Inferno Canto 5), rinviene ora nel terzo cerchio.

Nel terzo cerchio le ombre dei golosi giacciono prostrate nel fango, sotto una pioggia eterna mista di acqua fetida, di grandine e neve (il contrappasso per i golosi consiste nel contrasto tra la sporcizia e il puzzo della pioggia e del fango e le squisitezze cui erano abituati in vita).

Rifacendosi al VI libro dell’Eneide, Dante pone Cerbero a guardia del terzo cerchio. Cerbero è un cane a tre teste. Con il suo latrare introna incessantemente gli spiriti sdraiati nel fango. Ha gli occhi rossi, il muso sporco, il ventre gonfio e le zampe artigliate. Con queste graffia, scuoia e squarta i golosi.
I dannati stanno stesi a terra, urlano come cani per la pioggia, voltandosi spesso sui fianchi nel vano tentativo di ripararsi l’un l’altro.

Vedendo Virgilio e Dante, Cerbero s’avventa, spalancando le sue bocche orrende e mostrando le zanne. Virgilio lo placa, gettandogli un pugno di terra nelle tre gole (questo gesto è analogo a quello con cui Sibilla, nel VI libro dell’Eneide, gli lancia una focaccia saporifera).

La rappresentazione della pena e del demone castigatore si svolge in un tono oggettivo e crudele, che sottolinea il distacco e la ripugnanza del poeta nei riguardi di un peccato, che avvilisce chi lo commette a una condizione bestiale. Nell’aspetto dei dannati, come in quello di Cerbero, non vi è luce di intelligenza, né quasi segno di umanità; solo i sensi sopravvivono, e ciascuno di questi è fieramente tormentato dal freddo, dal puzzo, dal fango, dai terribili latrati e dalle unghiate di Cerbero.

Ciacco e la sua profezia (vv. 34-93)

Dante e Virgilio proseguono, cercando di tenersi fuori dalla melma, ma di quando in quando calpestano le vuote membra dei dannati. Tra essi c’è il fiorentino Ciacco. Egli non viene riconosciuto subito da Dante a causa del suo aspetto stravolto.

Da Giovanni Boccaccio sappiamo che Ciacco visse da parassita, frequentando le mense dei ricchi gentiluomini e dilettandoli, come uomo di corte, con le sue arguzie e i suoi detti spiritosi.

Dante pone a Ciacco tre domande riguardanti le lotte civili in Firenze: 1°, quale sarà l’esito delle discordie; 2°, se tra i cittadini c’è qualcuno che si mantiene al di sopra delle parti, desiderando solo il trionfo della giustizia; 3°, da cosa hanno tratto origine le contese.

Il tema è quindi quello politico come per ogni sesto canto di ogni cantica (per un approfondimento leggi I Sesti Canti della Divina Commedia: confronto).

Ciacco risponde alla prima domanda: dopo una lunga contesa, i due partiti (Guelfi Bianchi e Guelfi Neri) verrranno allo scontro (il 1° maggio 1300, nell’occasione di una festa nella piazza di Santa Trinità, in Firenze) e i Bianchi cacceranno i Neri. Prima che passino tre anni però i Neri prenderanno il sopravvento, con l’aiuto di un tale che ora si destreggia fra le due fazioni senza mostrare apertamente la sua simpatia per l’una piuttosto che per l’altra (Bonifacio VIII). I Neri conserveranno il potere per lungo tempo e imporranno gravi pesi ai loro nemici, con ricatti, ruberie, rappressaglie.

La risposta alla seconda domanda è che i giusti a Firenze sono pochissimi e non vengono ascoltati.

Alla terza domanda Ciacco risponde che le cause sono da ritrovare nelle invidie tra i ceti e le fazioni, nella superbia e smania di dominio dei grandi come del popolo, nell’avarizia e cupidigia della borghesia mercantile.

Dante pone a Ciacco un’ultima domanda: vuole sapere dove sono alcuni celebri fiorentini, Farinata degli Uberti, il Tegghiaio, Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca. Ciacco risponde che si trovano tutti nell’Inferno, più in basso di dove si trova ora, perché hanno commesso peccati più gravi dei suoi.

Ciacco conclude pregando Dante di ricordarlo ai vivi una volta tornato sulla Terra. Detto questo, si rifiuta di parlare ancora, china la testa e ricade nel fango insieme agli altri dannati.

Canto 6 Inferno: Condizione dei dannati dopo il Giudizio Universale (vv. 94-115)

Virgilio spiega a Dante che Ciacco non si solleverà più fino al giorno del Giudizio Universale, quando tutte le anime, comprese quelle dei dannati, riavranno il loro corpo e udranno il giudizio di Dio, che varrà per tutta l’eternità.

Dante chiede a Virgilio se i tormenti dopo il giudizio finale aumenteranno o saranno minori o resteranno uguali a ora. Virgilio invita Dante a ritornare con il pensiero alla sua scienza (la filosofia Scolastica). Essa sostiene che la perfezione consiste, per l’uomo, nell’unione di corpo e anima. Ora, i dannati sono privi del corpo, ma lo riacquisteranno dopo il giorno del giudizio. Quindi, essendo più vicini alla perfezione (ma non perfetti davvero, in quanto maledetti da Dio), sofriranno di più.

Dante s’affretta dietro Virgilio lungo la strada che porta al quarto cerchio. La strada che percorrono è «a tondo» perché segue le pareti di quel grande imbuto rovesciato che è l’Inferno.

Nel quarto cerchio trovano Pluto, l’antico dio della ricchezza, che sorveglia avari e prodighi, trasformato in demonio.