Le ricordanze Leopardi, parafrasi e commento per strofe

Le ricordanze Leopardi la compose a Recanati tra l’agosto e il settembre del 1829. La pubblicò per la prima volta nell’edizione fiorentina dei Canti nel 1831. È il secondo grande canto della memoria dopo A Silvia.

Le ricordanze Leopardi – parafrasi

Prima strofa, versi 1-27

Belle stelle dell’Orsa, io non credevo di tornare di nuovo, come ero solito fare, a contemplarvi scintillanti sul giardino e a parlare con voi dalle finestre di questa dimora dove abitai da fanciullo e dove vidi la fine delle mie gioie. Un tempo quante immaginazioni e quante fantasticherie suscitava nel mio pensiero la vostra vista e quella delle altre stelle vostre compagne! In quel tempo in cui, in silenzio, seduto su di un prato verde, io ero solito passare gran parte delle sere contemplando il cielo e ascoltando il gracidio delle rane lontane per la campagna! E le lucciole vagavano presso le siepi e sulle aiuole, mentre i viali profumati ed i cipressi là nel bosco stormivano al vento; nella casa paterna risuonavano voci, alternandosi, e i rumori dei tranquilli lavori della servitù. E che pensieri infiniti, che dolci sogni mi spirò la vista di quel mare lontano, di quei monti azzurri, che da questo luogo vedo e che io pensavo di varcare un giorno, immaginando monti sconosciuti e una felicità sconosciuta alla mia vita! E quante volte, ignaro del mio destino, avrei scambiato volentieri questa mia vita dolorosa e spoglia con la morte.

Seconda strofa, versi 28-49

Né il cuore mi diceva che sarei stato condannato a consumare la giovinezza in questo luogo incivile dove sono nato, tra gente incolta e rozza; per la quale “cultura” («dottrina») e “sapere” sono parole estranee e spesso oggetto di riso e di scherzo; tra gente che mi odia e mi evita, non certo per invidia, dato che non mi ritiene superiore a se stessa, ma perché crede che io mi ritenga tale in cuor mio, sebbene io non ne faccia mai mostra a nessuno. Qui passo gli anni, solitario, sconosciuto, senza amore, senza vita, e, controvoglia, divento scostante in mezzo a questa schiera di malevoli: qui perdo la compassione e il valore e divento uno che disprezza gli uomini, a causa del gregge (umano) che ho intorno: e intanto la cara età giovanile se ne va; più cara della fama e della gloria, più della chiara luce del giorno e della vita: (gioventù), unica cosa bella della vita arida, ti perdo senza aver provato mai una sola gioia, inutilmente, in questo luogo disumano, tra tante sofferenze.

Terza strofa, versi 50-76

Il vento mi porta il rintocco dell’ora dalla torre del borgo. Questo suono era di conforto, mi ricordo, alle mie notti, quando da bambino, nella stanza buia, stavo sveglio a causa di incessanti paure, aspettando con ansia il mattino. Qui non c’è cosa che io veda o senta dalla quale non mi ritorni dentro un’immagine e non sorga un lieto ricordare. Lieto in se stesso; ma il pensiero del presente subentra con dolore; (subentra) un desiderio inutile del passato anche se infelice, e il dire: io fui. Quella loggia là, rivolta verso gli ultimi raggi del sole; queste mura affrescate, quelle mandrie raffigurate nei quadri, e il sole che nasce sulla campagna solitaria offrirono mille svaghi al mio ozio quando mi era sempre al fianco, ovunque io fossi, e mi parlava, la mia potente capacità di illudermi. In queste sale antiche, al chiarore della neve, mentre il vento sibilava intorno a queste ampie finestre, rimbombarono il divertimento e le mie voci festose, al tempo in cui il mistero doloroso e intollerabile dell’esistenza ci appare pieno di gioia; il giovinetto, come un amante inesperto, sogna appassionatamente la propria vita futura, ingannevole, vergine e intatta, e raffigurandosela nel pensiero ne ammira la bellezza divina.

Quarta strofa, versi 77-103

Oh speranze, speranze; piacevoli illusioni della mia fanciullezza! Nei miei discorsi ritorno sempre da voi; poiché, per quanto il tempo se ne vada, per quanto i sentimenti ed i pensieri cambino, non riesco a dimenticarvi. La gloria e l’onore, lo so (intendo), sono illusioni (fantasmi); i piaceri (diletti) e la gioia (beni) sono un desiderio irrealizzabile; la vita non ha uno scopo (frutto), è privazione (miseria) senza ricompensa (inutile). E sebbene la mia vita (gli anni miei) sia vuota e sebbene la mia condizione di uomo sia solitaria e buia, il destino (la fortuna) mi toglie poco, lo so bene (ben veggo). Ahimè, ma ogni volta ripenso a voi, o mie speranze antiche, e a quel mio giovanile, caro fantasticare; e poi considero la mia vita così priva di valore e così infelice, e vedo che quello che oggi mi resta di tanta speranza è la morte; sento che il cuore mi si stringe, sento che non so consolarmi del tutto del mio destino. E quando finalmente questa morte tanto invocata mi sarà vicina, e sarà giunta la fine della mia sventura; quando la terra sarà per me una valle straniera, e il futuro scomparirà dal mio sguardo; certamente mi ricorderò di voi; e a quell’immagine mi farà sospirare ancora, l’essere vissuto invano mi renderà dolente, e mescolerà con l’ansia la dolcezza del giorno della morte.

Quinta strofa, versi 104-118

E già nel corso dei primi turbamenti giovanili di contentezza, di angosce e di desiderio, più volte invocai la morte, e mi sedetti a lungo là sulla fontana pensando di concludere le mie speranze e il mio dolore dentro quell’acqua. Poi giunto al rischio di morire per una malattia nascosta rimpiansi la bella giovinezza e il fiore dei miei poveri anni, che moriva così prematuramente: e spesso, a tarda ora, seduto sul letto che mi era testimone, scrivendo versi pieni di dolore alla fioca luce di una lucerna, piansi la vita che mi abbandonava in compagnia del silenzio della notte, e durante la malattia cantai a me stesso un canto funebre.

Sesta strofa, versi 119-135

Chi può ricordarvi senza sospirare, o primo inizio di giovinezza, o giorni fascinosi e impossibili da raccontare, quando le ragazze sorridono per la prima volta all’uomo estasiato; quando ogni cosa, intorno, fa a gara nel sorridere; quando l’odio (invidia) non si fa sentire, perché ancora non è stato risvegliato oppure perché benevolo; e quando il mondo (insolita meraviglia!) quasi gli porge la mano (la destra) in suo soccorso, perdona i suoi errori, festeggia il suo primo ingresso nella vita, e inchinandosi sembra accoglierlo e chiamarlo come suo padrone? Giorni fugaci! Si sono dileguati come un lampo. E quale uomo può essere ignaro della sventura, se per lui è già trascorsa quella bella età, se il suo tempo migliore, se la giovinezza, ahimè, la giovinezza! è finita?

Settima strofa, versi 136-173

O Nerina! Non sento forse questi luoghi parlare anche di te? Sei forse scomparsa (caduta) dal mio pensiero? Dove sei andata (gita), che qui trovo soltanto il ricordo di te, dolcezza mia? Questa terra che ti ha visto nascere (natal) non ti vede più: quella finestra, dalla quale eri solita parlarmi, e dalla quale adesso brilla tristemente la luce delle stelle, è deserta. Dove sei, che non odo più risuonare la tua voce come un tempo, quando ogni parola delle tue labbra che da lontano giungesse fino a me era solita farmi impallidire? Altri tempi. La tua vita (i giorni tuoi) è passata, mio dolce amore. Sei passata (passasti). Ad altri, oggi, è toccato in sorte (è sortito) di passare attraverso la terra e di abitare questi colli profumati. Ma sei passata troppo rapidamente; e la tua vita è stata come un sogno. Procedevi danzando; la gioia ti splendeva sulla fronte, splendeva negli occhi quell’immaginazione fiduciosa (confidente) e quella luce (quel lume) della gioventù, quando il destino li spense (spegneali il fato) e tu giacesti morta. Ahi Nerina! In cuore mi governa (mi regna) l’amore passato. Se mai ancora mi reco (movo) talvolta a feste o a ritrovi, dico fra me e me: «O Nerina, tu non ti prepari e non ti rechi più a ritrovi e feste». Se ritorna maggio, e gli innamorati (gli amanti) vanno portando alle ragazze ramoscelli e canzoni (suoni), dico: «Nerina ora non prova più piaceri; non osserva più i campi e l’aria». Ahi, tu sei passata, e il ricordo amaro sarà la compagna di ogni mia piacevole fantasticheria (d’ogni mio vago immaginar), di tutti i miei sentimenti più delicati, tristi e care emozioni.

Le ricordanze Leopardi – commento per strofe

Nel 1828 le condizioni di salute di Giacomo Leopardi si aggravano al punto che è costretto a sospendere il lavoro e a tornare in famiglia, a Recanati. Vi rimane un anno e mezzo. Vive isolato nel palazzo paterno, senza rapporti con alcuno, immerso nella sua tetra malinconia.

Esemplare di questo periodo è la poesia “Le ricordanze” di Leopardi.

A Le ricordanze Leopardi affida la funzione del ricordare (così com’è annunciato dal titolo). Attraverso il racconto, in sette strofe, infatti, c’è la rievocazione nostalgica, dolorosa e al tempo stesso liberatrice, di sentimenti, sogni ed esperienze del tempo remoto della giovinezza.

Le ricordanze Leopardi – commento prima strofa

Leopardi rievoca le giovanili estatiche contemplazioni notturne del cielo, stelle, lucciole, il vento nella selva, le voci della servitù, quando ancora era «ignaro» del suo destino di dolore.

Seconda strofa

Drammatica constatazione dell’infelicità presente, rammarico doloroso ma anche rancoroso per il venir meno del «caro tempo giovanil […] dell’arida vita unico fior» in una situazione di degradante abbandono, isolamento, mancanza di comprensione, malevolenza.

Terza strofa

La voce del vento reca, insieme al suono della campana, il ricordo della fanciullezza e della bellezza che vi si accompagnava. Qui la trama dei ricordi si fa più ricca di puntuali presenze, di precisi oggetti (la loggia, le mura affrescate, le sale piene di voci festose). Ricordi soffusi di rimpianto che contrastano con il duro presente.

Le ricordanze Leopardi – commento quarta strofa

Compiange la speranza della sua «prima età». Capisce che la vita è poca cosa. La gloria, gli onori, i diletti e tutto ciò che le illusioni giovanili permettono sono così fugaci da non poterli nemmeno sentire come perduti. Ma quando pensa a queste «speranze antiche» sente come un sussulto, un «sospirar» che in punto di morte gli renderà amara la consapevolezza «di esser vissuto indarno» e gli guasterà la dolcezza della morte tanto attesa.

Quinta strofa

La strofa è occupata dal ricordo dell’infelicità giovanile, tanto diversa dalla presente perché legata alla speranza nei beni della giovinezza. Alla tentazione del suicidio si oppone così l’amore per «la bella giovinezza, e il fiore de’ miei poveri dì». Per quanto infelicemente vissuta, la giovinezza appare un bene che è impossibile rifiutare.

Sesta strofa

C’è il rimpianto per il «primo entrar di giovinezza», età della benevolenza delle persone e di ogni cosa attorno; giorni fugaci e lontani, per sempre tramontati.

Settima strofa

Su questo sfondo si accampa il ricordo di Nerina, «l’antico amor» ormai scomparso perché stroncato dalla morte. Secondo alcuni commentatori, dietro il nome di Nerina si nasconderebbe Teresa Fattorini (alla quale è in parte ispirata la figura femminile di A Silvia); secondo altri, Maria Belardinelli, morta a ventisette anni nel 1827, due anni prima della composizione della poesia.