Le commedie di Plauto: i titoli, le trame e i personaggi

Plauto: la ricostruzione della vita e le caratteristiche della commedia plautina. Riassunto di Letteratura latina.

Tito Maccio Plauto è vissuto tra il 250 e il 184 a.C. È il più famoso commediografo dell’età arcaica.

Informazioni riguardo la sua nascita le abbiamo tramite lo scritto, il De Senectute di Cicerone, il quale ci informa che Plauto scrisse lo Pseudolus nella vecchiaia e dato che la didascalia dello Pseodolus fissa nel 191 a.C. la sua prima rappresentazione, Plauto rappresentò questa commedia quando aveva superato la senectus (60 anni). Il calcolo ci porta dunque a porre la data di nascita in un anno poco anteriore al 251 a.C.

Anche riguardo la sua data di morte ci informa Cicerone che, nel Brutus, riferisce che Plauto morì quando era censore Marco Porcio Catone, cioè nell’anno 184 a.C.

Non ci sono dubbi riguardo la sua città natale, Sarsina, a quel tempo umbra, oggi romagnola. Da Sarsina poi si spostò continuamente.

La ricostruzione della sua vita è stata possibile grazie alle testimonianze tramandate da Gellio, anche se talvolta è incerto se tali informazioni siano vere o ricavate dalle biografie dei personaggi rappresentati da Plauto, dato che tutte le sue opere mancano di dati autobiografici.

Infine è stato sfatato il dubbio sul suo nome. La tradizione riportava fino a qualche tempo fa il nome completo di Marcus Accius Plautus (con un chiaro riferimento a una maschera dell’Atellana); ma dopo la scoperta del Palinsesto Ambrosiano, e grazie anche a quanto si legge alla fine della Casina e dell’Epidicus, si è propensi a credere che il suo vero nome fosse Titus Maccus Plautus. Tra l’altro Plautus deriverebbe da plautus, il cane dalle orecchie penzolanti, o da plotus, col quale si indicava chi aveva i piedi piatti.

Sempre Gellio ci informa che ai suoi tempi circolavano sotto il nome di Plauto 130 commedie, un numero eccessivo già smentito nell’epoca immediatamente successiva a Plauto, grazie allo studio minuzioso sullo stile e sulla lingua a opera di Terenzio Varrone (I sec. a.C.). Egli ne considerò autentiche solo 21, 19 le ritenne di dubbia autenticità e le altre considerate di derivazione apocrifa.

Sono giunte fino a noi solo le 21 originali, anche se non tutte integre. Sono state ordinate da Varrone in ordine alfabetico, tramandato poi dal Codice Vaticano Palatino, e per noi è impossibile creare un ordine temporale, sempre a causa della mancanza di dati autobiografici e della scarsa quantità di informazione storiche.

Plauto adattò commedie greche per il teatro romano. Spesso arrivò a fonderne due greche in una sua, mescolando le trame e giungendo talvolta a situazioni incongruenti e confuse. Altre volte, invece, la trama è molto semplice. Quella tipica vede due innamorati che sono ostacolati nella loro unione da un padre o padrone vecchio, sciocco ed egoista, che sarà sconfitto per l’astuzia di un servo (il servo è una delle maschere più importanti del teatro plautino). I personaggi sono conseguentemente stereotipati e poco approfonditi.

Il ritmo frenetico delle opere mette però in secondo piano tutti i difetti e si coniuga a una inventiva espressiva, nei versi e nel lessico, che avvince. Plauto è un maestro dei doppi sensi, i giochi di parole, i neologismi, le esagerazioni, le metafore. Ricorre volentieri a dialoghi forsennati e a botta e risposta di insulti. Non vuole lanciare messaggi morali, il suo scopo è di divertire il pubblico, e ci riesce.

Le caratteristiche della commedia plautina:

  • non prevede la divisione in atti e non ha cori;
  • presenta un prologo nel quale viene raccontato l’antefatto della vicenda;
  • è suddivisa in parti cantate e parti recitate;
  • le parti recitate e quelle cantate sono contraddistinte da una metrica diversa;
  • ampio spazio alla musica;
  • personaggi fissi (giovane innamorato, schiavo, lenone ecc.);
  • situazioni sempre simili;
  • dialogo tra attori e spettatori, in cui si discute di leggi e fatti di attualità;
  • ricorso al metateatro (anche detto “il teatro nel teatro”), ad esempio un servo parla sulla scena svelando le macchinazioni che metterà in atto (il metateatro verrà portato alla sua massima espressione da Pirandello, ad esempio in Sei personaggi in cerca d’autore);
  • il linguaggio è versatile e ricco con l’andamento del parlato.

Plauto è tuttora l’autore classico più rappresentato, dopo essere stato il più imitato dai grandi del teatro europeo.

Sulla figura del vecchio Euclione (protagonista dell’Aulularia di Plauto), che fa vivere la propria famiglia in grandi ristrettezze pur di non intaccare il tesoro nascosto, è costruito il personaggio Arpagone protagonista dell’Avaro di Molière.

Il tema dell’avaro viene ripreso anche da Carlo Goldoni, che ad esso dedica ben due commedie: la prima ha lo stesso titolo della commedia di Molière ed è stata rappresentata nel 1756; la seconda è l’Avaro Fastoso, scritta in francese nel 1773, tradotta in italiano dall’autore stesso e rappresentata nel 1776.

Il soldato fanfarone e smargiasso (il Miles gloriosus plautino) ha ispirato tante maschere della Commedia dell’Arte, nonché personaggi teatrali e protagonisti di romanzi. Specialmente nel Cinquecento troviamo molti personaggi che in qualche modo ricordano il Pirgopolinice di Plauto: Capitan Spaventa, Capitan Fracassa, ecc.

Epidico e Pseudolo, protagonisti delle commedie omonime di Plauto, costituiscono i modelli del servo scaltro del teatro comico dal Rinascimento al Settecento. Da essi discendono alcuni degli zanni (buffoni) della Commedia dell’Arte, primo fra tutti Brighella.

Nel Cinquecento si segnalano i due lavori teatrali di G.B. Della Porta, l’Olimpia, rappresentata nel 1588, e la Trappolaia, messa in scena nel 1596.

Nel Seicento il personaggio che più d’ogni altro sembra riprodurre i tratti del servo plautino è Scapino, protagonista della commedia Le furberie dello Scapino di Molière, rappresentata nel 1671.