Promessi Sposi capitolo 14 Riassunto

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i promessi sposi capitolo 14 riassunto

Promessi Sposi capitolo 14 Riassunto dettagliato, analisi e commento degli avvenimenti, luoghi e personaggi del celebre romanzo di Alessandro Manzoni.

Promessi Sposi capitolo 14 Riassunto: La folla al tramonto si disperde. Renzo tiene un discorso contro l’ingiustizia. Uno sconosciuto si offre di accompagnarlo ad un’osteria

Il capitolo 14 de I promessi sposi è il primo capitolo dedicato da cima a fondo a Renzo e inaugura un gruppo di capitoli, dal 14 al 17, interamente riservato a questo personaggio.

Nel presente, il 14, Renzo parla lungo tutto il capitolo. Prima per strada, in mezzo a un crocchio; poi nell’interno di un’osteria, con l’oste, con la guida, con gli avventori, fra un boccone e l’altro di stufato e i molti bicchieri di vino. Queste parole sono tutte intrise di esperienza personale, quella da lui vissuta dall’8 all’11 novembre: dall’incontro con don Abbondio a quello con Ferrer.

Così, mentre molti se ne tornano a casa, poiché si è fatto sera, alcuni si fermano a parlare e si scambiano opinioni.

Anche Renzo dice la sua, con tale foga da attirare subito l’attenzione e divenire il centro d’interesse d’un crocchio, al quale tiene un piccolo comizio («… si trovò a ridosso a un crocchio;… – signori miei! – gridò, in tono d’esordio: – devo dire anch’io il mio debol parere?»).

Le sue personali disavventure, associate ai problemi collettivi in cui è stato coinvolto, hanno fatto maturare in lui precise convinzioni: il mondo deve andare «un po’ più da cristiani»; ci sono persone malvagie («tiranni») che agiscono contrariamente ai precetti dati da Dio («fanno proprio al rovescio de’ dieci comandamenti»); le leggi ci sono, ma non vengono applicate («ma non se ne fa nulla»), perché c’è una «lega», ovvero un accordo fra i prepotenti.

L’unica soluzione, afferma Renzo, è di «andar da Ferrer, e dirgli come stanno le cose», denunciando anche lo scarso rispetto dei delinquenti per le sue grida.

Renzo sta rapidamente prendendo coscienza che il mondo non finisce nel suo paesello e che la vita è disseminata di piccole e grandi violenze da cui bisogna difendersi. Tuttavia è ancora molto ingenuo: crede a ciò che vede senza sospettare malizia o sotterfugi. E’ davvero convinto che Ferrer sia sinceramente affezionato al popolo milanese, che i sorrisi distribuiti senza risparmio poche ore prima corrispondano a un animo ben disposto e generoso e che le sue parole riflettano l’intenzione reale di far trionfare la giustizia.

Nel crocchio c’è anche uno sbirro travestito, che si è mescolato alla folla per scoprire i capi della rivolta e consegnarli alla giustizia. Si offre di accompagnare Renzo, allorché questi chiede che gli venga indicata un’osteria «per mangiare un boccone» e riposarsi. L’intenzione reale dello sconosciuto è di condurlo in prigione, ma Renzo dopo un po’ di cammino vede «un’insegna d’osteria» e decide di entrare senza andare oltre e con lui entra anche lo sconosciuto.

Promessi Sposi capitolo 14 Riassunto: All’osteria della Luna Piena Renzo si rifiuta di dare le sue generalità all’oste, ma poi le svela allo sconosciuto.

Alterato dagli avvenimenti e dal vino, Renzo continua a parlare in modo sempre più sconnesso.
Inizia qui la parte più comica ma anche la più penosa dell’avventura di Renzo, in un ambiente equivoco e pieno di insidie.

Renzo e lo sconosciuto accedono all’osteria, passando prima per un «usciaccio», sopra il quale pende l’insegna della Luna Piena; poi «per un cortiletto»; infine, entrano in cucina: due lumi, pendenti dal soffitto di legno, danno una luce fioca e ambigua a tutta la stanza, dove regna un gran chiasso; c’è un’unica tavola stretta e lunga, alla quale, su due panche, sono seduti in molti; sparsi qua e là «tovaglie e piatti»; «carte voltate e rivoltate, dadi buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri» e poi monete che passano di mano in mano e che se avessero potuto parlare avrebbero raccontato a Renzo: «noi eravamo stamattina nella ciotola d’un fornaio, o nelle tasche di qualche spettatore del tumulto, che tutt’intento a vedere come andassero gli affari pubblici, si dimenticava di vigilar le sue faccende private».

A servire a quell’unico tavolo, che funge anche da tavolo da gioco, c’è un garzone che si muove trafelato («innanzi e indietro, in fretta e furia»).
Sotto la cappa del camino, su una piccola panca, siede l’oste: ha una «faccia pienotta e lucente» (proprio come la luna piena, che è poi il nome dato alla sua osteria), «una barbetta, folta, rossiccia, e due occhietti chiari e fissi». Sembra occupato a disegnare nella cenere, in realtà non gli sfugge nulla: è un furbo che sa nascondere benissimo le sue emozioni e i suoi pensieri. Non lascia trapelare né il disappunto alla vista della spia che ben conosce («maledetto!» disse tra sé: «che tu m’abbia a venir sempre tra’ piedi, quando meno ti vorrei!») né la curiosità circa l’identità di Renzo (disse, ancora tra sé: «non ti conosco; ma venendo con un tal cacciatore, o cane o lepre sarai: quando avrai detto due parole, ti conoscerò»).

Renzo ordina all’oste dello stufato e l’oste dichiara prontamente di non aver pane («ma pane, non ce n’ho in questa giornata»). Questa affermazione produce le prime compromettenti dichiarazioni di Renzo: alza per aria «il terzo e ultimo di que’ pani raccolti sotto la croce di San Dionigi» e dichiara che si tratta del «pane della Provvidenza». Nessuno crede che non sia stato rubato e meno che mai il poliziotto che, anzi, si convince che Renzo abbia partecipato all’assalto al forno delle grucce (leggi Promessi Sposi capitolo 12 Riassunto) e abbia attivamente contribuito al dilagare della rivolta.

Renzo, incalzato dalla spia, dichiara di voler dormire nell’osteria per quella notte e l’oste torna da Renzo con carta, penna e calamaio. Renzo si contraria, ma l’oste gli recita il contenuto della grida, che impone agli osti di registrare nome, cognome, luogo d’origine, motivo del soggiorno a Milano, eventuali armi in possesso dell’avventore, durata del soggiorno.

Renzo continua a bere vino; le sue facoltà si appannano; fa «conto d’esser dottor di legge»; accusa i dottori di non rispettare le leggi e si rifiuta di obbedire alla grida («comanda chi può, e ubbidisce chi vuole»). L’oste non fiata, a lui basta aver dimostrato di aver compiuto il suo dovere; non gli importa nulla di Renzo né delle gride e così torna a sedere sotto la cappa del camino a disegnare figure nella cenere e inizia un soliloquio: è inviperito contro Renzo per la posizione difficile in cui lo ha messo. Ora si trova costretto a denunciarlo, perché non gli ha dichiarato le sue generalità in presenza del poliziotto; non può rischiare di passare per complice di colui che tutti, ormai, credono sia uno dei capi della rivolta.

La sfiducia per la carta stampata e la diffidenza per la parola scritta ispirano le battute successive di Renzo, pronunziate «mettendosi di nuovo in attitudine di predicatore»: carta, penna e calamaio appaiono a Renzo come un arma, a cui ricorrono «quelli che regolano il mondo» e quell’abitudine di buttar «dentro nel discorso qualche parola in latino» gli appare un imbroglio ai danni di chi non ha studiato.

La sua battuta conclusiva: «oggi, a buon conto, s’è fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio» lo porta a compromettersi sempre più e a nulla serve la sua ultima affermazione («senza torcere un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia») che non sarà, purtroppo, «infilzata per aria» dalla penna, limitandosi questa a «inchiodare sulla carta» soltanto le parole che possono servire «a tempo e luogo» contro di lui.

Renzo è completamente ubriaco e il sedicente «Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli» gli illustra un interessante «progetto»: distribuire il pane in ragione delle bocche da sfamare: Renzo, offuscato dal vino e entusiasmato dalla proposta, incautamente gli dice il suo nome e cognome (che sono veri!) e non fa attenzione che tutto è messo su carta, con tanto di penna e calamaio. Ottenuto ciò che voleva, il poliziotto se ne va, mentre Renzo diventa oggetto di scherno («lo zimbello») da parte degli avventori: lo canzonano, si divertono ai suoi atteggiamenti da ubriaco, alle sue parole insensate.

Per fortuna (e di questo Manzoni se ne compiace) Renzo, guidato dall’istinto, non pronuncia il nome di Lucia («per buona sorte, in quel vaneggiamento, gli era però rimasta come un’attenzione istintiva… ») e risparmia alla fanciulla di divenire oggetto di divertimento «di quelle lingue sciagurate».

Questo articolo è tratto dall’ebook “Guida ai Promessi Sposi” in vendita su
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