i promessi sposi capitolo 33 riassunto

Promessi Sposi capitolo 33 Riassunto dettagliato, analisi e commento degli avvenimenti, luoghi e personaggi del celebre romanzo di Alessandro Manzoni

Promessi Sposi capitolo 33 Riassunto: Don Rodrigo è colpito dalla peste. Tradito dal Griso, è consegnato ai monatti e condotto al lazzaretto. Anche il Griso è colpito dal morbo e muore in poco tempo

È una notte di fine agosto, don Rodrigo sta rientrando nella sua casa di Milano assieme al Griso, di ritorno da una serata di baldoria con gli amici, nella quale ha tenuto anche un elogio funebre, recitato per beffa, riguardo il conte Attilio, morto due giorni prima a causa dalla peste. Il tirannello si sente debole, il respiro è pesante, avverte una forte arsura. Attribuisce tutto ciò al fatto di essere rimasto alzato a lungo, al vino, alla stagione.

Don Rodrigo, inconsciamente, sospetta la peste, ma non vuole ammetterlo. Chiede al Griso di accompagnarlo nella sua stanza, facendogli luce con il lume e il Griso, vedendo il viso del suo padrone, prende atto di ciò che sta accadendo, ma finge di accondiscendere alle rassicurazioni del suo padrone riguardo la propria salute.

Don Rodrigo si mette a letto; non riesce a prendere subito sonno; spesso si sveglia, come se qualcuno lo scuotesse; finalmente si addormenta e fa un sogno tremendo: gli sembra di essere in chiesa, circondato e poi pressato da una folla di appestati e ad un tratto nel sogno compare fra Cristoforo sul pulpito, che gli punta il dito contro, come in quel giorno, quando gli aveva fatto una specie di predizione, gridando: «verrà un giorno…» (capitolo 6). Allora don Rodrigo quasi si slancia per trattenere quella mano, come già allora aveva fatto, e poi, come un ossesso, si sveglia con un grande urlo, porta la mano laddove sente il dolore e vi scopre un bubbone livido.

Lo invade il terrore della morte e di finire al lazzaretto per mano dei monatti; quest’ultima prospettiva gli è insopportabile. Chiama a gran voce il Griso. Quando questi giunge, don Rodrigo gli promette che saprà ricompensarlo adeguatamente in cambio della sua fedeltà! Gli chiede di andare a chiamare il Chiodo chirurgo, un medico che dietro pagamento di forti somme di denaro, cura di nascosto i malati, senza denunciarli.

Il Griso va, ma invece di tornare con il medico, vi conduce due monatti. Alla vista dei due monatti don Rodrigo si infuria; caccia una mano sotto il capezzale per prendere la pistola; l’afferra, ma prima che possa sparare, uno dei due monatti gli è addosso e lo disarma. Don Rodrigo con un terribile grande urlo ed un ultimo violento sforzo per liberarsi, cade esausto, stremato. Dopo che il Griso e l’altro monatto hanno messo a soqquadro la stanza per rubare denaro e oggetti di valore, don Rodrigo è portato come un «miserabil peso» al lazzaretto.

Anche il Griso ha la punizione che merita: mentre fruga, per procurarsi la sua parte di bottino, ha cura di non toccare i monatti, ma nella fretta resta vittima della sua avidità, perché prende e scuote incautamente gli abiti del suo padrone, per vedere se c’è denaro e resta contagiato. Perciò il giorno successivo, mentre sta «gozzovigliando in una bettola», gli vengono meno le forze e cade privo di sensi. Muore prima che i monatti, dopo averlo depredato, lo portino al lazzaretto. Muore solo come un cane, abbandonato anche dai colleghi di scelleratezze.

E’ la degna conclusione di un’esistenza squallida del personaggio più cupo e desolante dell’intero romanzo, che sino all’estremo non smentisce la sua natura gretta, arrivando al punto di tradire e derubare il suo padrone e, infondo, benefattore.

Non dobbiamo pensare che la fine di don Rodrigo (così come quella di Attilio e del Griso) si riduca ad un meschino atto vendicativo di Dio: altrimenti come spiegare la scomparsa di tanti innocenti, di tanti personaggi buoni? Essa rientra piuttosto nella logica della narrazione, quale evento necessario per la lieta conclusione del romanzo e del resto Manzoni presenta il tutto completamente scevro da sentimenti di soddisfatta rivalsa.

Promessi Sposi capitolo 33 Riassunto: Renzo, guarito dalla peste, si mette in viaggio per cercare Lucia. Torna prima al paese, incontra Tonio e don Abbondio. Rivede la sua vigna e la sua casa, poi, presso un amico, trova ospitalità per la notte

Nel frattempo, in territorio bergamasco, Renzo è tornato al vecchio filatoio, insieme con il cugino Bortolo, riprendendo la sua vera identità, perché da quando Venezia e il ducato di Milano sono in guerra, non c’è più alcun rischio per lui.
Il cugino si mostra ben lieto di tenersi accanto il giovane a cui vuole bene; e poi è un ottimo lavorante e oltre tutto non gli dà ombra, perché semianalfabeta: Bortolo, quindi, associa alla generosità anche una buona dose di calcolo interessato. Per questo spesso interviene a dissuadere Renzo dal commettere spropositi, come quello di arruolarsi o rientrare nel ducato di Milano sotto falso nome, invitandolo piuttosto alla calma, alla lungimiranza, alla rassegnazione.

Quando poi la pestilenza colpisce anche il bergamasco, Renzo si ammala, ma riesce a salvarsi. Lo scampato pericolo gli ridona il gusto della vita, la volontà di lottare e il desiderio di rivedere Lucia. Decide, pertanto di andare a cercarla a Milano, contando sul fatto che, in mezzo alla confusione e ai lutti generali, nessuno pensa più alla cattura che pende sul suo capo. Renzo si congeda dal cugino con la promessa di ritornare, magari non da solo. Si mette in cammino baldanzoso, poiché coloro che guariscono dalla peste sono ormai immuni dal contagio.

Sulla via del ritorno, a contrasto della solitudine in cui Renzo percorre la strada, interrotta solamente da squallidi funerali, la natura trionfa per la ricchezza di frutta abbandonata e non raccolta da alcuno, segno ancor più triste di desolazione.

Alla vista del suo paese, Renzo si sente stringere il cuore e rivive il dramma della fuga nella notte degli imbrogli, quasi sentisse il rintocco a martello della campana suonata da Ambrogio. Pieno di desolazione è l’incontro con Tonio, trasformato dalla peste e reso simile a Gervaso, riconosciuto a stento e incapace di riconoscere Renzo.

Malinconico è anche l’apparire di don Abbondio, lui pure fisicamente mutato dalla peste, ridotto a «una cosa nera», costretto a camminare «adagio, adagio, portando il bastone come chi n’è portato a vicenda». Ma don Abbondio, se è fisicamente cambiato, rimane moralmente immutato: la paura continua a non dargli requie; il pensiero di sé sta sopra ogni altro pensiero; il quieto vivere rimane il principio basilare del suo sistema: «ora avevo proprio bisogno d’un po’ di quiete, per rimettermi in tono: via, cominciavo a stare un po’ meglio…»; «volete rovinarvi voi, e rovinarmi me. Non vi basta di quelle che avete passate voi; non vi basta di quelle che ho passate io».

Dunque il curato rimprovera Renzo di essere tornato e gli chiede di ripartire il prima possibile, ma gli fornisce anche le prime necessarie informazioni: di Lucia non si sa nulla; Agnese è da alcuni suoi parenti a Pasturo; padre Cristoforo è lontano e tanti altri del paese sono morti.

Renzo passa accanto alla sua vigna e ne rileva lo stato pietoso: è questa sicuramente una pagina insolita del romanzo, perché Manzoni (quasi a voler dar sfoggio di virtuosismo letterario) indugia, con compiacenza, a descrivere l’intrico di erbe di ogni genere ed elenca diligentemente i nomi delle piante selvatiche, evidenziando l’incredibile competenza botanica. Ad ogni modo, tale è l’intrico di vegetazione che Renzo nemmeno entra nella sua vigna.

Anche la casa è tutta sconquassata: vi hanno bivaccato i Lanzichenecchi e ora è divenuta il regno dei topi e dei ragni. Renzo le dà un’occhiata sommaria e poi cerca riparo presso un amico d’infanzia, che trova seduto sull’uscio di casa, tutto solo, con le braccia conserte, assorto in contemplazione del cielo. L’incontro con Renzo è festoso e commosso: l’antica confidenza si ravviva in un attimo, diventa familiarità e intesa profonda. L’amico si affaccenda a improvvisare all’ospite una povera cena a base di latte, polenta e carne secca. Trascorrono gran parte della notte a chiacchierare e Renzo viene a conoscere con esattezza il nome della famiglia che ha accolto Lucia a Milano.

Promessi Sposi capitolo 33 Riassunto: Il mattino successivo riparte per Milano e arriva verso sera a Greco, dove dorme in un cascinale; la mattina dopo entra in città

L’indomani, all’alba, Renzo è pronto per partire alla volta di Milano, fermo nell’intenzione di ritornare con Lucia o di sparire per sempre e l’amico lo rincuora come può. Renzo, alla sera di quella giornata di viaggio, dopo aver attraversato Monza, arriva a Greco, a pochi chilometri da Milano; qui si ferma a dormire in un pagliaio, perché non si fida più di osti e di osterie. L’indomani giunge sotto le mura della grande città, in una zona poco distante da Porta Nuova.