silvio pellico

Silvio Pellico nacque il 24 giugno 1789 a Saluzzo, in Piemonte, da una famiglia di modeste condizioni economiche (il padre, commerciante si dilettava di letteratura, la madre era profondamente religiosa).
La sua amicizia con Monti, con Foscolo, con Berchet e altri intellettuali (che avrebbero poi dato vita al primo Romanticismo) gli consentì di partecipare attivamente al dibattito culturale e politico che in quegli anni caratterizzava gli ambienti lombardi; collaborò al Conciliatore, il giornale dei gruppi romantici milanesi, che doveva diventare  il portavoce delle nuove idee letterarie, ma si proponeva anche finalità di progresso civile, diffondendo cognizioni scientifiche utili allo sviluppo economico della Lombardia. Per queste sue tendenze progressiste e liberali ebbe vita difficile con la censura austriaca, finché cessò la pubblicazione nel 1819.
Nel 1820 Silvio Pellico si iscrisse alla Carboneria, e dopo soli due mesi, il 13 ottobre venne arrestato e condannato a morte con l’accusa di affiliazione, assieme a Pietro Maroncelli. La pena di morte gli fu però commutata in 15 anni di carcere duro, da scontare nella fortezza dello Spielberg, una drammatica esperienza che Silvio Pellico raccontò nel libro autobiografico “Le mie prigioni”, pubblicato nel 1832.
Dopo 9 anni di carcere, nel 1830, Silvio Pellico fu graziato e fece ritorno a Torino, dove visse, lontano da ogni interesse di politica militante, fino alla morte, avvenuta il 31 gennaio 1854.

Prima di fermarci sull’opera maggiore, Le mie prigioni, accenneremo a due opere che meglio rivelano interessi, tendenze e attitudini artistiche di Silvio Pellico: la tragedia Francesca da Rimini e un romanzo incompiuto Breve soggiorno in Milano di Battistino Barometro.

La tragedia Francesca da Rimini fu messa in scena nel 1815 a Milano. Ebbe subito un enorme successo. Forse la ragione principale del successo fu l’accenno all’Italia che uno dei protagonisti, Paolo Malatesta, fa al suo arrivo, dichiarandosi pronto a combattere per la patria. Dunque l’opera interpretava, con l’analisi del sentimento, con l’esplorazione dei conflitti interiori, con la delicatezza degli affetti, le nuove tendenze del gusto e della sensibilità della società del tempo.
L’argomento è desunto dal Dante della Commedia (Paolo e Francesca, canto V dell’Inferno), con qualche significativa modifica: alla tragedia della passione travolgente ma peccaminosa e imperdonabile che costituisce il motivo fondamentale della storia rievocata da Dante si sostituisce nella Francesca del Pellico la tragedia del fato che travolge inesorabilmente tre creature innocenti; in particolare, alla donna peccatrice dell’Inferno dantesco si sostituisce una pura ed innocente fanciulla smarrita dietro un irrealizzabile sogno d’amore, ma decisa a rispettare i propri doveri di sposa.

Del romanzo Breve soggiorno in Milano di Battistino Barometro Silvio Pellico pubblicò solo i primi sette capitoli nel «Conciliatore». Il romanzo voleva essere una satira della società italiana (particolarmente di quella milanese) contemporanea: il racconto, che si immagina fatto dal protagonista in prima persona, è satirica, talvolta canzonatoria, talvolta ironica, talvolta apertamente polemica. Motivo ricorrente di questa satira sociale è il contrasto fra la semplicità della vita paesana e la falsità della vita della grande città. Ma l’interesse del romanzo non sta tanto nel confronto tra vita di città e vita paesana quanto nella umana simpatia che lo scrittore rivela per il “mondo degli umili” (da ricondursi alla cultura romantica).

“Le mie prigioni” di Silvio Pellico sono un esile libro di memorie incentrato sull’esperienza della prigione. Molti videro nell’opera un duro ed efficace atto di accusa contro la dominazione austriaca, ma Silvio Pellico la concepì soltanto come testimonianza del suo ritorno, attraverso la sofferenza e il dolore, alla fede cristiana.
Di fatto, il brano che è qui riportato, tratto dai primi capitoli del libro e tutto animato dal motivo della tenerezza familiare e da quello della consolazione spirituale offerta dalla religione, dimostra chiaramente quale sia lo stato d’animo dell’autore.

«Lo svegliarsi la prima notte in carcere è cosa orrenda! Possibile! (dissi, ricordandomi dove fossi) possibile! Io qui? E non era un sogno il mio? Ieri dunque m’arrestarono? Ieri mi fecero quel lungo interrogatorio che domani, e chi sa fin quando dovrà continuarsi? Ier sera, avanti di addormentarmi, io piansi tanto, pensando ai miei genitori!… “In quest’istante”, diceva io, “dormono tranquilli o vegliano, pensando forse con dolcezza a me, non punto presaghi del luogo ov’io sono! Oh felici, se Dio li togliesse dal mondo avanti che giunga a Torino la notizia della mia sventura! Chi darà loro la forza di sostenere questo colpo?” Una voce interna parea rispondermi: “Colui che tutti gli afflitti invocano ed amano e sentono in se stessi! Colui che dava la forza ad una Madre di seguire il figlio al Golgota, e di stare sotto la sua croce! L’Amico degli infelici, l’Amico dei mortali!” Quello fu il primo momento, che la religione trionfò nel mio cuore; ed all’amor filiale debbo questo benefizio».  da “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, 1832.

Copertina di un'antica edizione Salani.
Copertina di un’antica edizione Salani.