Italia mia Petrarca: parafrasi, analisi del testo

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Italia mia, Francesco Petrarca

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno di Petraca: testo, parafrasi, commento, figure retoriche.

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno: introduzione

Nel Canzoniere di Francesco Petrarca, accanto alle rime d’amore dedicate a Laura, trovano posto anche componimenti civili di carattere politico (due sonetti e due canzoni); di questi Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno è la più nota e la più fortunata presso i lettori futuri (si pensi ad esempio al ventiseiesimo capitolo del Principe di Machiavelli e alla canzone All’Italia di Leopardi).

Petrarca scrisse questa canzone fra il 1344 e il 1345, dopo aver assistito di persona allo scontro fra truppe mercenarie per il possesso della città di Parma (dove a quell’epoca il poeta risiedeva), assoldate rispettivamente dal ferrarese Obizzo d’Este e dal signore di Mantova, Filippino Gonzaga.

In questi versi il poeta, dopo aver lamentato le sciagure che affliggono l’Italia, dovute sia alle divisioni politiche e alle discordie civili sia all’eccessivo uso delle infide truppe mercenarie, esorta i principi italiani a prendere le armi contro i mercenari stessi, per liberare la penisola e ridarle dignità di patria.

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno: testo, parafrasi, commento

vv. 1-6 Testo, parafrasi, commento

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,
piacemi almen che’ miei sospir’ sian quali
spera ‘l Tevero et l’Arno,
e ‘l Po, dove doglioso et grave or seggio.

Italia mia, benché parlare sia inutile a [curare] le piaghe mortali che vedo nel tuo bel corpo così numerose, voglio almeno che i miei sospiri [di dolore] siano quali il Tevere e l’Arno e il Po, dove ora sto addolorato e turbato, si aspettano.

Il poeta è cosciente dell’inutilità delle proprie parole, ma vuole ottemperare alle giuste attese degli Italiani nei suoi confronti. Il discorso è rivolto direttamente all’Italia, immaginata nei termini di una persona umana, secondo la tecnica della personificazione. Per questa ragione i problemi sono chiamati piaghe. Il riferimento ai tre fiumi più conosciuti d’Italia indica la penisola nel suo insieme, e anzi i suoi abitatori.

vv 7-9 Testo, parafrasi, commento

Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.

Governatore del cielo [Dio], io chiedo [ti prego] che la pietà che Ti condusse sulla terra [a incarnarti in Cristo] Ti volga al tuo nobile (almo) paese preferito (dilecto) [l’Italia].

Il particolare amore di Dio per l’Italia sarebbe dimostrato, secondo i pensatori medievali, dall’aver posto in Italia la sede della Chiesa e quella dell’Impero.

vv. 10-16 Testo, parafrasi, commento

Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;
e i cor’, che ‘ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ‘ntenerisci et snoda;
ivi fa’ che ‘l Tuo vero, qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.

[O] Signore generoso (cortese) tu vedi da quali insignificanti cause sia derivata una guerra crudele; e tu, Padre, spalanca, intenerisci e libera i cuori, che Marte superbo e terribile, indurisce e chiude; fa’ che la Tua verità venga udita lì (ivi) [nei cuori] attraverso le mie parole (per la mia lingua), comunque io sia [non badare al fatto che io sono indegno di pronunciare la tua verità].

Marte: dio pagano della guerra, rappresenta qui l’aggressività e la ferocia degli uomini. ‘Ntenerisci e snoda: si contrappongono a ‘ndura e serra di due versi prima.

vv.17-22 Testo, parafrasi, commento

Voi chi Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ‘l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?

Voi [signori italiani] ai quali la sorte (Fortuna) ha posto in mano il governo delle belle regioni (contrade) [italiane], delle  quali pare che non vi tocchi nessuna pietà, che fanno qui [in Italia] tante spade [soldati] straniere (pellegrine)? [Sono qui forse] perché il verde terreno si colori del sangue dei barbari?

Petrarca si rivolge ai potenti d’Italia, accusandoli di essere i principali responsabili della decadenza italiana. Infatti è dalle lotte e dalle guerre tra i vari signori che derivano i mali nazionali, a partire dalla presenza di soldati mercenari stranieri. La prima domanda contiene un’accusa: quella di aver condotto soldati stranieri sul territorio nazionale; la seconda domanda contiene un riferimento ironico alle speranze di trovare fedeltà in soldati prezzolati, quasi dicesse “sperate veramente che soldati stranieri siano disposti a versare il loro sangue per i vostri interessi?”, alludendo alla tendenza dei soldati mercenari a combattere nel proprio esclusivo interesse, pronti a cambiare fronte e a depredare i territori dei propri stessi pagatori.

vv. 23-27 Testo, parafrasi, commento

Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ‘n cor venale amor cercate o fede.
Qual più gente possede,
colui è più da’ suoi nemici avolto.

Vi seduce (vi lusinga) una illusione (error) infondata (vano): vedete [capite] poco, e vi sembra di vedere molto, dato che cercate amore e fedeltà in cuori mercenari (venale). Chi possiede più truppe (gente), questi è più circondato (avolto) dai suoi nemici.

A essere nemici, potenzialmente, sono infatti gli stessi soldati mercenati.

vv. 28-32 Testo, parafrasi, commento

O diluvio raccolto
di che deserti strani,
per inondare i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?

O diluvio [i soldati stranieri, per metafora] raccolto da quali orridi luoghi selvaggi per inondare i nostri dolci campi! Se questo ci accade (n’avene) a causa delle proprie mani [per opera di scelte fatte da Italiani], allora chi potrà salvarcene?

I signori italiani non fanno l’interese dell’Italia così come i soldati mercenari non fanno quello dei signori stessi che li pagano (né tanto meno quello dell’Italia).

vv. 33-38 Testo, parafrasi, commento

Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma ‘l desir cieco, e ‘ncontra ‘l suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.

La natura provvide adeguatamente (ben) alla nostra [degli Italiani] esistenza (stato) quando mise la protezione delle Alpi fra noi e la ferocia (rabbia) tedesca [delle popolazioni germaniche); ma poi il desiderio cieco [stupido, dei signori d’Italia], e tenace (fermo) contro [anche] il proprio interesse si è a tal punto dato da fare (ingegnato), che ha procurato corruzione (scabbia; per metafora) al corpo sano [dell’Italia].

L’avidità senza discernimento e testarda dei potenti ha distrutto le difese offerte dalla natura alla penisola, corrompendola. Scabbia: è propriamente una ripugnante malattia dela pelle.

vv. 39-48 Testo, parafrasi, commento

Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansuete gregge
s’annidan sì, che sempre il miglior geme;
et è questo del seme,
per più dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sì ‘l fianco,
che memoria de l’opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non più bevve del fiume acqua che sangue.

Ora, dentro alla stessa gabbia, dimorano fiere selvagge [barbari] e greggi mansuete [gli Italiani], così che a dolersene sono sempre i migliori [gli Italiani] e questo popolo, per procurarci più dolore, appartiene alla discendenza del popolo senza legge [i barbari] al quale, come si legge [nelle storie di Roma], Mario inflisse una tale sconfitta che ancora non si spegne il ricordo dell’evento, quando assetato e stanco bevve dal fiume più sangue che acqua.

L’Italia, trasformata in una gabbia, vede la convivenza forzata della indifesa civiltà latina (rappresentata dalle greggi, simbolo evangelico di purezza e di mitezza) e della violenta rozzezza dei barbari germanici; il contrasto tra i due popoli è sottolineato dal chiasmo al verso 40. Aggrava il dolore il fatto che della condizione inerme degli Italiani si approfittino i discendenti dei nemici storici dei Latini, da essi duramente sconfitti. I vv. 44-48 rievocano le imprese militari di Gaio Mario, il quale nel 102 a.C. distrusse l’esercito dei Teutoni (una popolazione germanica) presso l’odierna Aix-en-Provence.

vv.49-51 Testo, parafrasi, commento

Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l’erbe sanguigne
di lor vene, ove ‘l nostro ferro mise.

Non parlo (taccio) di Cesare che per ogni terra (piaggia) insanguinò le erbe del loro [dei barbari] sangue ovunque portò la spada nostra [degli Italiani, sentiti come continuatori dei Romani].

Le imprese di Giulio Cesare sono rapidamente rievocate attraverso la figura della preterizione (=figura retorica per la quale fingendo di tacere una cosa la si dice, attribuendole in questo modo maggiore rilievo: «Cesare taccio…»).

vv. 52-56 Testo, parafrasi

Or par, non so per che stelle maligne,
che ‘l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la più bella parte.

Ora pare, per non so quale astro avverso, che il cielo ci abbia in odio: grazie a voi [i signori] ai quali è stato dato un compito così grande. Le vostre avidità discordi guastano il paese più bello del mondo [l’Italia].

vv 57-62 Testo, parafrasi, commento

Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e ‘n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga ‘l sangue et venda l’alma  a prezzo?

Quale colpa, [o] quale punizione o quale destino [vi spinge a] opprimere (fastidire)  i vicini poveri, e perseguitare i [lor] beni [già] impoveriti  (afflicte) e dispersi (sparte), e a cercare e gradire gente straniera (‘n disparte), che sparga il [proprio sangue] e venda l’anima (l’alma) per denaro?

Due le colpe dei signori italiani qui loro rinfacciate: attendere che i vicini siano in difficoltà per approfittarne; cercare lontano dalla patria soldati mercenari e accoglierli a braccia aperte pur di realizzare i propri piani di conquista nei confronti degli Stati confinanti.

vv. 63-64 Testo, parafrasi, commento

Io parlo per ver dire,
non per odio d’altrui, né per disprezzo.

Io parlo per dire la verità (ver), [e] non per odio né per disprezzo di qualcuno.

Il poeta dichiara di ricorrere a un tono così duro solo per amore della verità dei fatti e non perché egli sia a sua volta coinvolto nello spirito fazioso che sta condannando; aggiunge così autorità e solennità al proprio giudizio.

vv. 65-73 Testo, parafrasi, commento

Né v’accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch’alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che ‘l danno;
ma ‘l vostro sangue piove
più largamente, ch ‘altr’ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vedrete come
tien caro altrui che tien sé così vile.

E non vi accorgete ancor [pur] con tante dimostrazioni (prove) dell’inganno dei soldati germanici (bavarico=bavarese, della Bavaria, una regione della Germania meridionale), che alzando il dito [in segno di resa] si beffa (scherza) della morte? A parer mio è peggio lo scherno (lo strazio) che il danno: ma il sangue dei vostri (vostro) [degli Italiani] viene versato (piove) con più larghezza, dato che vi incita un odio ben maggiore. Pensate a voi stessi (di voi) dall’alba alle nove (da la matina a [ora] terza) e vedrete quanto considera degni gli altri chi [i mercenari] considera sé così vile [da vendere la propria vita].

Due argomenti dovrebbero dissuadere dall’impiego di soldati mercenari: la loro inadeguatezza guerresca (infatti essi si arrendono al primo pericolo; la slealtà (infatti non è lecito attendersi reazioni eticamente elevate da chi si vende per denaro). Da la matina a terza: un periodo di tre ore, per dire che i signori non dedicano ormai alla riflessione neppure questo tempo brevissimo, tutti presi e accecati dall’avidità.

vv. 74-80 Testo, parafrasi, commento

Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
ché ‘l furor de lassù, gente ritrosa,
vincerne d’intellecto
peccato è nostro, et non natural cosa.

[O] nobile sangue latino [gli Italiani], liberati di questi pesi (some) dannosi [i mercenari]; non trasformare in un mito una fama illusoria (vano) senza fondamento (soggetto) [la gloria militare dei soldati Tedeschi]: dal momento che è colpa nostra [degli Italiani] e non cosa naturale che la violenza [degli abitanti] del Nord (de lassù), popolazione arretrata (ritrosa), ci vinca in intelligenza.

Non la proverbiale forza delle armi tedesche, ma l’intelligenza dei soldati mercenari è veramente superiore a quella degli Italiani. Il paradosso – data la concezione del tempo, che riteneva rozzi i popoli nordici – serve a mettere ancora una volta al centro dell’attenzione le responsabilità dei regnanti. L’intelligenza dei mercenari consiste nel vendersi senza poi essere fedeli, né nel combattere, né nel conservarsi legati alla causa di ingaggio.

vv.81-86 Testo, parafrasi

Non è questo ‘l terren ch’ i’ tocchai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrido fui sì dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l’un et l’altro mio parente?

Non è questa [l’Italia] la terra che io toccai per prima [appena nato]? Non è questo il mio nido [la mia dimora] in cui fui nutrito [in cui vissi] così dolcemente? Non è questa la patria nella quale io ho fiducia, [essa che è una] madre benevola e pietosa, che ricopre [in cui sono sepolti] l’uno e l’altro mio genitore?

vv.87-96 Testo, parafrasi e commento

Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertù contra furore
prenderà l’arme, et fia ‘l combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne l’italici cor’ non è anchor morto.

Per Dio, questo pensiero talor vi muova, e con pietà guardate le lacrime del popolo sofferente, che spera di ottenere sollievo solo da voi, dopo Dio; e sarebbe sufficiente che mostraste qualche cenno di pietà, e la virtù prenderà le armi [contro il furore barbarico] e il combattimento sarà breve: poiché l’antico valore nei cuori del popolo italiano non è ancora morto.

La condizione avvilita del popolo italiano nasconde ancora, secondo il poeta, la grandezza ereditata dal glorioso passato, in particolare romano; e aspetta solamente di essere stimolato da un esempio anche minimo di virtù nei governanti: la responsabilità dei quali per la dipendenza dalle armi straniere risulta dunque tanto più grave.

vv.97-102 Testo, parafrasi, commento

Signor’, mirate come ‘l tempo vola,
et sì come la vita
fugge, et la morte n’è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l’alma ignuda et sola
conven ch’arrive a quel dubbioso calle.

Signori, osservate come il tempo vola, e allo stesso modo come la vita fugge, e la morte ci sta sulle spalle. Voi ora siete qui [sulla Tera]; pensate alla partenza [alla morte]: dato che è inevitbile che l’anima arrivi nuda e sola a quel cammino insidioso [la morte].

Il pensiero della morte e del giudizio divino dovrebbero anch’essi spingere i governanti a un comportamento virtuoso, pensando a come l’anima si presenta senza nessuna possibile protezione, nella prospettiva cristiana, al giudizio finale.

vv. 103-112 Testo, parafrasi, commento

Al passar questa valle
piacciavi porre giù l’odio et lo sdegno,
vènti contrari a la vita serena;
et quel che ‘n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto più degno
o di mano o d’ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio si converta:
così qua giù si gode,
et la strada del ciel si trova aperta.

Nell’attraversare questa valle [la vita terrena] vogliate deporre l’odio e l’ira, forze (vènti; per metafora) contrari alla vita serena; e quel tempo che viene impiegato per procurare sofferenze ad altri venga rivolto in qualche atto più meritevole o pratico o intellettuale, in qualche bella attività lodevole, in qualche impegno onorevole: così qua giù [sulla Terra] si è soddisfatti, e si trova aperta la strada del cielo [la beatitudine dopo la morte].

È l’invito conclusivo a dedicare a imprese elevate e meritevoli di lodi quelle energie inutilmente impiegate, al presente, per competere faziosamente con nemici e avversari. In questi ultimi versi trapela la concezione petrarchesca della nobiltà umana, e del suo rapporto con la sfera religiosa.

vv. 113-122 Testo, parafrasi, commento

Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra’ magnanimi pochi a chi ‘l ben piace.
Di’ lor: – Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace. –

Canzone, io ti invito a esporre cortesemente i tuoi argomenti, perché dovrai recarti tra genti superbe, e i loro caratteri sono posseduti ormai dall’abitudine pessima e antica [l’adulazione], sempre nemica del vero. Troverai la tua fortuna fra i pochi animi nobili ai quali piace il bene. Di’ loro: – Chi mi protegge? Io vado gridando: Pace, pace, pace. –

Il congedo (= strofa che chiude la canzone) completa il quadro di corruzione imperante con un riferimento all’adulazione ipocrita e menzognera dei cortigiani e dei letterati asserviti al potere: pericoli dai quali le parole del poeta dovranno cercare protezione presso i pochi ancora amanti della virtù e della verità, per diffondere grazie a essi il proprio messaggio di pace tra i signori italiani perché cessino le inimicizie e le ostilità fratricide.

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno: stile e figure retoriche

L’elevatezza dello stile e l’impegno nella costruzione strutturale sono rivelati da numerosi elementi. In particolare, al ricorso a numerose figure retoriche. Sono numerose le frasi esclamative (vv.28-30) e le interrogative retoriche (vv. 20, 31-32, 57-62, 65-67, 81, 82-83, 84-86); esse esprimono indignazione e adesione alla materia trattata.

Importanti sono le antitesi e le contrapposizioni (vv.29-30, 40, 93). Frequenti sono anche le metafore (per esempio vv. 2, 28-30, 38, 39-41, 75, 82, 85, 97, 102, 103). Non rare sono anche le altre figure retoriche con funzione di innalzamento stilistico, quali la prosopopea (vv. 1 sgg.), la preterizione (vv. 49 sgg.) e la perifrasi (vv. 117-118).

La costruzione strutturale ruota attorno all’invocazione ai signori – preceduta da una strofa (la prima) rivolta all’Italia e a Dio, e seguita nel congedo dalle raccomandazioni conclusive alla canzone stessa. L’invocazione ai signori è espressa in forma diretta nelle strofe seconda («Voi…») e penultima («Signor’…»).