Simona e Pasquino, di Boccaccio. Riassunto

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Simona e Pasquino, riassunto

Simona e Pasquino è la settima novella della quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio.

Tra le cento novelle del Decameron, moltissime trattano l’argomento dell’amore, sempre passionale e travolgente; con toni realistici e vicini all’esperienza della vita quotidiana dell’epoca. In alcune novelle la conclusione è felice e lieta; in altre – come in questa – triste e tragica.

Simona e Pasquino sono persone del popolo, semplici e genuine nelle azioni e nei sentimenti. Sono entrambi poveri e si guadagnano da vivere l’una filando e l’altro trasportando la lana.

La storia si svolge nella Firenze degli artigiani e dei mercanti, dove l’arte della lavorazione della lana era una delle più praticate e redditizie.

Il loro legame affettivo matura e cresce, fino a concretizzarsi nell’atto della congiunzione carnale: ma in questo non c’è morbosità o volgarità, bensì la naturalezza dei gesti quotidiani.

Una domenica i due ragazzi si danno appuntamento per il dopopranzo, in un giardino. Simona porta con sé un’amica, Lagina; Pasquino un amico di nome Puccino, da tutti soprannominato lo Stramba, «lo storto». Tra Lagina e lo Stramba nasce un «amorazzo», ovvero un amore occasionale, nato sul momento.

Nella parte del giardino dove Simona e Pasquino si sono appartati, c’è un cespuglio di salvia; Pasquino prende a passarsi una foglia sulle gengive e sui denti. Subito dopo, il suo viso inizia a cambiare espressione, poi a non vederci più e, infine, non riesce più a parlare; in breve muore, il suo corpo si gonfia e si  ricopre di macchie scure.

Simona inizia a gridare, Lagina e lo Stramba accorrono. Vedono Pasquino in quello stato e accusano Simona di averlo avvelenato.

Simona, fuori di sé per l’improvvisa perdita dell’amato, non riesce a giustificarsi. Ancora meno riesce a farlo, a causa della sua scarsa istruzione, quando è portata dinanzi al giudice, che la interroga sull’accaduto.

Il giudice, allora, chiede di essere portato sul luogo dell’accaduto per vedere con i suoi occhi il corpo del morto. Simona, per meglio far comprendere ciò che è accaduto, ripete il gesto di Pasquino, e, come lui, cade morta, a terra.

Giovanni Boccaccio, a questo punto, interviene in prima persona, affermando che il loro è stato un «lieto fine». Hanno infatti posto fine, nello stesso giorno, al loro amore e alla loro vita e se saranno fortunati continueranno ad amarsi e a vivere insieme in un’altra vita. Invece, sottolinea Boccaccio, se Simona fosse sopravvissuta al suo amante, di certo sarebbe stata condannata a causa delle pesanti accuse degli amici di Pasquino, che avrebbero di sicuro chiesto che una così grande malvagità fosse punita con il rogo.

Il giudice, dopo quanto accaduto a Simona, afferma che il cespuglio di salvia è senza dubbio velenoso e ordina che sia bruciato. Non appena il guardiano smuove il cespuglio, trovano sotto di esso un rospo e tutti i presenti convengono che la salvia è diventata velenosa a causa del respiro velenoso del rospo, perché – secondo la credenza popolare – alcuni rospi emettono un fiato velenoso.

Il rospo è bruciato assieme al cespuglio di salvia. Il processo ha così termine e Simona e Pasquino sono seppelliti nella chiesa di San Paolo.