Erodoto di Alicarnasso
Erodoto di Alicarnasso

Erodoto nacque verso il 485 a.C. ad Alicarnasso, nell’Asia Minore. Se ne allontanò per compiere lunghi viaggi durati un decennio, in Egitto e in varie regioni del Vicino Oriente, dalla Fenicia alla Mesopotamia, e si spinse fino alla Scizia. Morì intorno al 424 a.C.

Erodoto fu definito da Cicerone “il Padre della Storia”. Egli, infatti, si pose per primo l’obiettivo di ricercare testimonianze nuove, di osservare direttamente e di costruire un racconto al fine di proporre un’interpretazione degli avvenimenti.

Erodoto sosteneva che la ricostruzione storica dovesse basarsi soprattutto sull’autopsìa, il «vedere con i propri occhi». Ma ovviamente egli non poteva vedere ogni cosa: sia perché non poteva trovarsi dappertutto sia perché molti avvenimenti rilevanti per la sua ricerca erano avvenuti in un lontano passato. Erodoto faceva quindi ricorso a documenti quali epigrafi, cronache, monumenti, atti ufficiali. Ma la maggior parte della sua informazione derivava da fonti orali. In tutte le regioni da lui visitate, Erodoto raccolse informazioni da individui del luogo. Il suo metodo critico lo portava a mettere a confronto le fonti e far risaltare i loro punti di accordo e di disaccordo. Quasi sempre egli esprimeva la sua opinione personale: lo storico – affermava – era obbligato a riferire ciò che gli veniva detto, ma non a crederci.

La sua opera Le Storie tratta vicende dell’Oriente e della Grecia a partire dalla metà del VI a.C. Gli eventi più antichi riguardano la caduta del regno di Lidia nel 545 a.C., i più recenti la prima fase della guerra del Peloponneso. Ma il fulcro dell’opera è rappresentato dal racconto delle guerre persiane (la Prima guerra persiana e la Seconda guerra persiana).

Nell’opera storica di Erodoto era anche presente un fortissimo interesse etnografico: egli scriveva soprattutto di «barbari» (Persiani, Egiziani, Medi e Sciti) e di Greci.

Normalmente, il paragone con i barbari generava nei Greci un senso di superiorità. Erodoto, invece, evitava di formulare giudizi negativi sui costumi stranieri, ed era persino capace di ritenerli, per alcuni aspetti, migliori di quelli greci. Questo gli valse, nell’antichità, l’appellativo di philobàrbaros («amico dei barbari»). In realtà la sua conoscenza diretta del mondo lo aveva portato a comprendere realtà umane diverse da quella greca, a intuire che ogni popolo ha la sua cultura, e che i popoli sono spesso portati, per ignoranza o per paura, a denigrare il modo di vita degli stranieri.