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Mos maiorum: definizione, principi, significato

L’espressione mos maiorum significa letteralmente “costume (o usanza) degli antenati”. Si trattava dell’insieme dei valori ereditati dalla tradizione e trasmessi ai giovani nell’educazione come modelli di comportamento. Si basava sull’idea, tipica di una società rurale e tradizionalista, che gli antenati rappresentassero un modello di comportamento. Il mos maiorum era la base della cultura e della civiltà di Roma antica. Era infatti l’insieme di tradizioni, usanze, valori che permetteva ai Romani di riconoscersi come popolo. È dunque importante, per capire la mentalità dei Romani, conoscere il mos maiorum.

Vediamo quali erano questi valori (virtù) della società romana.

Le virtù fondamentali della tradizione romana

Fides è la “fedeltà” o “lealtà” o “fiducia”, in senso sia giuridico e politico (per esempio il rispetto degli accordi presi) sia personale (il rapporto tra amici o tra coniugi). Questo valore, per esempio, regolava il rapporto che intercorreva tra il patronus e il cliens, il «cliente»: il patronus era moralmente obbligato a dare aiuto al cliens, pena una forte perdita di prestigio di fronte alla comunità; a sua volta il cliens era tenuto a dimostrare, al momento opportuno, la propria riconoscenza per l’aiuto ricevuto (per esempio, con il voto alle elezioni).

Pietas è la “devozione”, il “rispetto”, che si deve agli dèi, ma anche alla patria e alla famiglia.

Gravitas è la “severità” o “serietà” tipica degli anziani e del buon capofamiglia.

Costantia indica la “costanza”, la “fermezza”, cioè l’integrità morale che induce ad avere un comportamento giusto anche nei casi in cui è difficile.

Magnanimitas è la “magnanimità”, la “grandezza d’animo”, cioè l’avere un comportamento generoso, senza secondi fini, nella vita pubblica e privata.

Industria è l'”operosità”, la vita dedicata al fare.

Fortitudo, è il coraggio e lo sprezzo del pericolo.

Frugalitas, sta a indicare un tenore di vita semplice e lontano dal lusso.

Abstinentia, il disinteresse nel maneggio di pubblico denaro.

Patientia, la capacità di sopportare le sventure.

Esisteva, inoltre, una parte del mos maiorum specificatamente dedicata alle donne romane, per le quali la virtù più apprezzata era la pudicitia, ossia la capacità di mantenere una condotta irreprensibile prima come figlie e poi come mogli e madri, dedite alla cura del patrimonio domestico e all’educazione dei figli.

Questi valori s’incarnavano in figure esemplari come il protagonista dell’Eneide, Enea. Enea si impone proprio come prototipo dell’uomo in cui confluiscono le “virtù” della romanità, il mos maiorum: coraggio, lealtà, giustizia, clemenza, devozione verso gli dèi, capacità di sopportare le avversità, alto senso civico che lo porta ad anteporre al proprio destino individuale la considerazione del bene della comunità.

Tali valori si confermarono nei secoli delle conquiste: le vittorie e la crescente potenza di Roma parvero premiare un ideale di cittadino attento agli interessi collettivi più che a quelli personali e a uno stile di vita a vantaggio del bene comune.

La crisi del mos maiorum

Nel II secolo a.C., a seguito della diffusione della cultura greca a Roma e dell’attrazione che essa suscitava su parte dell’aristocrazia, si accese una battaglia politica tra “innovatori” e “conservatori”. Tra gli innovatori ci furono i membri del potente Circolo degli Scipioni, formatosi alla metà del II secolo a.C., che riuniva uomini di cultura ed esponenti della nobiltà romana filoellena e intellettuali greci, sotto il patrocinio di Scipione Emiliano. Il Circolo degli Scipioni, che introdusse a Roma la filosofia ellenistica (scetticismo, epicureismo, stoicismo), mise in crisi gli antichi e sobri costumi tradizionali romani (il mos maiorum).

Il più grande sostenitore della battaglia tradizionalista fu Catone il Censore (234-149 a.C.). I tradizionalisti fecero emanare, con scarsi effetti pratici, dei provvedimenti contro il lusso; sono le cosiddette leggi suntuarie (da sumptus, “spesa”): nel 215 (legge Oppia), nel 182, nel 161 a.C. e altre ancora. Questi provvedimenti vietavano alle donne di indossare vestiti e gioielli troppo costosi e ponevano un limite alle spese per feste e banchetti. Catone e i tradizionalisti, tuttavia, non combattevano la ricchezza in quanto tale, ma la trasformazione culturale e politica di cui essa era sintomo.

Gli ultimi decenni del periodo repubblicano videro la crisi più acuta del sistema dei valori del mos maiorum. Nel De Catilinae coniuratione (“La congiura di Catilina”, il colpo di stato tentato nel 63 a.C.), lo storico Sallustio (86-35 a.C.) racconta che ambizione, avidità, brama di potere e di ricchezza, corruzione causavano una generale decadenza dei costumi e minavano dalle fondamenta la vita stessa della res publica.

 

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