7 luglio 1647 - La rivolta di Masaniello
Masaniello ritratto da Aniello Falcone nel 1647

La rivolta di Masaniello scoppia il 7 luglio 1647.

I rivoltosi erano artigiani, mercanti, contadini, ma anche gruppi di borghesi e intellettuali esasperati dal fisco spagnolo, dall’iniqua distribuzione del carico fiscale, dal soffocante controllo dei baroni sulla società napoletana. L’imposizione poi di un’ennesima gabella, quella sulla vendita di frutta, diede il via alla rivolta napoletana del 7 luglio 1647.

La furia popolare fu animata da un giovane pescivendolo di nome Tommaso Aniello, detto Masaniello (1620-1647) e coordinata dall’abate Giulio Genoino. I rivoltosi napoletani presero d’assalto i palazzi baronali, gli uffici del fisco, il palazzo del viceré e le carceri. Masaniello, intanto, venne nominato “capitano generale del popolo”.

Lo storico Pietro Giannone (1676-1748) descrive così i momenti iniziali della sommossa: «Alcuni contadini della città di Pozzuoli, avendo la mattina di quel giorno, portate alcune sporte di fichi al mercato, erano sollecitati dagli esattori del dazio al pagamento; […] uno de’ contadini, che non aveva denaro, versò con una imprecazione un cesto di fichi per terra, rabbiosamente calpestandolo. Accorsero molti a rapirli, alcuni con risa, altri con collera, compatendo quel misero et odiando la ragione. Allo strepito essendo sopravvenuto Masaniello con altri ragazzi armati di canne, cominciarono tutti, da costui animati, a saccheggiar il posto della gabella [ossia il luogo dove si pagava il dazio] scacciandone coi sassi i ministri» (dalla “Istoria civile del Regno di Napoli”, 1723).

Masaniello qualche giorno dopo fu assassinato, il 16 luglio 1647.
L’assassinio di Masaniello fu dovuto a una congiura tra i rappresentanti spagnoli e la parte moderata degli insorti, timorosi che il favore della plebe lo avrebbe a lungo mantenuto al governo della città.
Ma la morte di Masaniello non spense la rivolta: l’armaiolo Gennaro Annese cercò di dar vita a una repubblica e chiese aiuto alla Francia. L’appello fu raccolto dal nobile francese Enrico di Guisa, che fu nominato “capo della Real Repubblica Napoletana”. Il fronte dei rivoltosi, però, mal guidato e mai veramente unito, fu facile preda dei nemici: il governo spagnolo e i baroni organizzarono una repressione sistematica a Napoli e nelle campagne. La repubblica fu abbattuta e la situazione tornò come prima.