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Se questo è un uomo riassunto libro di Primo Levi

Se questo è un uomo riassunto del romanzo più conosciuto di Primo Levi, scritto tra il 1945 e il 1947. Racconta la prigionia subita dallo scrittore nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944. Levi si salvò perché era un chimico e dunque svolgeva un tipo di lavoro di cui i nazisti avevano bisogno e soprattutto perché capitò ad Auschwitz tardi, nel 1944, quando il governo tedesco – come spiega l’autore – data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminare.

Se questo è un uomo riassunto

Il romanzo si apre con una poesia, Shemà, che introduce l’argomento che verrà trattato.

Il romanzo Se questo è un uomo parte dal Campo di Fossoli, dove Primo Levi, ebreo e partigiano, viene rinchiuso, dopo che i fascisti lo hanno catturato, il 13 dicembre 1943. Da qui, insieme ad altri ebrei, uomini, donne e bambini, Levi viene trasferito verso una nuova destinazione, di cui ignora anche il nome. Il viaggio di trasferimento avviene dalla vicina stazione ferroviaria di Carpi, in un convoglio di carrozze merci, precedentemente adibite al trasporto di bestiame, sigillate dall’esterno, in cui è ammassato oltre al possibile il maggior numero di prigionieri.

Arrivati ad Auschwitz, i prigionieri vengono divisi in due gruppi: quelli validi per lavorare e quelli non validi per lavorare. Gli abili al lavoro vengono fatti salire su degli autocarri e i loro averi sono tutti confiscati.

All’arrivo nel campo, i prigionieri vengono lavati e rasati, ricevono la divisa a righe e sul braccio viene loro tatuato un numero di riconoscimento: Levi è il prigioniero 174517. Fin da subito capisce che l’unico modo per sopravvivere è seguire le regole del campo ed evitare questioni.

Levi deve da subito affrontare i problemi che derivano dalla convivenza con tante persone: la mescolanza di molte lingue, la scarsità di cibo, l’assenza di igiene nel campo (e un conoscente incontrato al lavatoio gli ricorda che smettere di lavarsi equivale a cominciare a morire).

Levi si ferisce a un piede e viene condotto all’infermeria del campo: può godere di una tregua di venti giorni, con cibo assicurato e riparo dal freddo. Durante la convalescenza, confrontando il numero che ha tatuato sul braccio col numero relativamente esiguo dei prigionieri, capisce che gran parte dei deportati è morta e che la maggior parte dei vivi è destinata a morire nel medio termine. Questo gli viene confermato anche da un gruppo di deportati ebrei, che ostentano disprezzo nei suoi confronti perché non parla la loro lingua.

Terminata la convalescenza, viene assegnato al Block 45, dove trova il suo amico Alberto. Racconta che ogni notte è assalito da due incubi ricorrenti: non essere creduto riguardo le atrocità del campo, una volta tornato a casa, e vedersi sottratto il cibo, ogni volta che prova a mangiarlo.

Il lavoro assegnato a Levi è trasportare le traversine di legno per la costruzione della ferrovia. Data però la sua scarsa predisposizione ai lavori pesanti rischia di morire estenuato. Per fortuna un compagno di camerata, il francese Resnyk, che lavora in coppia con lui, lo aiuta in più occasioni.

Levi spiega che il miglior modo per sopravvivere è cercare di emergere e guadagnarsi una posizione di lavoro privilegiato, come quello di Kapo, ovvero di comandante e di sorvegliante di altri deportati. Così quando nel campo viene istituito un laboratorio di chimica, Levi e Alberto sostengono un esame per esservi ammessi e lo passano, garantendosi un lavoro importante all’interno del lager e una possibilità seppur minima di sopravvivere.

L’arrivo dell’Armata Rossa è ormai imminente; i tedeschi decidono di evacuare il campo, facendo partire almeno i prigionieri sani. Levi ha la scarlattina e rimane in infermeria, mentre il suo amico Alberto parte per la “marcia della morte”, da cui non tornerà più. Il romanzo termina con l’arrivo dei russi, il 27 gennaio 1945.

Se questo è un uomo riassunto libro – analisi e commento

Scritto febbrilmente tra il dicembre del 1945 e il gennaio 1947, la prima edizione del libro viene stampata in 2500 copie nel 1947 dalla piccola casa editrice torinese De Silva, dopo che alcuni grandi editori, fra cui Einaudi, avevano rifiutato il manoscritto. Nel 1958 Einaudi pubblica il romanzo nella collana Saggi.

Primo Levi descrive la propria esperienza di prigionia, durante la quale vede numerosi suoi compagni morire di stenti per le proibitive condizioni ambientali; per il precario stato igienico-sanitario; per il lavoro massacrante a cui erano costretti gli “ospiti” del campo.

Levi, in un primo momento, appare psicologicamente annullato dal sistema del lager, organizzato e finalizzato all’annullamento della dignità umana. Dentro questo folle progetto di distruzione, l’uomo non riesce più a provare pietà, non conosce più l’amicizia, la ribellione, la speranza; si preoccupa soltanto di non morire e per questo lotta, combatte per mantenere in piedi il proprio mucchietto di ossa. Il tutto è dominato da una ingiustificabile e incomprensibile violenza, da un istinto bestiale di accanimento dell’uomo contro l’uomo, che Levi stesso, quasi ingenuamente, ha sottolineato nelle prime righe: «Come si può percuotere un uomo, senza collera?»

Levi adotta uno stile asciutto, scarno, essenziale. Senza retorica e senza enfasi egli presenta ciò che è accaduto dentro e intorno a sé con una lucidità razionale quasi distaccata, come se, di quei fatti, egli fosse stato soltanto testimone anziché protagonista insieme a migliaia di altri prigionieri.

Mancano in Se questo è un uomo parole come “accusa”, “perdono”, “vendetta” “rivalsa” e simili. In Primo Levi infatti non c’è odio per i suoi aguzzini, ma la lucida e consapevole volontà di denunciarne i crimini, non tanto per chiederne la condanna e la punizione, quanto perché, come ha scritto Primo Levi nella Prefazione di Se questo è un uomo, «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre. Per questo, meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti. Tutti devono sapere e ricordare».

Ad Auschwitz e al ritorno da Auschwitz Levi dedica altri due libri: La tregua (1963) e I sommersi e i salvati (1986).

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