A Silvia di Leopardi parafrasi, analisi, commento

50407
a silvia

A Silvia è il primo dei “Grandi idilli” di Leopardi, composto tra il 19 e il 20 aprile del 1828. In questo riassunto la parafrasi A Silvia, con una breve storia del componimento, l’analisi e le figure retoriche incluse nel testo.

Silvia, comunemente identificata in Teresa Fattorini, è la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovanissima di tubercolosi il 30 settembre del 1818. Giacomo Leopardi parla della donna come di una giovane amica con cui ha condiviso i sogni e le fatiche dell’adolescenza e che, morta così precocemente, diventa simbolo di una sconsolata visione della vita.

A Silvia testo

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mare da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando soviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome
Or degli sguardi innamorati e schivi,
Né teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore.

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovinezza. Ahi come,
Come passata sei, Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo, è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

A Silvia parafrasi

Silvia, ricordi ancora il tempo della tua vita mortale, quando la bellezza splendeva nei tuoi occhi ridenti e sfuggenti e tu, lieta e pensosa stavi raggiungendo il confine della giovinezza?

Al tuo canto continuo risuonavano le [mie] stanze silenziose e le vie dintorno, allorché sedevi occupata nelle attività femminili, assai contenta di quell’avvenire vago che avevi in mente. Era un maggio profumato e tu eri solita trascorrere il giorno così.

Io, lasciando talora gli studi piacevoli e le carte faticose, in cui si consumava la mia giovinezza e la parte migliore di me [: la salute fisica], dai balconi della casa paterna porgevo gli orecchi al suono della tua voce e al suono della mano veloce che attraversava la tela faticosa [: tessendo]. Guardavo il cielo sereno, le vie dorate [dal sole] e gli orti, e da qui, il mare in lontananza, e da qui le montagne. Parole umane non possono esprimere quel che io provavo dentro.

Che pensieri dolci, che speranze, che cuori [avevamo], o mia Silvia! Come ci apparivano allora la vita umana e il destino! Quando mi ricordo di una così grande speranza, mi angoscia un sentimento doloroso e disperato, e riprendo a dispiacermi della mia sventura. O natura, o natura, perché poi [: al dunque] non dài quel che prima prometti? perche inganni così tanto i tuoi figli [: gli uomini]?

Tu, prima che l’inverno inaridisse l’erba, combattuta e vinta da una malattia occulta [la tubercolosi], morivi, o dolcezza [: Silvia]. E non conoscevi il fiore [: il meglio] dei tuoi anni [: la giovinezza piena]; la dolce [: gradita] lode ora dei capelli neri, ora dello sguardo che innamora e schivo, non ti allietava il cuore; né le compagne discorrevano con te d’amore nei giorni di festa.

Poco dopo morì anche la mia dolce speranza [: le mie illusioni giovanili]: anche alla mia vita il destino ha negato [di vivere] la giovinezza. Ahi come, come sei passata [veloce], mia speranza [ora] rimpianta, cara compagna della mia età giovanile! Questo è quel mondo [che mi aspettavo]? questi [sarebbero] i piaceri, l’amore, le attività, i fatti intorno ai quali così tanto abbiamo discorso insieme? [: con la speranza. Leopardi si rivolge alla speranza come se fosse una persona vera] Questa [è] la sorte del genere umano? Tu, [mia] povera [speranza], sei crollata all’apparire della verità: e con la mano indicavi da lontano la morte fredda e una tomba spoglia.

A Silvia analisi

Il componimento si presenta come un intimo colloquio con Silvia ed è caratterizzato da una struttura ordinata, in cui le strofe sono alternativamente dedicate ora a Silvia ora al poeta stesso.

Prima strofa: ha una funzione introduttiva; in particolare inserisce esplicitamente il colloquio con la fanciulla morta nella dimensione del ricordo («rimembri»); di lei sono messi in rilievo la bellezza della giovinezza e lo sguardo luminoso e schivo.

Seconda strofa: è dedicata ancora alla giovinezza di Silvia. La sensazione uditiva descritta dà risalto al canto della fanciulla che riecheggia nelle stanze della casa e nelle vie adiacenti, mentre ella attende al lavoro domestico della tessitura. I sogni e le spettative per il futuro sono ancora intatti: Silvia è «contenta» di quel «vago avvenire» che immagina per sé. La dolcezza e la serenità del paesaggio primaverile sottolineano la sensazione di sereno ottimismo.

Terza strofa: rappresenta la giovinezza del poeta. Anch’egli è animato da illusioni e speranze, come simboleggiano gli spazi aperti ammirati dai «veroni», i balconi, (il «ciel sereno», le «vie dorate», gli «orti», il «mar», il «monte») che sembrano aprire ampie prospettive di vita. Il giovane Leopardi condivide con Silvia la faticosa realtà quotidiana (l’una si dedica all’«opre femminili», l’altro alle «sudate carte») ma anche il piacere di un rapporto affettivo creato a distanza e sottolineato dal canto della fanciulla che raggiunge lo studio del poeta, inducendolo ad affacciarsi sul balcone.

Quarta strofa: è fortemente espressiva, soprattutto per le interrogazioni e le esclamazioni che si susseguono nell’invettiva contro la natura. I due giovani sono accomunati dalla triste delusione che fa seguito alla caduta delle loro speranze: la natura inganna i suoi stessi figli facendo loro vane promesse di felicità; non a caso la parola «sventura» rima con la parola «natura».

Quinta strofa: corrisponde alla seconda, dedicata a Silvia, e rappresenta la morte fisica della fanciulla, scomparsa ancora prima di vedere il «fiore» dei suoi anni. Stroncata da una malattia allora incurabile, Silvia non ha potuto avere le gioiose soddisfazioni di cui invece hanno goduto le sue coetanee.

Sesta strofa: rappresenta la “morte spirituale” del poeta, la cui speranza svanisce prima che egli possa godere della giovinezza. Di tanti sogni resta solo la prospettiva della «fredda morte».

A silvia Leopardi analisi del testo

Il lessico – Risponde alla poetica dell’«indefinito» perché ricorrono quelle parole “vaghe” che Leopardi considera sommamente poetiche: «fuggitivi», «quiete», «perpetuo», «vago», «odoroso», «da lungi», «dolce». Vi sono anche termini suggestivi per il loro elevato registro letterario, che li rende molto evocativi: «rimembri», «veroni», «ostello», «giovanezza».

La costruzione del discorso – Risalta l’opposizione dei tempi verbali, imperfetto e presente. L’imperfetto caratterizza il momento dei ricordi dei sogni giovanili, è il tempo della memoria e dell’illusione; per questo domina nelle strofe 1, 2, 3, 5, che rievocano il passato. Il presente prevale nella strofa 4 in cui il poeta inveisce contro la natura che nega all’uomo la gioia. La sintassi è regolare, con periodi brevi e poche subordinate. Solo nelle strofe 4 e 6 ricorrono esclamazioni, interrogazioni, anafore («che… che… che», «o… o», «perché… perché», «anche… anche», «come… come», «questo… questi…questa») che danno più movimento al discorso, conferendogli così toni più accesi di sdegno e di protesta.

La metrica e il ritmo – Il testo è una canzone, formata da strofe libere, senza schema fisso, con alternarsi di endecasillabi e settenari e con rime anch’esse liberamente ricorrenti. Questa libertà metrica risponde perfettamente a quella tendenza alla vaghezza e all’indefinitezza delle immagini, che è il motivo centrale della poetica leopardiana. In genere l’unità metrica del verso e quella sintattica coincidono, e ciò dà un senso di fluidità ritmica.
Gli enjambement sono frequenti nell’ultima strofa, dove il tono si fa più vibrante: «perìa fra poco / la speranza mia dolce», «negaro i fati / la giovanezza», «questi / i diletti». L’enjambement mette in rilievo le parole chiave, la «speranza», la «giovinezza», i «diletti», ideali cui l’uomo aspira e che la natura maligna nega. L’allontanamento di queste parole al di là del confine del verso sembra sottolineare l’irragiungibilità della realtà che esse evocano.

A Silvia figure retoriche

Le figure di significato – Poche ma chiare metafore (la fanciulla che sale il «limitare di gioventù», il «fiore degli anni» ecc.) alludono alla tematica esistenziale affrontata nel testo; alcune personificazioni sottolineano il pessimismo dell’autore: la natura «inganna»; la speranza è «compagna» della giovinezza del poeta, ma «perisce presto e indica di lontano la morte e la tomba».

Le figure di suono – La musicalità è una caratteristica costante del testo. Un esempio suggestivo è dato dal frequente ricorso al gruppo “vi”: «fuggitivi», «salivi», «avevi», «solevi», «sedevi», «schivi», «festivi», «perivi», «occhi ridenti e fuggitivi», «innamorati e schivi». È lo stesso suono che riecheggia nel nome di Silvia, quasi simbolo fonico della presenza costante della fanciulla nella trama del testo. La sensazione del canto della fanciulla è resa mediante la prevalenza della vocale “a” perché dà un’impressione di vastità: «sonavan», «canto».

A Silvia commento

Il tema centrale di A Silvia è la contraddizione tra le speranze che l’uomo istintivamente nutre e la crudele disillusione che la vita inevitabilmente riserva, perché la natura è una “matrigna” per nulla interessata alla felicità dell’essere umano.

Silvia è una figura viva di fanciulla, ma soprattutto è simbolo della giovinezza e delle speranze che l’accompagnano. Leopardi ne canta le gioie, i sogni, le aspettative, rievocando con nostalgia quell’epoca lontana ch’ella rappresenta; ma l’esperienza di vita del poeta lo rende amaramente consapevole della triste realtà: «all’apparire del vero», le illusioni e i sogni si trasformeranno nell’angoscia inconsolabile di chi ha visto dissolversi ogni speranza.