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Critica della ragion pratica di Immanuel Kant

Critica della ragion pratica opera di Immanuel Kant pubblicata nel 1788.

In Critica della ragion pratica il filosofo Immanuel Kant determina la natura della legge morale e il genere di adesione che i principi pratici comportano.

La legge morale

Kant respinge le giustificazioni tradizionali dell’attività morale, come quelle utilitaristiche e teologiche, perché impongono un’etica dall’esterno, di fronte alla quale l’uomo è come passivo. L’attività morale deve essere autonoma. L’obbligazione si presenta allo spirito come una legge che la ragione impone alla volontà.

Le tre formule dell’imperativo categorico

L’imperativo della moralità è categorico, vale a dire incondizionalto, assoluto, di conseguenza universale; di qui la formula: «Agisci in modo tale che la massima delle tue azioni possa essere assunta dalla tua volontà come una legge universale».

Solo le massime che possono essere così universalizzate dalla volontà sono quelle che ci propongono un fine razionale, un fine in sé.

Ora, è l’essere ragionevole che esiste come fine in sé; da qui una nuova formula dell’imperativo categorico: «Agisci in modo tale da trattare sempre l’umanità, in te e negli altri, come fine e mai come mezzo». Il “regno dei fini” sarebbe quello «in cui ogni cittadino sarebbe insieme legislatore e suddito».

Di qui la terza formula del dovere: «Agisci come se tu fossi legislatore e suddito nel regno delle volontà libere e ragionevoli». Il solo movente deve essere il rispetto della legge.

I postulati etici

A questi principi generali della ragion pratica sono legati i postulati etici:

  • quello della libertà, condizione della moralità;

 

  • quello dell’immortalità dell’anima, necessaria per il compimento della virtù;

 

  • quello dell’esistenza di Dio, il quale, autore della legge morale e delle leggi naturali, assicurerà l’unione finale della felicità e della virtù.

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