Epicuro - vita, scritti e pensiero filosofico

Il filosofo greco Epicuro nasce nel 341 a.C. a Samo, dove trascorre la giovinezza. A Samo è discepolo del platonico Panfilo e poi, nel 323, ad Atene, dell’accademico Senocrate.

All’età di 32 anni comincia a esercitare l’attività di maestro a Mitilene, poi a Lampsaco e, infine ad Atene.

Ad Atene, nel 306 a.C., fonda una scuola detta «Giardino», dal luogo in cui sorge e nella quale insegna il suo credo a un gruppo scelto di amici.
Ad Atene rimane fino alla morte (270 a.C.).

 

Gli scritti di Epicuro

Della sua opera di vasta mole rimangono tre lettere conservate da Diogene Laerzio: A Erodoto (una breve esposizione fisica); A Meneceo (di contenuto etico); A Pitocle (tratta di questioni meteorologiche).

Tramite Diogene Laerzio sono inoltre pervenute le Massime capitali e il Testamento; è in un manoscritto vaticano la raccolta di Sentenze e nei papiri di Ercolano alcuni frammenti dell’opera Sulla natura.

 

Il Tetrafarmaco

I canoni essenziali dell’insegnamento di Epicuro sono racchiusi nel cosiddetto «Tetrafarmaco» («quadruplice medicina»):

1) gli dèi non devono essere temuti, perché essi per la loro natura beata non si occupano delle faccende umane;

2) non bisogna avere paura della morte, perché «quando ci siamo noi la morte non c’è, quando c’è la morte non ci siamo noi» (Lettera a Meneceo, 125);

3) il piacere (la felicità) è facilmente raggiungibile;

4) il dolore è facile a sopportarsi: se è acuto, è provvissorio o porta alla morte; se è lieve, è sopportabile.

 

L’etica epicurea

L’etica epicurea ha come fine la felicità dell’uomo, realizzabile mediante un uso equilibrato e ragionevole dei piaceri.

Tra i piaceri Epicuro raccomanda i «piaceri naturali e necessari» (come cibarsi), ammette i «piaceri naturali ma non necessari» (come cibarsi di alimenti raffinati) e sconsiglia i «piaceri né naturali né necessari» (come arricchirsi).

La ricerca del piacere, dunque, non è intesa da Epicuro come forma di egoismo, come soddisfacimento dei propri interessi, magari a discapito degli interessi altrui. La felicità che tale morale vuole procurare all’uomo è fatta di tranquillità, di pace, di assenza di turbamento dell’anima (atarassia), in pieno accordo con la natura, e di liberazione nei confronti del dolore fisico (aponia) e dei pregiudizi.

Questa sorta di «calcolo dei piaceri» implica una relativa austerità e una forma di saggezza tranquilla e distaccata. La scuola di Epicuro, o «Giardino», era infatti un luogo di calma, un sereno rifugio dove regnavano la frugalità e il lavoro. L’epicureismo, infatti, come lo stoicismo, spinge l’uomo a trovare un rifugio nella propria interiorità, allo scopo di sottrarsi ai colpi del destino (láthe biōsas [vivi nascosto] è la divisa del saggio).

In questo caso l’individualismo non è certo compiacenza di se stessi, ma una difesa del singolo che vuole realizzare la sua libertà interiore, e infatti un caposaldo dell’etica è per Epicuro l’amicizia, che questa libertà facilita.

 

Epicuro e Democrito a confronto

La fisica epicurea si richiama da vicino al materialismo di Democrito: l’universo è infinito ed eterno, perché costituito di materia infinita e vuoto illimitato (se non ci fosse vuoto, infatti, la materia non potrebbe muoversi e nulla esisterebbe); la materia non si crea e non si distrugge, ma aggregandosi e disgregandosi forma corpi visibili sempre nuovi; gli elementi indivisibili della materia sono gli atomi, dotati di peso e di moto isocronico.

Epicuro, però, introduce un’importante novità, rispetto al modello democriteo, nella definizione del moto atomico.

Per spiegare il processo di aggregazione atomica, Democrito aveva elaborato la teoria di un vortice originario. Infatti, se gli atomi si muovessero soltanto in linea retta a causa della gravità, essi non potrebbero mai incontrarsi perché continuerebbero a muoversi, perpendicolarmente e alla stessa velocità, in rette parallele.

Alla teoria democritea del vortice, Epicuro contrappone la teoria del clinamen («declinazione», «deviazione»), un movimento spontaneo degli atomi che, in punti imprevedibili della loro traiettoria, deviano dalla linea retta in cui si stanno muovendo. Questo movimento minimo permette agli atomi di incontrarsi, di prendere, grazie agli urti e ai rimbalzi che ne conseguono, altre direzioni di moto non perpendicolari, e di aggregarsi quindi a formare i corpi visibili.

 

La teoria del clinamen e il libero arbitrio dell’uomo

Il clinamen spiega la libertà del volere umano e riscatta le vicende della storia umana dal rigido determinismo.

L’uomo deve dunque avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza temere né gli dèi, che in quanto perfetti si disinteressano delle vicende umane, né la morte, perché essa è per definizione uno stato di assenza di sensibilità conseguente alla disgregazione degli atomi ( se c’è la morte non può esserci coscienza né sofferenza).