Ho sceso dandoti il braccio. Parafrasi, analisi, commento
Drusilla Tanzi ("Mosca") ed Eugenio Montale

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale, di Eugenio Montale. Vi diamo il testo poetico, la parafrasi, l’argomento della poesia, la lingua, lo stile, le figure retoriche, il commento.

Ho sceso dandoti il braccio: il testo poetico

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto a ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Ho sceso dandoti il braccio: la parafrasi

Prima strofa – Dandoti [:a Mosca] il braccio, ho sceso almeno un milione (moltissime) di scale e ora che non ci sei [più] [:dopo la tua morte] sento (è) il vuoto a ogni gradino. Anche così [:nonostante il milione di scale, cioè nonostante tutti gli anni passati insieme] il nostro lungo viaggio [: la nostra vita insieme, dal 1939 al 1963] è stato breve. Il mio [viaggio] [:la mia vita] dura ancora adesso (tuttora), e non ho più bisogno delle coincidenze [ferroviarie], delle prenotazioni [negli alberghi], delle trappole e degli smacchi (scorni) di chi crede che la realtà sia quella che si vede.

Seconda strofa – Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio, ma non (non già) perché con quattr’occhi [:i tuoi e i miei] si vede forse di più. Le ho scese con te perché sapevo che, di noi due, le sole pupille [che vedessero] davvero, sebbene così indebolite (offuscate) [:per una forte miopia], erano le tue.

Ho sceso dandoti il braccio: l’argomento della poesia

Il 20 ottobre 1963 muore Drusilla Tanzi, moglie di Eugenio Montale, in seguito a complicazioni derivanti da una caduta e dalla conseguente rottura del femore.

Drusilla, chiamata affettuosamente “Mosca” da Montale per le spesse lenti da vista che ella portava a causa di una forte miopia, era diventata sua moglie solo l’anno precedente (1962), ma in realtà è stata la compagna fedele, riservata e solerte di tutta la vita adulta del poeta.

Della moglie, mentre era in vita, Montale non ha mai parlato nei suoi versi; lo farà ora dedicandole i 14 componimenti che formano la sezione “Xenia I” della raccolta Satura, uscita nel 1971.

Ho sceso dandoti il braccio: la lingua, lo stile, le figure retoriche

La poesia è composta da due strofe di differente misura, così come variabile è la lunghezza dei versi. Sono presenti endecasillabi (come il v. 5), ottonari doppi (come il v. 1) e un senario (il v. 12). Una sola rima, baciata, chiude la prima strofa («crede/vede»).

Lo stile e il linguaggio sono volutamente vicini alla prosa, di tono colloquiale. Poche le figure retoriche: l’iperbole iniziale («un milione di scale»), ripetuta nel secondo verso; l’ossimoro al v. 3 («breve… lungo»); il polisindeto dei versi 5 e 6; l’ampia metafora in cui il viaggio è simbolo del cammino della vita vissuta insieme («scale», «viaggio», «coincidenze», «prenotazioni»).

Ho sceso dandoti il braccio: il commento

Il tema iniziale della poesia è l’assenza di Mosca e il senso di smarrimento provato dal poeta. A lei egli affidava anzitutto il disbrigo delle incombenze pratiche durante i viaggi fatti insieme, come badare alle «coincidenze», preoccuparsi delle «prenotazioni». Queste sono «trappole» e «scorni» per chi crede che la realtà si esurisca tutta nel mondo visibile. L’ultimo Montale, invece, sviluppa una filosofia che pone in dubbio l’esistenza stessa della realtà.

La seconda strofa chiarisce quale sia il vero senso di smarrimento del poeta. Mosca aveva infatti una conoscenza profonda delle cose, che non si arrestava alla superficie della realtà che si vede. La sua miopia era solo apparente; lo sguardo di Mosca era difatti anche più penetrante di quello del poeta: proprio per questa ragione le pupille «offuscate» della moglie erano le sole «vere», perché ella sapeva cogliere nella realtà e nelle persone ben più di quanto era in grado di fare il poeta.

Per giungere alla verità, quindi, non conta la vista degli occhi. Così, forse anche per aver imparato la lezione di vita che inconsciamente la moglie gli ha offerto, ora il poeta confessa di avere una visione più matura delle cose.

Il sentimento di profondo affetto che ora le dichiara è espresso senza esagerazioni sentimentali, ma con un sottile velo di ironia, evidente soprattutto nell’ultima parte della seconda strofa.