La peste nei Promessi Sposi: riassunto e commento

La peste descritta nei Promessi Sposi è la peste che scoppiò a Milano sulla fine del 1629 e si protrasse per quasi tutto l’anno 1630.

La famosa peste del 1630 è nota non solo per la violenza del morbo e l’altissimo numero delle vittime, ma anche per la popolarità che ne derivò per essere stata uno dei momenti più drammatici della narrazione manzoniana, tanto che essa è definita come la peste manzoniana.

La peste a Milano

Secondo alcuni storici la peste fu portata dalle pulci dei ratti che entrarono a Milano con un soldato italiano arruolato nell’esercito tedesco. Si trattava di un certo Pietro Antonio Lovato (secondo altre fonti Pier Paolo Locati), che andò ad alloggiare in casa di alcuni suoi parenti presso Porta Orientale (oggi Porta Venezia). Morì pochi giorni dopo. Sul suo corpo si riscontrò la presenza di un bubbone sotto l’ascella, segno inconfondibile della malattia. Il Tribunale di Sanità ordinò di internare nel lazzaretto le persone che erano entrate in contatto con lui. Ciò rallentò ma non impedì la diffusione del morbo.

L’epidemia crebbe lentamente, ci furono casi sporadici di peste in città tra la fine del 1629 e i primi mesi del 1630, mentre il popolo continuava a ignorare la realtà attribuendo i decessi a febbri malariche o altre malattie dai nomi meno spaventosi. La gente arrivò al punto di accusare Lodovico Settala, capo dei medici milanesi, di spargere false notizie allarmistiche «e tutto per dar da fare ai medici».

La peste dilaga in città

Nella primavera del 1630 il morbo, rimasto in incubazione durante i mesi invernali, dilagò rapidamente in tutti i quartieri; le autorità pubbliche cominciarono ad agire, ma in modo poco efficiente. Intanto il numero dei malati nel lazzaretto aumentava di giorno in giorno.

A gestire il lazzaretto furono chiamati i Cappuccini guidati da padre Felice Casati e da padre Michele Pozzobonelli.

La caccia agli untori

Nessuno osava più negare che la peste ci fosse, ma nessuno pensava alle cause naturali del contagio. La gente preferiva cercare un capro espiatorio, parlando di malocchio, azioni magiche, operazioni diaboliche.

Così a Milano si assistette ben presto a una vera e propria caccia all’untore: gente che compiva gesti innocui, improvvisamente diventava sospetta e rischiava il linciaggio, come capitò a un povero vecchio, trascinato con pugni e calci fino in prigione per aver spolverato con la propria cappa la panca del duomo, su cui si voleva riposare dopo avere a lungo pregato in ginocchio.

Analoga sorte toccò a tre giovani francesi, che si azzardarono a sfiorare con la mano la facciata del duomo per controllare se fosse davvero di marmo. Altre volte furono gli stessi appestati che nel delirio si accusarono, oppure raccontarono storie incredibili credute immediatamente senza alcun vaglio critico.

Anche i medici sostenevano l’ipotesi delle unzioni malefiche. Lo stesso cardinale Borromeo ne ammetteva la possibilità.

Furono condotti vari processi per stregoneria, come quello contro Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che sarà oggetto della Storia della colonna infame, il saggio storico di Alessandro Manzoni pubblicato in appendice al romanzo I promessi sposi e il cui contenuto è brevemente accennato alla fine del capitolo 32.

La processione dell’11 giugno 1630

I magistrati chiesero al cardinale Federigo Borromeo di guidare una processione con le reliquie di San Carlo per ottenere la cessazione della peste. Inizialmente egli rifiutò, ma poi spinto dalle insistenze dei funzionari e del popolo, Federigo acconsentì alla processione e alla esposizione delle reliquie di San Carlo in Duomo, per otto giorni.

L’11 giugno 1630, dall’alba a mezzogiorno, si svolse la solenne processione, a cui partecipò un numero incredibile di persone, e attraversò tutti i quartieri della città.

Il giorno successivo si manifestò un improvviso incremento della mortalità; l’opinione comune ne vide la causa non nel contagio dovuto ai contatti tra tante persone, ma nello spargimento di polveri velenose da parte degli untori.

I monatti

Da quel giorno comunque la furia del contagio andò sempre crescendo. Diventò quindi sempre più necessario una nuova funzione sociale: quella dei monatti.

I monatti erano gli uomini incaricati dalle autorità di prelevare i cadaveri e seppellirli in fosse comuni. Entravano da padroni nelle case, rubavano, depredavano vivi e morti, trascinavano nel lazzaretto coloro che non davano loro abbastanza soldi.

L’apice dell’epidemia

L’epidemia di peste toccò il suo apice tra agosto e settembre 1630; all’inizio del 1631 poteva dirsi conclusa, a parte alcuni casi isolati di contagio e di morte.

La peste aveva spopolato Milano e fatto migliaia di vittime anche nei territori circostanti, sebbene sia difficile fare stime esatte dei morti in base ai documenti dell’epoca.

Il giudizio del Manzoni riguardo la peste nei Promessi Sposi

Nel suo romanzo I Promessi Sposi Alessandro Manzoni denuncia da un lato l’inefficienza e l’impotenza delle autorità governative, nonché la loro cecità e indifferenza di fronte ai segni crescenti dell’epidemia, dall’altro l’ignoranza delle masse, refrattarie a qualsiasi forma di prevenzione.

In questo contribuire tutti, attraverso la negligenza e l’irrazionalità, quando addirittura con l’atto criminoso, alla propagazione del male, il Manzoni sembra voler vedere il delirio della ragione.

Ma la peste è anche, per dirla con le parole di don Abbondio, “una scopa che spazza via certi soggetti”. Essa si rivela quindi uno strumento della Provvidenza, allo stesso modo della pioggia purificatrice con la quale si pone termine al flagello.

Forse proprio perché sentita dal Manzoni come il portato di un disegno divino, essa è in qualche modo cristianamente accettata.