La Rivolta dei Ciompi contro il governo dei ricchi borghesi (il “popolo grasso”), che controllavano le Arti, ebbe luogo tra giugno e agosto del 1378, a Firenze. Rappresentò una delle prime significative lotte dei lavoratori per il riconoscimento dei propri diritti, sebbene si concluse con la loro sconfitta e repressione.
Chi erano i Ciompi e cosa volevano
I Ciompi erano i cardatori della lana, i lavoratori meno qualificati del settore tessile. Sebbene fossero molto numerosi (circa 10.000 divisi in 279 botteghe) e rappresentassero circa un terzo della manodopera fiorentina impiegata in attività manifatturiera, non avevano alcuna organizzazione. Erano, inoltre, remunerati con paghe da fame per giornate lavorative che duravano anche 18 ore.
Chiedevano quindi salari più alti, condizioni di lavoro più umane e reclamavano la possibilità di raggrupparsi in un’Arte (corporazione di mestieri) per partecipare alla vita politica.
La rivolta dei Ciompi: la crisi e la scintilla
Nella seconda metà del Trecento, una terribile epidemia di peste nera aveva falcidiato l’Europa: ne seguì una crisi economica, che colpì anche il settore tessile, con minacce di licenziamenti e ripetute riduzioni di salari. La crisi economica, assieme alla guerra tra Firenze e lo Stato Pontificio (guerra degli Otto Santi, 1375-1378), andarono a impoverire la città, gravando in particolar modo sui poveri e tra questi i Ciompi.
I Ciompi avevano tentato già nel 1344 di darsi un’organizzazione autonoma, ma il governo del Comune era intervenuto a favore degli interessi padronali, negando l’autorizzazione a qualsiasi forma di riunione. La situazione precipitò nel 1378 con una rivolta di vaste proporzioni.
L’insurrezione popolare
I tumulti, a cui parteciparono, accanto ai Ciompi, anche artigiani delle Arti minori schiacciati dalle associazioni più potenti e che vedevano nella rivolta l’occasione per assumere più influenza delle Arti maggiori, ebbero inizio a giugno, con moti di piazza, proteste, violenze contro alcuni ricchi cittadini e culminarono quando, alla fine di luglio, i ribelli riuscirono ad avere il controllo del governo di Firenze.
I Ciompi, guidati da un capo operaio, Michele di Lando, che ottenne la carica di Gonfaloniere di Giustizia (la carica più importante della città), ottennero allora la creazione di tre nuove Arti del popolo minuto – Farsettai (i sarti), Tintori e Ciompi – e la presenza dei loro rappresentanti nel governo per un terzo: all’organizzazione dei padroni si affiancavano così quelle degli operai.
La reazione della borghesia
La grande borghesia guardò però con disprezzo e timore a questo sovvertimento, che innalzava a posti di responsabilità individui sconosciuti e di umili origini. La loro reazione non si fece attendere: i padroni dell’Arte della lana proclamarono la serrata, lasciando chiuse e inattive le loro botteghe, provocando il malcontento popolare.
La lotta politica si inasprì ulteriormente. La svolta decisiva avvenne quando le Arti minori, che in precedenza avevano sostenuto l’azione dei Ciompi, ruppero questa solidarietà, nel desiderio di ridare fiato alle attività produttive e ai traffici. Michele di Lando fu accusato di tradimento e seguirono nuovi scontri armati: l’Arte dei Ciompi fu sciolta e i suoi capi con i loro seguaci furono imprigionati o giustiziati; tutte le conquiste dei rivoltosi furono abrogate. Nel 1382, infine, fu ristabilito a Firenze il governo oligarchico, saldamente in mano alla fazione guelfa.
Perché la rivolta dei Ciompi fallì?
La rivolta dei Ciompi fallì soprattutto per il suo relativo isolamento: i Ciompi miravano a obiettivi che riguardavano principalmente la loro categoria (miglioramenti salariali, libertà di organizzazione, egemonia politica ecc.), il resto della popolazione non fu profondamente coinvolta nella sommossa e nessuno elaborò un messaggio capace di mobilitarla, così come non fu coinvolta la popolazione delle campagne. Insomma, in definitiva, la rivolta non diventò una rivoluzione.
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