le muse inquietanti
Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti, 1916-1917, olio su tela, 97x66 cm., Milano, collezione privata

Breve biografia di Giorgio de Chirico e a seguire la lettura dell’opera Le Muse inquietanti.

Giorgio de Chirico, pittore e scrittore, nasce a Volos, in Grecia, il 10 luglio 1888. Nel 1905, alla morte del padre, un ingegnere ferroviario, si trasferisce, con il fratello Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea de Chirico) e la madre, a Monaco.

Studente a Monaco per alcuni anni, Giorgio de Chirico, s’appassiona a Arnold Böcklin e Max Klinger, che univano alla riscoperta dei classici una modernità visionaria, mentre poi – quando approda nel 1911 a Parigi – rimane indifferente tanto alla scomposizione e frantumazione della forma del cubismo quanto all’invito alla velocità dei futuristi. Dipinge, al contrario, scene dall’atmosfera immobile e senza tempo, con piazze deserte fiancheggiate da portici ombrosi, edifici disabitati e inospitali, lontane ciminiere: definirà questa sua pittura “metafisica”, che significa ‘oltre il mondo materiale‘, perché riferita a un mondo diverso rispetto al reale, di cui l’uomo, per sua limitazione, non può comprendere il significato assoluto e universale. È un’arte che non ha rapporto né con la natura né con la storia e non offre alcuna chiave di lettura. Di qui il senso di mistero, d’inquietudine che aleggia nelle composizioni, all’interno delle quali l’uomo si perde nella solitudine o è ridotto a manichino o statua. Grava su questa concezione dell’arte «severa e cerebrale, ascetica e lirica», come scrive lo stesso Giorgio De Chirico, il pensiero di Nietzsche, che negava la possibilità di un senso logico dell’arte. Solo attraverso l’inconscio possiamo provare a comprenderlo.

La sua attività artistica e teorica prosegue fino alla morte avvenuta a Roma, il 20 novembre 1978.

Le Muse Inquietanti di Giorgio de Chirico – Lettura d’opera
Il soggetto – Una grande piazza cittadina, delimitata dai comignoli di una fabbrica e dalla facciata del Castello Estense di Ferrara, fa da scenario a un’immagine alquanto improbabile di cui sono protagonisti tre manichini, due in piedi e uno seduto, accostati a scatole e altri solidi geometrici. Dei due manichini in primo piano, il primo, in piedi, con la testa da manichino sartoriale, oppone allo spettatore una schiena muscolosa, come fosse una statua classica, mentre la veste ricorda le scanalature di una colonna dorica; la figura seduta è priva di testa: questa, svitata, è accostata alle gambe, ma le cuciture da cui è segnata suggeriscono un fantoccio di pezza anziché una statua di marmo. A terra ci sono vari oggetti, tra cui una scatola che ricorda quella dei giocattoli dell’infanzia.
I manichini, raffigurati in posa solenne, richiamano le statue antiche, il ricordo di un mondo lontano e la memoria storica di Ferrara. Le ciminiere della fabbrica rappresentano invece l’industria e la vita moderna.

Il colore – I colori caldi e intensi, sono stesi con ampie pennellate omogenee senza degradazioni chiaroscurali; prevale il rosso del laterizio, che caratterizza la città di Ferrara. Il verde del cielo e le ombre allungate alludono a un crepuscolo estivo.

La prospettiva – Ogni oggetto ha una sua scala di rappresentazione e una prospettiva indipendente, che lo isola dagli altri: l’eccessiva inclinazione del piano su cui posano i manichini, ad esempio, nasconde la base degli edifici, privandoli di un volume definito. Da notare come la scatola in primo piano sia raffigurata in prospettiva inversa, il cui punto di fuga, cioè, è orientato verso l’osservatore.