Se questo è un uomo riassunto, di Primo Levi

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Se questo è un uomo riassunto, di Primo Levi

Se questo è un uomo riassunto, completo della genesi dell’opera e dell’analisi del testo.

Primo Levi scrisse Se questo è un uomo – un’opera a metà fra il romanzo, la raccolta di racconti e il saggio – fra il dicembre del 1945 e il gennaio del 1947, dopo il ritorno a casa dal campo di concentramento di Auschwitz, nel quale era stato rinchiuso nel 1944.

Se questo è un uomo riassunto breve

Primo Levi descrive la propria esperienza di prigionia, durante la quale vide numerosi suoi compagni morire di stenti per le proibitive condizioni ambientali; per il precario stato igienico-sanitario; per il lavoro massacrante a cui erano costretti gli “ospiti” del campo.

Levi, in un primo momento, appare psicologicamente annullato dal sistema del lager, organizzato e finalizzato all’annullamento della dignità umana. Dentro questo folle progetto di distruzione, l’uomo non riesce più a provare pietà, non conosce più l’amicizia, la ribellione, la speranza; si preoccupa soltanto di non morire e per questo lotta, combatte per mantenere in piedi il proprio mucchietto di ossa.

Se questo è un uomo parafrasi dei brani principali

Vi presentiamo alcuni brani tratti dalle prime pagine del libro, che possono essere compresi anche a prescindere dall’opera intera.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Dal campo di Fossoli Primo Levi insieme ad altri ebrei, uomini, donne e bambini, fu trasferito verso una nuova destinazione, di cui ignorava anche il nome. Il viaggio di trasferimento avvenne dalla vicina stazione ferroviaria di Carpi, in un convoglio di carrozze merci, precedentemente adibite al trasporto di bestiame, sigillate dall’esterno, in cui era ammassato oltre al possibile il maggior numero di prigionieri.

[…] I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone eravamo quarantacinque soltanto, ma era un vagone piccolo.
[…] Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case; e fu di gran lunga il vagone più fortunato.
Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi; […] Due giovani madri, coi figli ancora al seno, gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti la fame, la fatica e l’insonnia, rese meno penose dalla tensione dei nervi: ma le notti erano incubi senza fine. […] Pochi sanno tacere, e rispettare il silenzio altrui. Il nostro sonno inquieto era interrotto sovente da liti rumorose e futili, da imprecazioni, da calci e pugni vibrati alla cieca come difesa contro qualche contatto molesto e inevitabile. Allora qualcuno accendeva la lugubre fiammella di una candela, e rivelava, prono sul pavimento, un brulichio fosco, una materia umana confusa e continua, torpida e dolorosa, sollevata qua e là da convulsioni improvvise subito spente dalla stanchezza.
[…] Accanto a me, serrata come me fra corpo e corpo, era stata per tutto il viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e la sventura ci aveva colto insieme, ma poco sapevamo l’uno dell’altra. Ci dicemmo allora, nell’ora della decisione, cose che non si dicono fra i vivi. Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell’altro la vita. Non avevamo più paura.
Venne a un tratto lo scioglimento. La portiera fu aperta con fragore, […] Ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori. Poco oltre una fila di autocarri. Poi tutto tacque di nuovo.
[…]; qualche altro non voleva lasciare la moglie: dissero «dopo di nuovo insieme»; molte madri non volevano separarsi dai figli: dissero «bene, bene, stare con figlio». […]; ma Renzo indugiò un istante di troppo a salutare Francesca, che era la sua fidanzata, e allora con un solo colpo in pieno viso lo stesero a terra; era il loro ufficio ogni giorno.
[…] morì Emilia, che aveva tre anni; poichè ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. […] Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo un po’ di tempo come una massa oscura all’altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla […].
Senza sapere come, mi trovai coricato su un autocarro con una trentina di altri; […] Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l’autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi.

Da Se questo è un uomo di Primo Levi

Se questo è un uomo i personaggi del libro

Accanto a Primo Levi, nel corso del libro, passano, come in una rassegna di fantasmi evocati dal suo doloroso ricordo, decine di altri personaggi che con lui hanno condiviso l’orrore della prigionia oppure hanno affrontato l’esperienza della morte. Il tutto è dominato da un’ingiustificabile e incomprensibile violenza, da un istinto bestiale di accanimento dell’uomo contro l’uomo, che Levi stesso, quasi ingenuamente, ha sottolineato nelle prime righe: «Come si può percuotere un uomo, senza collera?»

Lo stile

Levi adotta uno stile asciutto, scarno, essenziale. Senza retorica e senza enfasi egli presenta ciò che è accaduto dentro e intorno a sé con una lucidità razionale quasi distaccata, come se, di quei fatti, egli fosse stato soltanto testimone anziché protagonista insieme a migliaia di altri prigionieri.

Mancano in Se questo è un uomo parole come “accusa”, “perdono”, “vendetta” “rivalsa” e simili.

In Primo Levi non c’è odio per i suoi aguzzini, ma la lucida e consapevole volontà di denunciarne i crimini, non tanto per chiederne la condanna e la punizione, quanto perché, come ha scritto Primo Levi nella prefazione di Se questo è un uomo, «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre. Per questo, meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti. Tutti devono sapere e ricordare».