alle fronde dei salici di salvatore quasimodo

Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo: Il testo poetico, la parafrasi, l’analisi, il commento, le figure retoriche

Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo: il testo poetico

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo: la parafrasi

E come potevamo noi alzare il nostro canto poetico,
con l’esercito tedesco che aveva invaso l’Italia,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba resa dura dal ghiaccio, ascoltando il dolore
mesto e soffocato (lamento) degli orfani, teneri e indifesi come agnelli,
e il grido straziante della madre che correva incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo?
Per voto, anche le nostre cetre
stavano appese alle fronde dei salici, che lievemente oscillavano
mosse dal vento angoscioso.

Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo: l’analisi e il commento

Così come Milano, agosto 1943 anche Alle fronde dei salici è compresa nella raccolta Giorno dopo giorno, pubblicata nel 1947. Questa poesia è dedicata ai recenti orrori dell’occupazione nazista, durante la Seconda guerra mondiale.
Negli anni 1943-1944 imperversavano le rappresaglie, le fucilazioni, le atrocità dello strazio dei cadaveri che erano crocifissi e lasciati così appesi per giorni, come monito per la popolazione. In quelle circostanze anche la poesia taceva, come raggelata dalla comune angoscia. I poeti (di cui Salvatore Quasimodo, parlando in prima persona plurale, vuol rappresentare la voce collettiva) hanno quindi deciso di appendere «alle fronde dei salici» (che nel loro oscillare simbolizzano il dolore e il pianto) le loro «cetre» (simbolo della poesia).

Questa poesia sembra allora rispondere a coloro che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, criticarono l’atteggiamento degli scrittori italiani legati alla tradizione ermetica, che non avevavno adeguatemente preso posizione contro l’orrore, rifugiandosi piuttosto nel silenzio. Quasimodo rivendica il valore di quel silenzio, da leggere non come disimpegno o viltà ma come scelta consapevole e polemica.

Tanto l’inizio quanto la conclusione del testo poetico contengono una trasparente allusione al salmo 137 della Bibbia, che si riferisce alla prigionia degli Ebrei in Babilonia:

Lungo i fiumi di Babilonia
là sedevamo in pianto, ricordandoci di Sion.
Sospesi ai pioppi di quella terra
tenevamo le nostre cetre.
Sì, là ci chiesero parole di canto quelli che ci avevano deportati,
canzoni di giubilo quelli che ci tenevano oppressi:
“Cantateci dei canti di Sion”.
Come cantare i canti del Signore in terra straniera? […]

Gli Ebrei, condotti in esilio a Babilonia dopo la caduta di Gerusalemme, si rifiutarono di celebrare Dio in terra straniera. La situazione è simile a quella degli Italiani, la cui terra è occupata dall’esercito tedesco; pertanto i poeti, come gli Ebrei, smettono di “cantare” in segno di lutto, di parteciapzione solidale e di auspicio per la fine degli orrori.

Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo: le figure retoriche

Salvatore Quasimodo in questa poesia raggiunge elevati effetti espressivi anche tramite il ricorso a particolari figure retoriche di significato:

  • metonimia (il concreto per l’astratto) (v. 2) → con il piede straniero sopra il cuore: il poeta rappresenta la violenza e la crudeltà dell’oppressione nazista che calpesta anche i sentimenti (cuore) degli Italiani;
  • analogia (vv. 4 e 5) → lamento d’agnello dei fanciulli: il dolore mesto e soffocato degli orfani simile a quello degli agnelli (con implicito riferimento religioso al sacrificio cristiano);
  • sinestesia (vv. 5 e 6) → urlo nero della madre: il poeta accosta un elemento uditivo (urlo) a uno visivo (nero), comunicando così il dramma infinito di quella madre che corre incontro al figlio crocifisso;
  • analogia (vv. 6 e 7) → figlio crocifisso sul palo del telegrafo: il poeta collega idealmente lo strazio dei cadaveri degli uccisi al sacrificio estremo di Cristo sulla croce;
  • l’immagine-simbolo dei salici, che nel loro oscillare, simbolizzano il dolore e il pianto.