Ascolta “Dante Alighieri – La Divina Commedia – Canto 5 Purgatorio” su Spreaker.
Il canto 5 del Purgatorio si svolge nel secondo balzo dell’Antipurgatorio. Qui si trovano le anime di coloro che sono morti di morte violenta e si sono pentiti solo in fin di vita. Come i pigri del primo balzo (canto 4 del Purgatorio), devono attendere nell’Antipurgatorio un tempo pari alla loro vita, prima di salire a purificarsi sulle cornici del Purgatorio.
Le anime camminano lentamente come in processione, cantando in coro il Miserere, uno dei salmi penitenziali che invoca la misericordia divina. Si tratta di un contrapasso per contrasto: come in vita ignorarono la misericordia di Dio, adesso la invocano.
Tra le anime dei morti di morte violenta che si pentirono prima di morire, Dante incontra quella di Jacopo del Cassero, fatto uccidere a tradimento da Azzo VIII signore di Ferrara nel territorio di Padova; di Buonconte da Montefeltro, morto nella battaglia di Campaldino, e il cui cadavere scomparve travolto dalle acque dell’Arno in piena; di Pia dei Tolomei, senese, vittima non si sa bene se della gelosia o del desiderio di nuove nozze del marito Nello dei Pannocchieschi.
Che cosa succede nel canto 5 Purgatorio?
Il rimprovero di Virgilio e l’incontro con i morti di morte violenta (versi 1-63)
Mentre i due poeti, Dante e Virgilio, riprendono la salita, una delle anime si accorge che il corpo di Dante getta ombra e lo segnala con stupore ai compagni. Dante, sentendosi osservato, rallenta il passo ma Virgilio lo rimprovera: non deve perdere tempo e non deve distrarsi, ma continuare senza esitazioni il percorso di purificazione.
A chi si è messo sulla via della penitenza e della purificazione nessuna pigrizia è consentita; ogni attimo gli è prezioso; ogni deviazione, anche minima, dal fine proposto diventa una colpa.
Intanto sopraggiungono dalla parte opposta numerose anime che cantano il Miserere. Anche queste si accorgono che il corpo di Dante fa ombra. Virgilio spiega loro che Dante è ancora vivo. Le anime rivelano a Dante di essere tutte morte per atti violenti e di essersi pentite solo in punto di morte. Dante non riconosce nessuno, ma promette di portare notizie di loro nel mondo dei vivi, perché solo le loro preghiere potranno accorciare la durata della permanenza nell’Antipurgatorio. Allora tre anime si rivolgono a lui per narrare la loro vicenda.
Il racconto di Jacopo del Cassero (versi 64-84)
Il primo a parlare è lo spirito di Jacopo del Cassero (1260-1298), nobile signore marchigiano, di parte guelfa, ucciso nelle paludi fra Venezia e Padova dai sicari di Azzo VIII d’Este, signore di Ferrara, con cui era entrato in contrasto; dice di aver visto il suo sangue spargersi come un lago sul terreno. Si raccomanda a Dante di ricordare il proprio destino ai parenti e ai conoscenti di Fano, perché preghino per lui così da accorciare il tempo da trascorrere nell’Antipurgatorio.
Il dialogo con Buonconte da Montefeltro (versi 85-129)
Il secondo personaggio che si rivolge a Dante è il ghibellino Buonconte da Montefeltro (1250 circa-1289), figlio di Guido da Montefeltro che Dante aveva incontrato in Inferno canto XXVII. Si lamenta di non essere ricordato da nessuno dei suoi parenti, compresa sua moglie Giovanna (verso 89).
Alla domanda di Dante sui motivi per cui, dopo la battaglia di Campaldino (1289) – la stessa battaglia dove Dante aveva militato tra i Guelfi – il suo corpo non fu ritrovato, racconta che, ferito a morte e sentendo arrivare la fine, spirò invocando la Madonna, sigillando la sincerità dell’atto con una lacrima che gli scese sul viso. Il suo spirito fu allora affidato a un angelo; ma poi sorse una disputa fra l’angelo e il diavolo per il possesso della sua anima: l’angelo affermava che lui doveva avere l’anima perché Buonconte si era pentito, mentre il diavolo sosteneva che fosse un’ingiustizia perdonarlo dopo una vita trascorsa nel peccato, non capacitandosi del perché una tardiva lacrima di pentimento potesse salvare un uomo dalla condanna eterna. Alla fine, il diavolo, sconfitto, sfogò la sua rabbia provocando piogge torrenziali che ne trascinarono e ne dispersero il corpo nell’Arno.
Le parole di Pia de’ Tolomei (versi 130-136)
Infine, con tono dolce e triste, parla la nobile senese Pia dei Tolomei. È la prima figura femminile a prendere la parola dopo Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno.
Anche Pia chiede a Dante, una volta tornato sulla Terra, ma solo dopo essersi riposato, di ricordarla nelle preghiere, specificando di essere nata a Siena e morta in Maremma per mano del marito.
“Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via”,
seguitò il terzo spirito al secondo,
“ricorditi di me che son la Pia;
Siena mi fè, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma“.

