regioni italiane

L’Italia delle Regioni: la geografia politica dell’Italia dall’imperatore Augusto ad oggi, passando per il Medioevo e l’Età Moderna.

Sotto Augusto, nel I secolo d.C., l’Italia fu suddivisa in undici regioni numerate progressivamente, per agevolare censimenti e altre rilevazioni di carattere quantitativo. I confini di ognuna erano delimitati grosso modo dai rilievi fisici naturali e i territori racchiusi coincidevano sommariamente con quelli abitati dalle varie etnie locali, da cui spesso prendevano il nome (Liguria, Umbria, Veneto).

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Sotto Augusto l’Italia fu suddivisa in undici regioni

Queste ripartizioni territoriali presentavano già una fisionomia abbastanza precisa e consentono di tracciare un quadro di fondo che resterà grosso modo quello di riferimento per le epoche successive.

Dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente nel 476 d.C. e, in particolare, tra il VII e l’VIII secolo, si affermò nella penisola una tripartizione formata:

  1. dal regno longobardo (corrispondente all’Italia centro-settentrionale);
  2. dai possedimenti bizantini a sud;
  3. dal Patrimonio di San Pietro nelle regioni centrali (che si assesterà come Stato della Chiesa nei territori corrispondenti a Lazio, Marche, Umbria e Romagna).

Tale ordinamento rimase quasi immutato anche sotto i Franchi.

A partire dall’XI secolo la fioritura dei Comuni segnò lo sviluppo delle regioni centro-settentrionali, che avrebbero così assunto caratteristiche destinate a protrarsi nel tempo al di là delle differenti articolazioni locali.

Nel Meridione, invece, il rafforzamento del regime feudale dopo l’unificazione dei territori sotto i Normanni avrebbe portato a un’evoluzione completamente diversa segnando in negativo lo sviluppo economico di quelle regioni, che non videro la nascita di un analogo fenomeno urbano.

Con il superamento delle istituzioni comunali e l’affermazione delle Signorie a partire dal XIII secolo, vennero a crearsi nell’Italia centro-settentrionale le condizioni per la formazione degli Stati regionali.

Nel Meridione i poteri feudali continuarono a esercitare il proprio dominio in ambito locale a scapito del potere centrale. Le aree del Mezzogiorno saranno dominate dal latifondo fino alla metà del XX secolo, mentre le regioni settentrionali e centrali continueranno a beneficiare della centralità della Pianura Padana, caratterizzata da un maggior dinamismo sociale, economico e politico, che trasformò l’area padana in territorio di collegamento non solo fra le grandi città settentrionali (Milano, Venezia, Genova), ma anche fra queste e le grandi capitali europee.

La condizione di marginalità in cui rimasero le regioni meridionali fu favorita anche dalla natura impervia e poco favorevole dell’ambiente naturale, dalla scarsità delle strade e dalla conseguente difficoltà delle comunicazioni.

Le disparità tra le regioni d’Italia si andranno ampliando progressivamente, per emergere in forma drammatica in occasione del processo di unificazione nazionale, in pieno Ottocento.

Di fronte al problema dell’assetto del nuovo Regno d’Italia, le regioni rappresentavano un nodo cruciale e di fronte alle diversità e ai forti squilibri, in virtù dei quali l’Italia appariva unita soltanto sulla carta, si preferì procedere con un deciso accentramento, considerato più funzionale al processo di unificazione.

Ipotesi federaliste, che implicavano un ruolo diverso e più importante delle regioni, si erano comunque affacciate a più riprese all’interno del dibattito risorgimentale sulla forma dello Stato, che vide un ampio ventaglio di posizioni (espresse, tra gli altri, da Carlo Cattaneo, Vincenzo Gioberti e anche da Giuseppe Mazzini). Lo stesso Cavour (1810-1861) propendeva per un moderato decentramento e la sua posizione, condivisa da altri liberali, trovò espressione nel progetto di legge regionale presentato dal ministro Marco Minghetti nel 1863: in Parlamento prevalse però un modello fortemente centralizzato.

Le ipotesi regionaliste si riaffacciarono dopo la prima guerra mondiale, nell’ambito di un più ampio dibattito sulla riforma della struttura statale, e in particolare nelle posizioni del Partito popolare e del suo fondatore Luigi Sturzo (1871-1959), ma l’avvento del fascismo e della sua politica di rigido centralismo chiuderanno ogni sviluppo in tal senso.

Una nuova considerazione della natura e del ruolo delle regioni nell’ambito della compagine statale si riproporrà veramente soltanto nel 1946, quando l’Assemblea Costituente riconoscerà le regioni come organi costitutivi dello Stato, con propri statuti e poteri amministrativi stabiliti dalla stessa Costituzione.

All’interno della Costituente, durante il dibattito, il numero delle regioni italiane fu fissato a venti, di cui cinque a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino-Alto-Adige e Friuli-Venezia Giulia): tali regioni dispongono di notevoli poteri legislativi e amministrativi, in settori quali scuola, sanità, infrastrutture, e di conseguenza debbono provvedere al relativo finanziamento principalmente con le proprie risorse, mentre nelle regioni a statuto ordinario le spese sono principalmente a carico dello Stato.

Da allora gli squilibri tra le regioni per molti aspetti si sono ulteriormente accentuati e al termine degli anni ’80 il dibattito sull’introduzione del federalismo e sul ruolo degli organismi regionali all’interno dello Stato è ripreso con forza, sotto la spinta di pressioni economiche e sociali di cui si sono fatte interpreti, soprattutto al Nord, forze politiche di stampo regionale che manifestano apertamente la propria insofferenza verso il centralismo dello Stato e la sua fiscalità.

Affrontato dalle forze politiche con una gamma di posizioni molto diverse, il dibattito parlamentare sul federalismo ha portato nel 2001 al varo di una legge (Legge Costituzionale 3 del 2001), precedentemente sottoposta a referendum, che stabilisce una redistribuzione dei poteri tra Stato e Regioni (il ricorso al referendum si rende necessario quando le modifiche costituzionali non sono supportate da una maggioranza parlamentare adeguata).

Tuttavia questa legge è stata ritenuta insufficiente da quanti propendono per l’attuazione di un pieno federalismo, ed è stata seguita da una successiva proposta di revisone costituzionale per un assetto federalista (novembre 2005). Il 25 e il 26 giugno 2006 il popolo italiano fu chiamato alle urne per decidere se accettare o meno questa riforma, che riscriveva parte della Costituzione, e votò per la sua bocciatura. Il referendum del 4 dicembre 2016 ha proposto, oltre alle modifiche costituzionali relative al bicameralismo perfetto e alla composizione del Senato, la riforma del Titolo V, questa volta proponendo di riportare alcune competenze allo Stato centrale. Ma anche questa volta ha vinto il no e la Costituzione è rimasta invariata.

Il dibattito sulle forme e sull’attuazione dell’autonomia regionale resta pertanto ancora aperto.