Ascolta “Storia – Il Feudalesimo” su Spreaker.
Il feudalesimo è l’organizzazione politica, economica e sociale che ha caratterizzato il Medioevo tra il X e il XIII secolo, basato sul meccanismo del vassallaggio. Fu Carlo Magno a ridare vigore all’antica consuetudine franca del vassallaggio, sia per tenere a bada l’irrequieta nobiltà franca sia per assicurarsi il controllo dei territori conquistati, ossia riscuotere le tasse, amministrare la giustizia, garantire il commercio o i trasporti e difendere i confini. Il feudalesimo, sviluppato nell’impero carolingio, si diffuse poi in Gran Bretagna, in Italia e nell’Europa orientale.
Vassallaggio significato
Nel sistema feudale per “vassallaggio” s’intende il rapporto di dipendenza intercorrente tra il signore e i suoi vassalli (conti, marchesi, vescovi). In cambio di un feudo o beneficio – solitamente un possedimento terriero – il vassallo assicurava al signore fedeltà, obbedienza e aiuto, soprattutto in ambito militare ma anche economico (se richiesto).
Come avveniva l’assegnazione del feudo
Il rapporto di vassallaggio non era un semplice contratto, ma un legame di ordine morale sancito da un rito intriso di elementi religiosi. Il futuro vassallo, in ginocchio, metteva le mani congiunte in quelle del signore, per dichiarare la sua volontà di diventare uomo di un altro uomo (era questo l’atto di omaggio).
Il signore faceva quindi rialzare il vassallo, che prestava giuramento di fedeltà posando la mano destra su un oggetto sacro e recitava un giuramento; in cambio della fedeltà il signore prometteva la sua protezione. Al giuramento faceva seguito l’investitura: il signore consegnava al vassallo un simbolo del feudo da lui concesso, per esempio uno scettro, un’insegna, un bastone, una zolla erbosa, un guanto, un anello.
Il vassallo entrava così in possesso di un feudo (per questo l’organizzazione politica che ne derivò è stata definita dagli storici contemporanei feudalesimo) come usufruttuario; la proprietà era invece conservata da colui che faceva la concessione. Insieme al feudo il sovrano concedeva al vassallo alcuni importanti privilegi, le cosiddette immunità: l’autorità sugli abitanti del feudo; il potere di comando civile e militare; il diritto di amministrare la giustizia, direttamente oppure tramite i suoi giudici; il diritto di riscuotere le tasse.
La perdita del feudo
Il vincolo così consacrato non poteva essere violato: sul vassallo che fosse venuto meno agli obblighi assunti si riversava la riprovazione collettiva e lo si bollava con il marchio disonorevole di «fellone», cioè traditore. Ugualmente riprovevole era un signore che non rispettava gli impegni presi nei confronti del vassallo. Il vassallo traditore (fellone) veniva privato del feudo, che veniva dato a un altro vassallo, più fedele; perdeva ogni diritto e privilegio e veniva cacciato o, addirittura, ucciso.
Vassallo valvassore valvassino
I feudatari maggiori (conti, marchesi, duchi, vescovi), che erano vassalli diretti dei sovrani, non sempre avevano risorse sufficienti per controllare direttamente le regioni loro affidate, spesso molto vaste. Per questo le dividevano in territori molto più piccoli e a loro si affiancò via via una schiera di feudatari minori, a loro volta vassalli dei feudatari maggiori, chiamati valvassori, dal latino vassi vassorum, cioè “vassalli dei vassalli”, che a loro volta nominavano i valvassini. In questo modo si diffuse e radicò capillarmente il feudalesimo.
L’ereditarietà dei feudi e l’anarchia feudale
In origine, il feudo era revocabile: alla morte del vassallo, o per altri gravi motivi, il signore aveva il diritto di recuperare il beneficio e di assegnarlo ad altri. Si trattava di un principio fondamentale che Carlo Magno e i suoi successori cercarono di difendere contro le pretese dei feudatari.
Nel tempo, però, specie dopo la morte di Carlo Magno, i feudatari accentuarono la tendenza a sottrarsi agli obblighi nei confronti del potere centrale, spesso usando la forza o strappando concessioni ai sovrani sempre più deboli. Uno di questi, Carlo il Calvo, il 14 giugno dell’877 fu costretto a emanare il capitolare di Quierzy, con il quale si riconosceva l’ereditarietà dei feudi maggiori, ossia di quei feudi ottenuti direttamente dal sovrano. Il poter succedere al padre consentiva ai figli di non perdere i beni immobili, mentre per i sovrani significava avere sempre uomini al proprio servizio. Diventarono poi ereditarie anche le funzioni amministrative a cui era legata la concessione delle terre.
Il 28 maggio 1037 la Constitutio de feudis dell’imperatore Corrado II il Salico sancì l’ereditarietà anche dei feudi minori, cioè quelli concessi non dall’imperatore ma da un grande signore feudale, per tentare di indebolire la potenza dei vassalli maggiori, ormai totalmente sfuggiti a ogni controllo. Ciò portò a una grave anarchia feudale (cioè a una estrema frammentazione del potere) che diede origine alle monarchie nazionali.

