Ci rivedremo a Filippi è un modo di dire della lingua italiana e sta a significare che presto si arriverà alla resa dei conti con un avversario, un nemico o col destino stesso.
L’espressione Ci rivedremo a Filippi o anche Ci vediamo a Filippi deriva dalla storia romana e fa riferimento alla sconfitta di Marco Giunio Bruto, uno dei congiurati che assassinarono Giulio Cesare alle Idi di Marzo (15 marzo 44 a.C.), avvenuta nel 42 a.C. a Filippi, in Tracia, da parte di Marco Antonio e Ottaviano. Tale disfatta gli sarebbe stata profetizzata dal fantasma di Cesare. L’aneddoto è citato dallo storico greco Plutarco nella Vita di Bruto e ripreso e reso immortale da William Shakespeare nella sua tragedia Giulio Cesare.
Chi disse Ci rivedremo a Filippi?
Lo storico greco Plutarco (I – II secolo d.C.) nella Vita di Bruto racconta che Marco Giunio Bruto, dopo aver partecipato nel 44 a.C. all’assassinio di Cesare, ossessionato dai sensi di colpa, una notte del 42 a.C sognò un “qualcuno” che egli non riusciva a riconoscere; alla richiesta di dichiarare chi fosse, l’ombra rispose: «Sono il tuo cattivo demone, Bruto, ci rivedremo a Filippi».
Filippi era una cittadina della Macedonia non lontana dalla costa del Mare Egeo (oggi la cittadina si chiama Kavala). Era stata fondata nel 356 a.C. dal re macedone Filippo II (il padre di Alessandro Magno). Qui nel 42 a.C., poco tempo dopo il sogno fatto da Bruto, si svolse la battaglia di Filippi, tra l’esercito degli uccisori di Giulio Cesare, Bruto e Cassio, e quello di Antonio e Ottaviano. I cesaricidi furono sconfitti. Bruto, sconfitto, si tolse a vita. La stessa sorte toccò a Cassio.
Ma – racconta Plutarco – la notte prima la battaglia, il cattivo demone era apparso nuovamente e dal suo silenzio Bruto comprese che alla fine sarebbe stato sconfitto e così avvenne. Lo stesso episodio è riportato anche da Svetonio nella Vita di dodici Cesari.
Successivamente Ottaviano, divenuto primo imperatore romano, elevò Filippi al rango di colonia.
Chi era il cattivo fantasma sognato da Bruto?
Plutarco preferì lasciare indeterminata l’identità dello spettro: forse Bruto vedeva in sogno il suo stesso rimorso per il gesto compiuto.
Nella celebre tragedia Giulio Cesare, William Shakespeare diede invece al fantasma il nome dell’assassinato, che comparve di nuovo a Bruto alla vigilia della Battaglia di Filippi.

