Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine

1148
Gabriel Garcia Marquez
Gabriel Garcia Marquez

Gabriel Garcia Marquez è nato il 6 marzo 1927 ad Aracataca, in Colombia. Ha lavorato come giornalista in Francia, in Messico e in Spagna. In Italia è stato allievo del Centro sperimentale di cinematografia. È stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1982.

Gabiel Garcia Marquez è l’autore di Cent’anni di solitudine, il suo capolavoro, che lo ha reso celebre in tutto il mondo; de L’autunno del patriarca, Foglie morte, Nessuno scrive al colonnello, I funerali della Mamá Grande, La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata, La mala ora, Occhi di cane azzurro, Cronaca di una morte annunciata, L’amore ai tempi del colera, Il generale nel suo labirinto, Dodici racconti raminghi, Dell’amore e di altri demoni, Notizia di un sequestro, Memoria delle mie puttane tristi; del primo volume delle sue memorie Vivere per raccontarla, e delle raccolte di articoli e saggi Taccuino di cinque anni, Scritti costieri, Gente di Bogotà, Dall’Europa e dall’America, A ruota libera.

Gabriel Garcia Marquez è morto il 17 aprile 2014 all’età di 87 anni in una clinica di Città del Messico, dove era stato ricoverato giorni prima per problemi respiratori e per un’infezione alle vie urinarie.

Il nome di Gabriel Garcia Marquez rimane legato per i lettori di tutto il mondo a Cent’anni di solitudine. È la storia delle sette generazioni della famiglia Buendía di Macondo, un immaginario paese immerso nella foresta colombiana.
La storia dei Buendía si svolge parallelamente a quella di Macondo: il paese è devastato dalle trentadue guerre civili volute e perse dal colonnello Aureliano Buendía, fino all’ultimo discendente della famiglia, Aureliano Babilonia, la cui morte segna la fine del paese, dopo «cent’anni di solitudine».
Attraverso le storie dei protagonisti del romanzo, Gabriel Garcia Marquez denuncia la condizione di solitudine e di abbandono delle popolazioni dell’America Latina.

Il brano che vi presentiamo, tratto appunto da Cent’anni di solitudine, è incentrato sulla figura di Rebeca che arriva nella casa di José Arcadio Buendía con una lettera, un bagaglio minimo e un sacco di tela contenente i resti dei suoi genitori. La bambina sembra sordomuta e si nutre solo di terra e calcinacci.
Dopo qualche settimana, la piccola comincia a integrarsi nella famiglia, ma una brutta notte la domestica che dorme con i bambini si accorge con terrore che Rebeca se ne sta immobile e con gli occhi spalancati nella sua poltroncina.
Di lì a poco tutta la famiglia Buendía si ammala dello stesso male: adulti e bambini sono colpiti da un’insonnia invincibile e scoprono di essere in grado di vedere non solo le immagini dei propri sogni, ma anche quelle dei sogni degli altri. In breve tempo l’insonnia dilaga nell’intero villaggio e chi contrae la malattia va incontro a una progressiva perdita della memoria. Arcadio Buendía escogita però un sistema ingegnoso per combatterla: scrive i nomi degli animali e degli oggetti su pezzi di carta che attacca dappertutto e insegna questo metodo a tutti gli abitanti di Macondo.
Il tema dominante del brano è la durissima condizione di vita di un popolo escluso dalla storia, che ha il suo simbolo in Rebeca.

«Quando José Arcadio Buendía si accorse che la peste aveva invaso il villaggio, riunì i capi famiglia per spiegar loro quello che sapeva sulla malattia dell’insonnia, e fu deciso di adottare delle misure per impedire che il flagello si propagasse ad altre popolazioni della palude. Fu così che si tolsero ai capri le campanelle e furono messe all’entrata del villaggio a disposizione di coloro che insistevano nel voler visitare il villaggio. In quel modo si mantenne la peste circoscritta al perimetro dell’abitato. La quarantena fu così efficace, che giunse il giorno in cui lo stato di emergenza venne considerato come cosa naturale, e si organizzò la vita in modo tale che il lavoro riacquistò il suo ritmo e nessuno si preoccupò più dell’inutile abitudine di dormire.
Fu Aureliano che concepì la formula che li avrebbe difesi per parecchi mesi dalle evasioni della memoria. La scoprì per caso. Un giorno stava cercando la piccola incudine di cui si serviva per laminare i metalli, e non si ricordò del suo nome. Suo padre glielo disse: «tasso». Aureliano scrisse il suo nome su un pezzo di carta che appiccicò con la colla sul piede dell’incudine: tasso. Così fu sicuro di non dimenticarlo in futuro. Non gli venne in mente che quella poteva essere la prima manifestazione della perdita della memoria, perché l’oggetto aveva un nome difficile da ricordare. Ma pochi giorni dopo scoprì che faceva fatica a ricordarsi di quasi tutte le cose del laboratorio. Allora le segnò col nome rispettivo, di modo che gli bastava leggere l’iscrizione per riconoscerle. Quando suo padre gli rivelò la sua preoccupazione per essersi dimenticato perfino dei fatti più impressionanti della sua infanzia, Aureliano gli spiegò il suo metodo, e José Arcadio Buendía lo mise in pratica in tutta la casa e più tardi lo impose a tutto il paese.
A poco a poco, si accorse che poteva arrivare un giorno in cui si sarebbero individuate le cose dalle loro iscrizioni, ma non se ne sarebbe ricordata l’utilità. Allora fu più esplicito: Questa è la vacca, bisogna mungerla tutte le mattine in modo che produca latte e il latte bisogna farlo bollire per aggiungerlo al caffè e fare il caffellatte. Così continuarono a vivere in una realtà sdrucciolosa, momentaneamente catturata dalle parole, ma che sarebbe fuggita senza rimedio quando avessero dimenticato i valori delle lettere scritte.
Sull’entrata della strada della palude avevano messo un cartello su cui era scritto Macondo e un altro più grande nella strada centrale che diceva Dio esiste. In tutte le case erano stati scritti segni convenzionali per ricordare gli oggetti e i sentimenti».

Da Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez