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Genocidio del Ruanda: aprile-luglio 1994

Il genocidio del Ruanda, compiuto tra l’aprile e il luglio del 1994, è tra gli episodi più drammatici della storia dell’umanità.

Gli antefatti del genocidio del Ruanda

I gruppi degli hutu e dei tutsi fanno parte dello stesso ceppo etnico-culturale e parlano la medesima lingua. Essi convissero pacificamente in Ruanda (Africa orientale) per diversi secoli fino a quando il paese, dopo essere stato protettorato tedesco, passò sotto il dominio coloniale del Belgio (1916).
Il Belgio favorì i tutsi, che rappresentavano il 15% della popolazione. La scelta di appoggiarsi a questa etnia fu determinata sia dal fatto che essi costituivano la fascia più ricca del paese (allevatori e possidenti terrieri) e più adatta a gestire il potere, sia (soprattutto) dalla loro conformazione fisica, più vicina a quella occidentale: i tutsi sono alti, magri e hanno una carnagione più chiara rispetto agli hutu, più tozzi e di pelle molto scura.

Il processo di discriminazione razziale provocò un clima di violenta ostilità all’interno della maggioranza hutu, che nel 1959 si ribellò e costrinse il re e migliaia di tutsi a fuggire nei paesi confinanti.

Nel 1962 il Ruanda, dopo aver conquistaato l’indipendenza, con un referendum proclamò la repubblica. Tuttavia il primo presidente, Grégoire Kaybadna, di etnia hutu, non riuscì a fermare le rappresaglie e nel 1973 fu destituito da un colpo di stato che portò al potere un altro esponente di etnia hutu, il generale Juvenal Habyarimana. Anch’egli, però, non poté sedare le tensioni tra i due gruppi, né attuare con successo il processo di integrazione.

Nel 1990 il paese fu invaso dalle truppe del Fronte Patriottico Ruandese, una formazione politico-militare formata da tutsi fuggiti in precedenza all’estero, provocando il dilagare di una sanguinosa guerra civile.

Dopo tre anni di continui scontri, il presidente Habyarimana cercò di avviare trattative di pace con il Fronte Patriottico, ma il suo tentativo fu duramente osteggiato da parte di alcuni estremisti hutu.

Genocidio del Ruanda

Il 6 aprile 1994 l’aereo privato del presidente Habyarimana fu abbattuto da un missile: l’etnia hutu accusò i tutsi di essere responsabili dell’attentato, di cui ancor oggi si ignorano i veri mandanti (i sospetti si concentrarono sui movimenti estremisti hutu, contrari alle aperture del presidente verso la minoranza tutsi; sul principale leader politico tutsi, Paul Kagame; sulla moglie di Habyarimana che, contrariamente alle sue abitudini, quel giorno decise di prendere un mezzo alternativo all’aereo).

Il giorno dopo la radio incitò la popolazione a uccidere in modo sistematico e capillare gli «scarafaggi» tutsi e per i cento giorni successivi le truppe dell’esercito e gli squadroni della morte massacrarono con efferata crudeltà a colpi di machete e bastoni chiodati migliaia di tutsi, ma anche molti hutu ad essi legati da relazioni di parentela o di amicizia o personaggi politici di ideologia moderata.

Tutto questo avvenne sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale che, non toccata da quegli eventi, percepiti come lontani dai suoi interessi, si limitò a inviare contingenti militari per salvare i propri cittadini. L’ONU, da parte sua, non solo ignorò le richieste di aiuto del suo generale canadese Dallaire, ma addirittura ridusse drasticamente il già esiguo contingente di pace.

Le cifre di uno studio delle Nazioni Unite che descrivono le barbarie di quei giorni e le sue conseguenze sono agghiaccianti: su una popolazione complessiva di 7.300.000 persone ne furono massacrate 1.174.000 in soli 100 giorni, di cui il 20% circa di etnia hutu (10.000 morti al giorno, 7 al minuto); i tutsi sopravvissuti sono stimati in 300.000; molte delle donne che si sono salvate hanno subito stupri e di queste il 70% risulta oggi sieropositivo all’AIDS; 400.000 bambini rimasero orfani; tra quelli che erano allora bambini il 31% ha assistito a uno stupro, il 70% è stato testimone di uccisioni e sono migliaia quelli che hanno perso o perderanno i genitori a causa dell’AIDS.

La situazione dopo il genocidio del Ruanda

Nel luglio 1994 la carneficina fu fermata dal rovesciamento del governo hutu e dalla presa del potere da parte del Fronte Patriottico Ruandese, ma gli scontri fra i due gruppi etnici non cessarono del tutto.

Nel 1995 venne insediato ad Arusha il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, ma i primi processi furono rinviati per mancanza di giudici e solo nel 1998 si ebbe la prima sentenza con la condanna a morte di 22 persone ritenute colpevoli di crimini.

Numerosi processi a imputati politici sono tuttora in corso, ma molti responsabili delle stragi, ancora in libertà, godono della protezione di paesi occidentali. Inoltre gli odi razziali, che erano stati alla base della tragedia del Ruanda, non solo hanno lasciato un’impronta indelebile nel paese, ma hanno contaminato anche le nazioni vicine: sono stati infatti un fattore determinante della guerra civile del Burundi (1993-2005) e hanno alimentato la prima e la seconda guerra nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo; 1996-97 e 1998-2003), dove gran parte dei mandanti  e dei perpetratori del genocidio del Ruanda avevano trovato rifugio.

 

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