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Liolà, di Luigi Pirandello. Riassunto

Liolà di Luigi Pirandello (1867-1936) venne messa in scena per la prima volta il 4 novembre 1916 al Teatro Argentina, a Roma, con il sottotitolo «Commedia campestre in tre atti», in dialetto agrigentino. L’anno seguente l’autore ne riscrisse il testo in italiano.

La commedia Liolà venne scritta in un periodo particolarmente doloroso e difficile sia per il Paese (l’Italia nel 1915 era entrata nella Grande Guerra) sia per l’autore (nel 1915 sua madre era morta e poco dopo la malattia psichica di sua moglie si era aggravata, mentre il figlio Stefano veniva inviato al fronte e caduto in prigionia).

Liolà si presenta come una favola giocosa, ma insieme amara nella sua candida spietatezza. Solo nel finale, un vago senso di compassione cala sulla vicenda.

Liolà: la trama

La vicenda è ambientata nelle campagne intorno ad Agrigento e ha come protagonista Nico Schillaci, detto “Liolà”: un simpatico contadino, esuberante e canterino, che ha stretto numerose relazioni con ragazze del luogo da cui ha avuto tre figli, affidati alle cure della propria madre, zia Ninfa (gli appellativi zio e zia non indicano un preciso grado di parentela, ma – secondo l’uso siciliano – stanno per “signore” e “signora”).

L’ultima vittima dell’interesse di Liolà è Tuzza, nipote del ricco e anziano zio Simone, il quale soffre di non poter avere figli dalla giovane moglie Mita.

Scopertasi in stato interessante, Tuzza rifiuta le nozze riparatrici proposte da Liolà, perché nutre il progetto di accordarsi con zio Simone, facendo passare per suo il figlio che ha in grembo: in questo modo sarebbe salvata la dignità maschile del ricco possidente e la sua eredità passerebbe al figlio di Tuzza.

Di questo si vanta zio Simone con la moglie Mita, accusandola di sterilità. Ma durante un’assenza dell’uomo Liolà ne mette incinta la moglie. Al suo ritorno zio Simone, ignaro dell’accaduto, annuncia felice a tutti la sua prossima paternità, credendosene veramente l’artefice, e rifiuta il figlio di Tuzza di cui ora non ha più bisogno.

Tuzza, sentendosi doppiamente beffata, reagisce cercando di uccidere Liolà, il quale evita acrobaticamente il coltello della donna e le dice ridendo di non preoccuparsi: quest’altro figlio andrà ad aggiungersi ai tre che già gli fanno compagnia. «Non piangere! Non ti rammaricare! Quando ti nascerà, dammelo pure. Tre, e uno quattro! Gl’insegno a cantare».

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