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George Berkeley – Esse est percipi

George Berkeley (1685-1753), filosofo e vescovo anglicano, è uno dei tre esponenti di spicco dell’empirismo britannico (la concezione secondo la quale la conoscenza di tutto quanto esiste debba derivare dall’esperienza), assieme al fondatore John Locke (1632-1704) e David Hume (1711-1776).

George Berkeley (pronuncia: Bacli) – vita e opere

Nacque a Dysert, in Irlanda, il 12 marzo 1685, da una famiglia di origine inglese. Si laureò a Dublino nel 1707, risentendo nella sua formazione dell’influenza di Locke e di Newton. Consacrato sacerdote della Chiesa anglicana, insegnò presso la stessa università come professore di greco, di ebraico e di teologia.

A soli 24 anni, nel 1709, pubblicò la sua prima opera: il Saggio su una nuova teoria della visione, in cui esplorava la natura della percezione visiva e sosteneva che lo spazio, la distanza e la grandezza sono percezioni soggettive piuttosto che qualità oggettive del mondo. L’anno seguente, nel 1710, uscì la sua opera filosofica più importante il Trattato sui principi della conoscenza umana, in cui espose la sua teoria dell’immaterialismo, che sostiene che non esiste una realtà materiale al di fuori della percezione, riassunta nella celebre massima esse est percipi (l’essere è l’essere percepiti). Seguirono poi altri trattati in cui ricerca un accordo tra scienza e religione.

Nel 1714 lasciò l’Irlanda per viaggiare in Europa, e trascorse la maggior parte del tempo a Londra dove si legò all’aristocrazia di corte, ottenendo alcuni incarichi pubblici. Viaggiò poi in Italia e in Francia.

Quando fece ritorno in Irlanda, diventò decano della cattedrale di Derry, ma il suo interesse principale era diventato il progetto della fondazione di un seminario alle Bermuda per l’istruzione degli indigeni. Nel 1728 si imbarcò con la moglie Anne Doster alla volta di Newport, nel Rhode Island, dove rimase tre anni, cercando di mettere insieme i fondi per il seminario. Nel 1731, quando divenne evidente che le sovvenzioni promesse non sarebbero arrivate, fece ritorno a Londra. Durante il suo soggiorno in America scrisse Alciphron, o il filosofo minuto, un dialogo polemico contro i “liberi pensatori” del tempo, in cui difendeva la religione cristiana contro gli attacchi degli scettici e dei liberi pensatori.

Nel 1734 venne nominato vescovo di Cloyne, in Irlanda, una posizione che gli permise di combinare i suoi interessi filosofici con il suo impegno religioso e pastorale. Durante questo periodo scrisse The Analyst (1734), un’opera in cui criticava i fondamenti del calcolo infinitesimale di Newton e Leibniz, sostenendo che le nozioni matematiche di infinito e infinitesimale fossero incoerenti da un punto di vista filosofico. L’opera sollevò importanti questioni filosofiche sulla natura della matematica e della scienza, influenzando il dibattito sul fondamento del calcolo.

George Berkeley continuò a scrivere fino alla fine dei suoi giorni, affrontando una vasta gamma di argomenti, tra cui la filosofia morale, la politica e l’economia. Nel 1752 si trasferì ad Oxford, in Inghilterra, dove morì il 14 gennaio 1753.

George Berkely: il pensiero

Al pari di John Locke (1632-1704) prima di lui, Berkeley era un empirista, nel senso che vedeva nell’esperienza la fonte primaria della conoscenza. Tuttavia, sebbene condividesse le stesse tesi di Locke, giunse a conclusioni assai diverse. A suo parere, infatti, l’empirismo di Locke era moderato: consentiva ancora l’esistenza di un mondo indipendente dai sensi e seguiva Cartesio nel vedere gli uomini come fatti di due sostanze distinte, cioè la mente e il corpo. L’empirismo di Berkeley, al contrario, era ben più estremo e lo condusse a una posizione nota come idealismo soggettivo o immaterialismo, riassunto dalla massima latina esse est percipi (l’essere è l’essere percepito). Berkeley sostiene che la realtà materiale non esiste indipendentemente dalla percezione della mente; piuttosto tutto ciò che esiste lo fa solo nella misura in cui è percepito da una mente.

Immaginiamo ad esempio di tenere una mela in mano. Secondo Berkely, la mela esiste solo perché la percepiamo con i nostri sensi (vista, tatto, olfatto). Se chiudiamo gli occhi e smettiamo di toccarla, la mela non esisterà più per noi. Tuttavia, Dio la percepisce sempre, quindi la mela continuerà ad esistere.

Per Berkeley, quindi, Dio gioca un ruolo fondamentale nella percezione continua degli oggetti. Anche quando non ci sono esseri umani a percepire un oggetto, Dio è sempre presente e mantiene l’esistenza dell’oggetto percependolo costantemente. Questo garantisce la stabilità e la continuità del mondo percepito. C’è a questo proposito un famoso paradosso: “Se un albero cade in una foresta e non c’è nessuno lì a sentirlo, fa rumore?”. Per Berkeley, il suono esiste solo se c’è una mente a percepirlo. Se nessuno è presente, Dio percepisce il suono, mantenendolo reale.

Dio, secondo George Berkeley, non rappresenta solo una verità ontologica necessaria per spiegare la causa delle idee, ma anche qualcosa di indispensabile per chiarire la sorte delle idee quando noi non le percepiamo. Dio si configura come la Mente infinita grazie a cui le idee esistono anche quando non vengono percepite. Questo approccio elimina ogni problema filosofico relativa allo scetticismo e libera il mondo dalla sterile concezione meccanicistica della materia.

 

 

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